BÉLA TARR

La fibrillazione, mista a un po’ di tensione, si avverte nell’aria. E’ concreta, quasi visibile. Taglia gli occhi di ragazze e ragazzi che attendono il Maestro. Sferza il viso di chi, con estrema difficoltà e invidiabile professionalità e passione, porta avanti uno scrigno raro chiamato cinema Adriano. A volte non conoscere davvero l’aurea di chi si dovrà intervistare aiuta a percepirla, quella forza, senza preconcetti. Perché c’è. Un taglio di luce attraversa la città, sfiora le case della parte alta, quelle storiche, penetra l’antica piazza diventata parcheggio. L’auto si ferma proprio in quel momento. Il vento è freddo e si alza all’improvviso. Leggermente piegato su se stesso, la sigaretta già pronta in mano, Bela Tarr scende dalla vettura e alza la mano, a mo’ di saluto, quasi con scherno. Ad attenderlo, sono ancora solo le 18 e il film verrà proiettato due ore dopo, già una ventina di persone. L’applauso scatta spontaneo. Così come i sorrisi.

Osservatore esterno, di un mondo che non è proprio il mio, avverto il legame che c’è in quel momento. Che c’era anche prima di quell’arrivo, formatosi nell’ammirare le sue opere, formatosi nel crearle quelle opere d’arte.

Il Maestro, lo scienziato della telecamere ungherese, e il pubblico di appassionati, sembrano essere un tutt’uno. Il regista, vestito di nero dal collo ai piedi, dove però il colore lo danno delle sbarazzine Converse, alza gli occhi al cielo e vede una scritta che ha il sapore di Storia: “Cinema Adriano”.

A me, personalmente, ha sempre ricordato, come il cinema – non più in funzione – Lux del mio paese, quel romanticismo malinconico di “Nuovo Cinema Paradiso”. Vorrei dirglielo ma mi mordo le labbra, capirebbe che le mie conoscenze per la settima arte sono ferme ai film “classici” italiani. Lo capirà lo stesso e non so come.

Fuma la sigaretta, scambia qualche parola con gli organizzatori, guarda dal basso, scruta, vede. Osserva. Chiede solo un attimo per poter entrare nella sala, da solo, e ammirare la luce della proiezione, capire se il suono è quello giusto. Insomma immergersi nella sua opera per un attimo. Il Cinema Adriano sa di Storia, ha fatto la Storia ma è anche presente. E Futuro difficile. Ed è quel luogo ideale che – credo – ogni regista cerchi per i suoi film. Non un “copia e incolla” di solite sale che mostrano film, ma un cinema che fa parte del film stesso. La cornice ideale. Esce dalla sala il Maestro e sa che ha nell’agenda due interviste.

Scruta me e il collega, critico cinematografico, Donato d’Elia. Ho la giacca, figlia del tg appena letto e non certo per vezzo dell’intervista. Mi è rimasta indosso per il vento freddo che si è alzato. Donato è meno formale, più attento al Maestro, la sua aurea la conosce da tempo, vive per il cinema, lo studia, è cronista – se così si può definire – dei festival. “Prima mi intervisti tu – mi indica il regista ungherese – sei quello che sa meno di cinema, farai domande meno specifiche”.

Ci ha preso e non so come abbia fatto. Indico a mia volte un salottino al piano superiore, mi guarda e contro indica la sala cinematografica. Casa sua. È lì che parliamo di cinema e resistenza, di luoghi d’arte e possibilità di farcela. Di entusiasmo.

È lì che mostra la sua aurea anche a me, narratore di un mondo che non conoscevo e che per una serata ho vissuto.

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Giancarlo e l’età dei sogni

Esistono quelli bravi. Sono tanti. Esistono, poi, quelli con il talento. Sono un po’ di meno, ma ce ne sono. E infine esiste chi ha il Dono. Una rarità.

Questa è la storia di Giancarlo. Un cacciatore di sogni. Ha 69 anni, capelli bianchi come la neve, corti, pelle resa ebano dal sole maremmano e occhiali fucsia, per un tocco di eccentricità che non gli si darebbe. Ha vissuto avversità e tensioni nella sua lunga vita, ha intrapreso una strada, non era sua, ed è sobbalzato di fronte a buche e ostacoli inattesi. Rischiando di andare fuori da quella strada e perdersi chissà dove. Il lavoro da operaio si è sgretolato sotto i piedi, la disoccupazione sopraggiunto in età avanzata ha offuscato il futuro, la balbuzie infantile per un fratello perso in fasce frenato l’autostima. E un Dono, quello della scrittura, che è aleggiata nelle sue dita sin dall’adolescenza senza mai diventare davvero concreto. Almeno fino a qualche giorno fa.

Lo ha scoperto nel corso degli anni, in articoli di giornale di provincia, di estrema provincia. Ma lui sapeva, e sa, raccontare le storie, far vivere le emozioni, far vedere lo scritto come pochi altri. Anche se solo di una partita di calcio di Terza categoria. Quel dono, quello della scrittura, cominciava a essere energia vogliosa, quasi disperata di aver l’orgasmo del libro. Ma a quasi 70 anni di età, due figli, due matrimoni, una vita resa difficile dal lavoro che scompare all’improvviso, si può ancora sognare? E soprattutto cercare di realizzarlo quel sogno? Giancarlo, una sera di inverno, mentre era seduto davanti alla sua scrivania, ha sentito un tuono e la porta che è tremata sotto le vibrazioni del boato. Ha capito che il Dono non poteva più essere trattenuto e ha scritto. Senza freni, senza soste. Ha creato e incantato. Ha realizzato il suo sogno.

“Il Viaggio – i giorni di Erto”, edito da Heimat, è nato così, da un Dono, quello della scrittura che ha sempre corso nelle vene di Giancarlo Mallarini, da un tuono che ha permesso che esplodesse e dalla convinzione che deve essere di tutti noi che sognare si può sempre. E inseguire i propri sogni pure. E io quando l’ho letto ne sono rimasto incantato, ho dovuto mettere il cappotto quando ha parlato della neve perché mi ha fatto sentire il freddo. E’ questo il suo Dono. E’ questo il suo sogno diventato realtà.

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Raman

Chissà quale ombra ha attraversato il tuo cuore

per farti decidere di chiudere il fiore

stavi sbocciando, tra spine e sorrisi, paure e dolo

ripoteva essere una vita di tutti i colori

Ma non lo ha più voluto, hai preferito il nero

e ora la tua anima illumina un commosso cero

La colpa non è tua, ragazza dal dolce sorriso

ma di una società che non capisce più l’espressione del viso

E anche dopo l’ultimo viaggio

c’è chi si mostra ancora una volta poco saggio

non ti rispetta e non ti tutela

e ti fa divorare come una delicata mela

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Piuma, il guerriero

Leggero come la piuma, forte come un guerriero. Veloce nel voler venire al mondo, tenace nel volerlo vivere questo mondo. Questa è la storia di Brian Antonio, un destino scritto nei nomi. Questa è la storia di Rosa, giovane mamma di 24 anni e del suo compagno Gennaro. Questa è una storia con il lieto fine.

Brian è il nome del protagonista di Fast and Furious, il film hollywoodiano sulle corse ad alta velocità. È il nome scelto da Gennaro per il piccolo in arrivo. Forse, lui, il piccolo, lo sente suo quel nome e accelera, vuole venire alla luce prima del tempo. Vorrà farlo e ci riuscirà. Rischiando. È una gravidanza difficile quella di Rosa. Alla quinta settimana la prima minaccia di aborto. Neanche al quarto mese ecco ulteriori problemi. Il distacco quasi completo della placenta, è il 14 novembre e Brian sembra dover terminare ben prima la sua meravigliosa corsa. Trascorre una settimana e si rischia la morte intrauterina del piccolo. Rosa riposa, prende farmaci, viene curata dal dottore Francesco de Laurentiis, ginecologo del “Luigi Curto” di Polla. A dicembre è necessario il ricovero. Una settimana in reparto, Rosa ha le contrazioni e ma non se ne accorge. Non erano dolorose e solo i test le fanno notare. La situazione è critica per il piccolo in grembo. Si decide per il trasferimento al Policlinico di Napoli. Si avvia una cura per il blocco di contrazioni e cercare di posticipare il parto. Rosa è sola nell’ospedale di Napoli, il compagno non può andare per motivi di Covid. Rosa ha paura, teme per il suo primo piccolo in arrivo. E a dir la verità rischia anche la sua di vita. I medici e il personale ospedaliero lo sanno e glielo dicono. Rosa ha paura. Tanta. Ma ha anche coraggio. Di più della paura. La forza gli arriva da Brian. Da Gennaro. Dal cuoricino che le batte nel ventre. Ma i medici, quasi tutti, non danno scampo al piccolo. L’amniocentesi fa emergere anche un’anomalia nel cromosoma. Non tutti incoraggiano Rosa, qualcuno le dice di non combattere. Non la pensa così de Laurentiis. Sa che la terapia è quella giusta. Qualcuno ha poche speranze anche per Rosa. “Rischi di morire”. La tristezza, la solitudine, la paura avvolgono Rosa. La mamma ha un dubbio, un’ombra, poi sente un calcio nel ventre e capisce che loro due, Rosa e Brian insieme potranno fare grandi cose. Nella sua stanza una figura di Sant’Antonio, lei non crede. Tuttavia quella figura le fa compagnia. Le dà coraggio. Antonio, il secondo nome di Brian, sarà scelto in quel momento. L’anno 2020 sta per finire, la pandemia lo ha reso nefasto. Rosa lo saluta, quell’anno, con il timore di attendere cosa accadrà nel nuovo. Ma anche speranza. È il 3 gennaio. Brian Antonio dà l’accelerata decisa, è il suo giorno. I medici il giorno prima dicono a Rosa che dovrebbe pesare 500 grammi. Mezzo chilo di vita. Brian viene al mondo dopo 13 ore di travaglio, pesa duecentotrenta grammi di più. È quasi un sollievo per Rosa. Brian è un petalo di 730 grammi, lungo 30 centimetri. Una piuma. Ma anche un guerriero. E deve ancora combattere. Ora tocca solo a lui. La mamma è salva. Il piccolo viene ricoverato, ha una perforazione dell’esofago. Il 6 gennaio va al Santobono di Napoli. Lì lo veglia un angelo che si chiama Pasquale Esposito, figura fondamentale della terapia intensiva neonatale. Per più di una volta, tempestivo nel capire il problema, arriva e aiuta il guerriero nella sua battaglia per vita. Sei mesi dopo quella battaglia la vince. Dopo oltre sei mesi lui, un bambino di quasi cinque chili, e la mamma possono tornare a casa. Possono essere accolti da Gennaro. Possono vivere sorridendo.

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Anna

Questa è la storia di Anna, questa è una storia di migrazione e sentimento. Questa è una storia che non ha un lieto fine.

La casa a migliaia di chilometri. L’affetto, la famiglia distanti dal cuore, dagli occhi. Da quegli abbracci che tanto mancano. Partita venti o trent’anni prima, Anna, aveva deciso, come tante sue amiche e compagne, di provare a regalare un futuro a quella casa. Lavorare, di solito badante o – come si diceva una volta – donna di fatica, per racimolare uno stipendio onorevole. Il giusto per vivere in Italia, il giusto per costruire il futuro a casa sua per i cari, i familiari. Là, a chilometri di distanza, doveva vivevano e dove ogni giorno mancavano gli uni all’altra. Nell’est d’Europa. Anna così ha fatto per anni, per decenni. Riuscendo nel suo intento. Anzi, ha fatto ancor di più. È diventata un po’ italiana e un po’ ucraina. Ha costruito, giorno dopo giorno, mattone dopo mattone, risparmio dopo risparmio, due futuri. Quello a casa sua, in Ucraina dove la sua famiglia ha potuto progettare, costruire, vivere e non sopravvivere, quello in Italia, che casa sua un po’ lo è diventata, dove ha vissuto anche la sua passione: aiutare gli ultimi. Forse per questo da un po’ di tempo era entrata in una cooperativa, ed era diventata un faro per i progetti, gli aiuti, per colleghi e colleghe. Anna ha sempre sorriso, allungato la mano e lo sguardo. Che siano stati gli ultimi, che sia stata la sua famiglia che viveva lontano da lei. Ecco la mano verso l’Ucraina, Anna, l’ha sempre allungata anche solo con il pensiero verso l’est dell’Europa per toccare, carezzare, i suoi affetti. Quanto le mancava non poterli abbracciare. E quanto la pandemia ha acuito tutto questo. Per questo, Anna, era al settimo cielo quando è stata accompagnata all’aeroporto di Napoli. L’aereo pronto a partire, l’Ucraina sempre più vicina, l’abbraccio con la figlia a un battito d’ali dopo anni di attesa. Sorrideva, Anna. La vita è crudele a volte. Quell’abbraccio è restato un’immagine imprigionata negli occhi chiusi di Anna, un pensiero, un sogno. Perché Anna, a 60 anni, non ce l’ha fatta a partire, a volare a casa sua. Anna ha avuto un malore in aeroporto, è morta a poche ore dal ritorno a casa sua. È morta facendo piangere i suoi affetti in Ucraina, e i suoi affetti in Italia. Perché Anna aveva due case, ed entrambe oggi sono a lutto.

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La forza di una mamma

Gli occhi, sono gli occhi che mi infastidiscono. Anzi no, mi feriscono. Mi
guardano e cosa vogliano da me. Mi scrutano, cercano il mio Buio. Ma è mio, da
tempo, non ricordo neanche da quanto, e già mi logora senza che loro mi fissino
così. Guardate altrove. Mi fate del male.

Gli occhi, sono gli occhi che mi trafiggono. Sono fardelli insopportabili.
Non lo voglio fare. Voglio la mia casa, la mia camera, il mio divano. Il mio
mondo. La mia tuta. Perché devo essere qui? Non è il mio mondo. Tutti mi
odiano.

L’oscuro mi avvolge ancora una volta. Anche oggi. Ma sento che oggi è un
giorno speciale e non può vincere ancora lui.

Gli occhi, sono gli occhi che mi aiutano. Questi occhi che mi guardano da
così vicino sono pieni di energia. Di purezza. Non è compassione. Non è
giudizio. Sono occhi di Amore. Sono quegli occhi che ogni tanto illuminano il
mio buio. Non ce la faccio, ma devo farlo. Questa musica poi.

È un Dolce sentire questa musica, mi spinge. Mi solleva, mi rafforza e dio
sa quanto sono debole. Sono stanca. Ma ho due pilastri, due radici che mi
sostengono. Ora sono qui. Ieri lo erano. Domani forse lo dimenticherò ma oggi
no. Oggi le vedo il loro amore. Lo sento. Oggi lo accendo quel buio, spengo gli
occhi degli altri e apro i miei.

Quanto è lungo questo cammino, per fortuna ho loro due. Per fortuna sono
qui. Oggi è il suo giorno, il giorno della sua gioia, della mia roccia. Se gli
ho dato quel nome un motivo ci deve essere. Oggi devo essere forte. Domani lo
dimenticherò, domani forse tornerà il buio ma non oggi. Non deve, non può.
Piange. Piango dentro. Oggi sono più forte dell’Oscuro.

Lo guardo, lo amo. Mi guarda mi ama. Sono gli occhi che mi danno la forza.
Quella musica mi risuona dentro.

È lunga questa giornata ma resisto. Come mai prima. Oggi vi ho schiacciato
fantasmi. Rido dentro, non lo sentite ma io sì e anche loro. Rido mentre ballo
con lui, ricordo una canzone di Sanremo, è un ballo antico. Un ballo d’amore.
L’amore per mio figlio. Per mia figlia.

Oggi l’oscuro l’ho battuto. Proprio oggi che dovevo batterlo ce l’ho fatta.
Rido dentro. E per un attimo sono felice.

 

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Chi è il tifoso di calcio?

Il tifoso del calcio è un misto, un cocktail, un frullato di roba. E’ un incosciente, un ragazzino, un fanatico, un credulone, è uno che passa sopra tutto e sotto tutti. E’ uno che vive l’estate sperando che il suo club acquisti quel giocatore e che vive l’inverno insultandolo, quel giocatore. E’ uno che crede che la maglia sia una bandiera e i giocatori che la indossano la sventolano ogni volta che scendono in campo. E’ uno che supera gli ostacoli macinando chilometri, il 12esimo uomo, l’uomo in più. E’ colui che non dorme dopo una sconfitta e beve cascate di birre dopo una vittoria, è colui che butta la torta del compleanno nella spazzatura se la squadra perde la finale. E’ un calciatore mancato, un allenatore mancato, un presidente mancato, è disposto a divorziare pur di non perdere l’amichevole con una squadra di terza categoria, ama e odia, tifa e insulta. Tutto per poter dire: “Ho vinto, adesso vi ho fregato a tutti”. Perché quando vince la squadra vinci tu e si parla con il “noi”. Ecco, persone come Lotito, come chi vuol fare la Superlega, presidenti che ragionano solo con il cervello, questo lo dimenticano e non dò la colpa ai tifosi, no, per loro, per noi, per me, chiedo la clemenza della corte, il beneficio delle attenuanti per totali infermità mentale.

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Venghino signori venghino. Ricomincia la vita

Venghino signori venghino.

Le luci si accendono.

Venghino signori venghino.

Si alza il sipario.

Venghino signori venghino.

Lo sgranocchiare dei pop corn. Il clap clap degli applausi.

Venghino signori venghino.

L’equilibrista balla sul rullo, i birilli volano in cielo incorniciando il sorriso concentrato del giocoliere, il clown rapisce gli occhi dei bambini.

Venghino signori venghino.

L’artista vola sulla corda, la giovane atleta mostra la delicatezza della forza, la magia scatena l’ooooh sorpreso del pubblico.

Venghino signori venghino.

Cammina su una corda come fosse una passerella, volteggia tra lenzuola fluorescenti, l’ombra dondola sulle pareti del tendone, sembra il volo di Peter Pan.

Sotto un tendone giallo e blu si celebra il ritorno alla vita. Ai sorrisi allegri dei bambini, alla spensieratezza di un momento ritrovato. Il ritorno al lavoro per giovani artisti fermi da troppo tempo.

È solo un piccolo e talentuoso circo di provincia. Eppure per un attimo sembra che sia tutto il mondo ad applaudire gli artisti che si inchinano emozionati e felicemente stremati.

(+++nella foto la baby Denise Castellucci, 14 anni, artista fenomenale dell’omonimo circo che due giorni fa è ritornato a lavorare dopo sei mesi di stop per Covid+++)

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La notte dei vaccini

C’è la mamma che porta il figlio e si fa anche lei il vaccino. Ci sono decine di mamme e qualche papà che accompagnano figli adolescenti come se fosse un concerto. C’è Anna, 12 anni che affronta “un po’ di paura” e poi si vaccina mentre mamma e papà aspettano fuori. C’è Angelo, volontario (e capo) della protezione civile Gopi di Polla che fino alle 2 di nottee, lo ha fatto per 12 ore, snocciola nomi su nomi. Placa gli animi e ogni tanto, spesso, grida. Ci sono i suoi volontari, instancabili. C’è Francesco, vigile urbano, che stacca il turno dopo 12 ore, ma non lascia il posto fino a quando la situazione non si tranquillizza. C’è Gerardo che non smette di fare iniezioni. Così le sue colleghe e colleghi. C’è Federica che vaccina se stessa e Martina, la piccola che porta in grembo. Gioisce. E poi c’è ancora una signora di circa 70 anni che aspetta il suo turno con pazienza seduta su una panchina, tra centinaia di giovani in attesa, senza che però il suo nome arrivi (per un errore veniale) e allora la volontaria della protezione civile la nota e la va a prendere: “Non mi dite nulla ma la signora la porto a vaccinare”. E giù applausi. Da tutti. E ancora: fidanzatini mano nella mano, amici in gruppo che attendono mangiando una pizza, fratelli e sorelle che sorridono. C’è chi lo fa per “poter guardare la Salernitana”, chi “per star tranquillo”, chi “per tornare alla normalità”. Sono questi alcuni quadri della giornata dedicata ai vaccini, anche in notturna, all’ospedale di Polla. Prima i convocati, poi i resti (non proprio un open day) e coi “resti” che sono centinaia di ragazze e ragazzi provenienti da tutto il Vallo di Diano e che si sono iscritti su dei fogli dal primo pomeriggio. Non proprio tutto corre liscio tra assembramento, lunghe attese, nomi che scompaiono, altri che appaiono, proteste di chi iscritto da tempo non viene ancora chiamato e che non vuole vivere giornate di attesa così. Alla fine, però, c’è soprattutto quella voglia di uscirne, di tornare alla normalità, di vivere serate così non per il vaccino ma per vivere una vita che manca da quasi due anni.

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Il mondo del piccolo G.

Ha i capelli ricci e lunghi, piccolo Beethoven. Così mi appare anni dopo l’ultima volta ho incrociato le sue corse. I suoi balzi e i suoi silenzi. Quei capelli non erano così lunghi e non gli disegnavano il volto quasi da artista come lo vedo ora. Corre e sorride. E io mi mordo le labbra perché mi ritrovo a pensare che il mio mondo sia quello giusto e non il suo. Il mio è il mondo normale, non il suo.


Normale, la parola che tutto giustifica e tutto differenzia. La nostra normalità e il loro mondo. Da una parte la normalità, dall’altra…


Ha meno capelli dell’altra volta ma riconosco il suo volto. Mi appare più vecchio rispetto a qualche anno fa quando correvo perché volevo dire la mia e ancora nessuno mi capiva e lui mi guardava con quello sguardo che non sopporto. Quello sguardo di ora, quello che ritrovo in quasi tutti coloro che attraverso in silenzio e correndo, ma non in quello di mamma, i suoi occhi sotto i capelli biondi mi danno l’unica cosa che cerco: amore. E’ questa per me la normalità.

La parola che dovrebbe essere usata per coinvolgere l’altro: la mia normalità, la tua normalità…e così via. Ma ora voglio correre, è la mia energia che mi spinge a farlo.


Eccolo là, corre di nuovo. Mi ha guardato strano, che io abbia qualcosa che non va, mi controllo la patta del pantalone se è aperta, i capelli – pochi – se sono ordinati, se sulle labbra ho un resto di maionese del panino che ho mangiato. Nulla. E allora perché mi guarda strano? Rispetto a qualche anno fa è diverso, più attento ma non mi piace quello sguardo. Vabbè ma è diverso, lui ha problemi.

Perché mi guarda ancora così, sono cresciuto e ho lavorato molto su di me. Non voglio certo essere come lui, la sua normalità è triste, in bianco e nero, non vede il mondo a colori come me, la mia tavolozza magica da artista che mi fa disegnare il mondo come lo voglio io. E allora perché mi guarda strano? Rispetto a qualche anno fa è diverso, più anziano e ha gli occhi più stanchi. Vabbè ma è diverso, lui ha pregiudizi.


Lo guardo ancora, corre, salta, ancora una volta. Poi mi sorprende. Si ferma, mi fissa e sorride. Almeno mi sembra l’abbia fatto. E’ stato un attimo, fugace. Forse me lo sono immagino. Mi sembrava di aver scorto un’esplosione di colori dietro quel sorriso. Ma è stato un attimo, troppo veloce. Sarà stata la mia fantasia, ogni tanto mi rispunta all’improvviso come quando ero bambino e avevo amici immaginari, vedevo giocattoli muoversi da soli. Tanto tempo fa, quando ero stolto.


Mi sono un attimo fermato a guardarlo. L’ho fissato e ho pensato. Io so cosa è la felicità, tu l’hai dimentica. Gli ho sorriso sperando che la possa ritrovare. Tutti dobbiamo essere felici. Ora scusatemi, ho un amico da inseguire, dicono sia immaginario ma io lo vedo. Esiste. E lui non mi guarda strano come fanno tutti gli altri, lui mi guarda come mia mamma. Con amore e rispetto.

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Qua(ra)nta vita

No, questa storia, non inizia come si potrebbe pensare il 15 marzo del 1981, quindi 40 anni fa, bensì il 2 agosto del 1980. A Bologna.

Mia mamma, Raffaela per papà, Raffelina per il resto del mondo, con papà, Mimmo, e mio fratello Carmine, sono alla stazione di Bologna. C’ero anch’io. O meglio ero in arrivo. Secondo mese di gravidanza. La mia famiglia sale sul treno e parte verso Polla. Trascorrono pochi minuti e scoppia la Bomba di uno Stato nero. A casa, a Polla, pensano che siamo tutti morti. Per fortuna non è così.

Pochi mesi dopo, ancora senza essere venuto alla luce, perdo una delle figure più importanti della mia vita: il nonno di cui porto il nome e a cui dicono somiglio nel carattere.

Poi arriva un altro segno del destino: la partita tra Juventus e Inter. La mia squadra del cuore, la mia passione. Parlo dei bianconeri. Il caso vuole che proprio in quel momento arriva anche la Scossa. Con la S maiuscola, quella del 23 novembre. Morti e feriti, disperati e senza dimora in tutta l’Irpinia. A Polla per fortuna non si piangono vittime ma tante case sono danneggiate, anche la nostra. Così trascorro gli ultimi mesi prima di nascere in un vagone alla stazione di Polla, con mio fratello, di 6 anni più grande, che fa incetta di pannolini donati dall’esercito. Almeno così mi racconta.

Poi arriva il 15 marzo.

Nasco.

E visto le premesse, considero che festeggiare i 40 anni in piena pandemia, sia quasi normale.Grazie mille per gli auguri, grazie per chi c’è nella mia vita e la rende sublime, grazie ai sogni che coltivo, perché mi fanno sentire vivo.

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M.

La realtà mi appare deformata e io sono disarmata. Da anni vivo così. Senza neanche sapere perché. Senza neanche ricordare da quando. Quando tutto ha avuto inizio, quando una parte di vita, della mia vita, si è staccata dalla vostra normalità. Guardo le mani, le mie mani, le dita che si dissolvono quasi. Si allungano. Stupefacente se non fossero le mie mani e se non fossi sveglia. Non dormo, anche se spesso mi viene voglia di farlo per sempre. Quando mi assale l’ansia, la paura, quando nella mia mente tornano quei maledetti fantasmi. La vita si dissolve, la realtà davanti ai miei occhi si distorce. Ho voglia di scappare, le mie gambe non rispondono. Faccio cose che non vorrei. Faccio cose che neanche ricordo. E sono sicuro di non averle fatte. Sono stanca di questa vita ma non della vita, ma il vortice mi trascina, sempre più lontano e sempre più senza controllo. Lo vedo come mi guardano, come mi guardate anche se ora piangete. La corrente da tempo mi ha trascinato lontano, sempre più ai margini. Della società. Della vita. Come dite voi: borderline? Siamo in tanti qui, e di là tanti volti sentono la nostra presenza e per questo si girano dall’altra parte. Ma vi capisco, forse farei la stessa cosa al posto vostro. Ora non ci sono più, sono caduta dal bordo. Non ho trovato la pace nella quiete dove mi avete chiuso. Dove sono stata trattata come mi trattavano fuori da quelle mura. E ne sono uscita, finalmente, solo per non tornarci più. La vita si è accanita ancora con me, ci mancava il virus. La corrente mi ha trascinato ancora una volta. Ma stavolta non la resisto. Mi faccio trascinare. E mi addormento, per sempre.

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Altra velocità

Il Vallo di Diano si sgretola. Giorno dopo giorno. Lentamente.

Velocemente i giovani lasciano le proprie terre, le proprie famiglie. Lentamente si spengono gli ultimi anziani, lasciando un deserto sotto i piedi. Economico e di voti. Di sentimenti e di lavoro. Velocemente hanno tolto il Tribunale, tanto la Giustizia pur se poi va lenta nella terra degli Ultimi poco importa. Lentamente, quasi con sadismo da torturatori, l’ospedale tende a morire.


E’ un’altra velocità di cui ha bisogno un territorio di periferia. Un’altra velocità di pensiero, di solidarietà, di non piegarsi alle logiche dell’abbandono. L’Alta – senza “r” – Velocità al di là del progetto e della – per ora – non prevista fermata (sulla quale magari concentrarsi su eventuali lotte) ha ridato entusiasmo a 60mila persona. Ma non per il progetto in sé. Non perché una treno a tutta velocità possa far tornare improvvisamente il commercio a Trinità di Sala Consilina, il Tribunale, il Carcere, la scuola di infermieri a Sant’Arsenio e Polla (con un sussulto al mercato degli affitti), gli oltre mille badge all’ospedale, i reparti scomparsi, e via dicendo, ma perché ha fatto sentire a 60mila orfani la voce di una famiglia.


“Oh cazzo, si sono ricordati di noi. Esistiamo”. Ora spiegare che Rfi non sa dove sia il Vallo di Diano, tranne che per quella spina sotto il piede che è la Sicignano-Lagonegro, non è il caso, perché sarebbe come raccontare a un bambino, il 23 dicembre, che Babbo Natale non esiste. (E ovviamente, se ci credi, esiste).

Ma un semplice interesse verso il territorio ha ridato voglia di sorridere al sole che albeggia, al monte che incornicia il territorio. Ben inteso, un messaggio di speranza, che dovrebbe essere seguito da un libro di cose da fare. Di opportunità di lavoro (in bianco e pagato il giusto) da offrire, di favoritismi da evitare, di possibilità di puntare semplicemente su stessi.
Ecco il Vallo di Diano ha bisogno di un’Altra Velocità, di capire che un altro mondo è possibile, che la Politica sappia essere per una volta lungimirante, e che sappia coltivare quell’entusiasmo che è ben altra cosa rispetto a promesse populiste.


Rispetto a tante persone che esprimono opinioni su presunti dati certi – magari surfando su onde politiche o amicali – non so cosa accadrà, credo che l’Alta velocità con fermata sarebbe un’opportunità ma non la soluzione affinché il Vallo di Diano muoia più velocemente di quanto sta facendo.


Ecco dobbiamo capire quale sia la velocità del Vallo, capire che marcia ingranare e non sperare solo che un fischio di un capostazione possa svegliare il mondo che ci circonda. Certo è che sentirsi “nominati come popolo valdianese” ha dato un pizzico di voglia di sorridere all’alba anche a me.

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La storia di Libera (il nome è di fantasia) e di come è venuta alla Luce

La porta di ferro si apre all’improvviso, una luce intensa e afosa penetra nella stanza senza finestre, la polvere si alza in uno sbuffo che scompare subito. La stanza buia fino a quel momento si palesa per un solo momento. Il sole non riscalda l’umidità stagnante della dimora di pietre e fango. La puzza di stagno resta viva. Corre sulla pareti e termina sulla pelle. Le ombre di non si sa quanti uomini, tutti vestiti uguali, rompono quel fascio accecante in un attimo fugace. La porta si richiude con stridente calma. Cala l’oscurità. Lei è seduta in un angolo alla destra della porta, le pareti ai suoi fianchi. Unica, inutile e vacua protezione. Si stringe a sé portandosi le ginocchia al petto. Un uovo, sembra un uovo. Un uovo che uomini senza cuore, senz’animo distruggono. Fagocitano. Ma con lei non ci riescono. Non le distruggono il cuore, non l’anima. Lei il cuore ce l’ha e batte forte, più forte di quell’odio di quegli uomini privi di scrupoli.

La porta di ferro si riapre, stavolta lei corre verso la luce. Deve fuggire, non può tornare nella sua casa, nel villaggio maghrebino dal quale è partita per lavorare trovando l’Odio ad attenderla, non può farlo per quell’altro cuore che ora batte dentro di sé. Aveva tentato di eliminare entrambi i soffi dell’anima, ma quell’alito di vita è stato più forte della debolezza e della paura. Forse un’entità superiore ha voluto così. E allora non resta che fuggire, andare verso quella luce che ora si tinge di azzurro. L’azzurro del mare, di una barca scassata. Un azzurro che sa di puzzo di gasolio. Le urla di scafisti ben pagati e poco gentili invitano, anzi ordinano, di salire su mezzi che sono poco più di zattere. Lei tocca la sua pancia, la carezza, con un gesto lento e affettuoso circumnaviga l’ombelico. “Andiamo a scoprire la luce. Quella vera”. Sussurra con Amore.

Le onde arrivano all’improvviso, schiaffeggiano la barca. Le decine di persone a bordo, occhi stanchi e impauriti, donne e uomini con cicatrici evidenti e nell’anima, ballano una danza di paura. Una danza comandata dal Mediterraneo che quando si mette sa essere atroce. Tuttavia a un certo punto decide che può bastare così e gli occhi dei passeggeri puntano verso la prua, perché la speranza si mostra nella sua concretezza: quella della terra in vista all’orizzonte. Lei carezza di nuovo il suo ventre, dall’interno la risposta è un calcio delicato. Forse di giubilo.

Siracusa è già di per sé divina, lo è ancor di più per chi ritrova la gioia di vivere. Dura poco, perché è solo un punto di passaggio, ma la luce sicula stavolta riscalda davvero, un sole settembrino dà il benvenuto in Italia. Due giorni dopo saranno gli occhi pieni di amore delle operatrici della casa di Miriam, a San Pietro al Tanagro, a emanare calore umano per Lei e quell’altro cuore, quello che batte spavaldo contro il seme dell’Odio. Lei con i suoi trent’anni di età, su per giù, con la sua esperienza di vita, con le paure e le speranze, racconta tutto. La stanza, gli uomini senza cuore, la voglia di non proseguire, l’Amore che trionfa, o almeno spera trionfi. Le operatrici raccolgono, consigliano, si muovono. Per la commozione c’è solo spazio nei momenti intimi. Non si possono far vedere fragili.

Quell’altro cuore cresce protetto. Lei lo carezza, lui risponde calciando. Si muove, si muovono. Altri ostacoli però li attendono. Gli uomini, le persone, anzi, non sempre sanno essere luce. Non sempre sanno abbracciare con il sorriso e coccolare con la voce. Anche se indossano camici bianchi. Ma di fronte a quello passato in Libia, questi atteggiamenti sono virgole, hanno il tempo di un pausa ma poi si va avanti, dimenticandosene. E poi ci sono anche camici bianchi gentili che, un po’ per destino, po’ perché il mondo è pieno di angeli custodi, si svelano proprio a pochi giorni dalla scadenza dei nove mesi. La luce è vicina. Il secondo cuore vuole battere da solo.

E comincia a farlo in una notte di neve. Fredda fuori da quella stanza ma non tra le mura dell’ospedale che si riscalda quando quel cuore comincia a battere forte nel petto della piccola Hura (il nome è di fantasia), un cucciolo di donna che ha battuto l’Odio ben prima di venire al mondo, un cucciolo di donna che emana Luce. Quella che riscalda, che fa sciogliere i fiocchi che si poggiano sulle finestre, quella che fa piangere, stavolta di gioia, la sua mamma. Il primo vagito cancella le violenze, le cattiverie, le ombre della morte, e trasforma la Vita in qualcosa di meraviglioso.

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Il paziente salvatore

Paziente?

Sì sono io.

Nel senso di persona che sa aspettare senza ansie. Anzi come leggo sul vocabolario: “Abitualmente od occasionalmente disposto a moderazione, tolleranza o rassegnata sopportazione”.

Allora non sono io. O meglio lo sono, ma raramente ma sono un altro tipo di paziente.

E perché quando ho chiesto se è paziente ha risposto subito di sì?

Perché paziente lo sono, me lo hanno detto spesso ultimamente. Più volte ma non nel senso che intende lei.

Lei è un giornalista, un esperto di comunicazione ma devo dirle, caro mio, che non si esprime bene in italiano e non sa rispondere a semplici domande. Ripeto. Paziente?

Paziente al quadrato dire. Forse al cubo.

Mi sembra più pieno di sé che paziente. Presuntuoso oserei dire.

Forse è come dice lei, ma nell’ultimo anno sono un paziente paziente più che un giornalista giornalista.

Mi fa ridere lei, se non parlassimo di cose serie, si nasconde sotto un cappello di lana pesante, una sciarpa anonima e una mascherina e quello sguardo un po’ fisso che si perde nel vuoto. Dica la verità, le piace tirarsela.

Mi scusi se sono cosi, o se le do questa impressione. Mi levo il cappello se la fa felice. Anche se non potrei, fa freddo e devo difendermi. La mascherina la usavo già qualche giorno prima di questo pandemonio.

Ah, anche il timido fa. Magari ipocondriaco. E poi classico giornalista dallo sguardo finto stanco. So bene che la sua categoria non lavora poi tanto. Come diceva quello là “meglio giornalista che lavorare?”

È un luogo comune ma se le piace crederlo, glielo lascio fare volentieri. Sul fatto di essere ipocondriaco, beh, quello un po’, ma a ragione direi.

Si dà anche ragione da solo. Mi fa sorridere. Ma un sorriso d’ira, sa cosa vuol dire?

L’ira l’ho abbandonata da un po’, non fa parte del mio carattere.

Giustamente, si sente superiore a me e me lo fa notare con un po’ di finta superficialità. Ma va bene, la sto capendo. Ah, è anche rasato, tipico atteggiamento da giornalista di Libero, un po’ naif, un po’ nazist.

In realtà i capelli li perdevo da anni, poi, poi gli ultimi che sono rimasti mi hanno abbandonato. Spero ricrescano.

Non credo e comunque se li raserà, conosco i tipi come lei. Torniamo al termine paziente? Questo è un sondaggio e lei non risponde.

Paziente, nel 2020, lo sono almeno due volte. Forse tre. Al cubo le dicevo.

Esagerato. Davvero una persona esagerata. Un mitomane.

Abbi pazienza lei, ora e mi ascolti: ho vissuto una malattia che mi ha debilitato, mi ha fatto conoscere i dolori della chemio, l’ho affrontata con paura ma senza perdere il coraggio e la lucidità, poi è arrivato il Covid e ho dovuto affrontare la paura del virus mentre viaggiavo per combattere il tumore e poi il virus mi ha preso lo stesso e allora ho avuto nello stesso momento, dentro di me, Covid e tumore. Credo si siano presi paura uno dell’altro, o almeno lo spero, cosi sono fuggiti entrambi. Di certo io ho avuto paura di loro ma non sono scappato. Sono stato paziente, sì, due volte paziente. O come dicono gli acculturati degente. E ora mi piace raccontarlo con il sorriso, non di ira, ma di speranza. Il sorriso alla vita. Ho soddisfatto la sua domanda?

Suppongo di sì. Scusi se le ho fatto perdere la pazienza.

No, macché, resto paziente. Ma spero solo nel suo modo di intenderlo.

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L’abbraccio dimenticato

Le braccia si allargano. All’improvviso. Un gesto che non è più naturale. Parallele al terreno, dritte senza remore, le braccia sembrano sprigionare energia pura. Le mani si aprono come un’esplosione. Le dita tendono all’infinito. Si staccano l’una dall’altra quasi come se volessero permettere di spiccare il volo. La terra pare vibrare sotto i piedi. La bocca accompagna le braccia. Si allarga anch’essa in quello che sembra proprio essere un sorriso. Un largo sorriso. Gli occhi brillano riscoprendo che l’essere umano può anche ridere. Sorridere. Bagnati quasi sfocano la figura di fronte che come in uno specchio ripete gli stessi movimenti. Le braccia si allargano, le mani tendono all’infinito, il sorriso si fa ancora più largo e si avvicina. E poi, poi rieccolo, quel gesto che sembra cancellato dal Tempo e che tanto ci manca. Quel gesto che sta tornando, grazie alla Scienza, al vaccino, alla speranza. Quel gesto che sembrava tanto normale che quasi non ci si faceva caso. Quel gesto che dà vita e che una volta chiamavano: abbraccio.

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Personaggio dell’anno 2020: Luigi de Angelis (e i “camici bianchi” in prima linea)

Luigi de Angelis è primario del reparto di Rianimazione dell’ospedale di Polla. E’ lui, parer mio (unico giudice di questo riconoscimento che per “gioco” porto avanti da quando ho aperto questo blog), il personaggio dell’anno nel sud della provincia di Salerno. Lui, pollese d’adozione e profeta in patria, in rappresentanza di tutto il personale ospedaliero, distrettuale, del sud della provincia di Salerno e ovviamente dell’ospedale valdianese in primis. L’ospedale di Polla – occorre fare questo inciso – è un struttura in bilico in quanto depauperata da tempo nel nome dei tagli, della politica dissoluta, dei favoritismi personali, della malagestione personalizzata ma è – allo stesso tempo – l’azienda (la “fabbrica”) che dà più lavoro al territorio e quindi serve sia alla Salute di 60mila persone che all’Economia.

E si è trovato, l’ospedale di Polla, ad affrontare questa emergenza, come in tutta Italia, con pioggia di casi nella prima e nella seconda ondata, con il ritardo dei rinforzi da chi avrebbe dovuto aiutare invece di far di conto e far di politica. Sono stati fatti errori, qualcuno si è imboscato, qualcun altro anche nell’emergenza ha guardato al suo tornaconto personale, ma ci sono stati donne e uomini che non hanno mollato un centimetro, mai. Affrontato la paura, sostenuto il malato. Che poi si dimentica è l’unico vero fine di un ospedale. Ebbene, per il mio insindacabile pare, Luigi de Angeli, decenni vissuti nell’ospedale, luminare nel suo campo, rianimatore e anestesista che – pur mai apparendo in questi mesi – è stato in prima linea. Non solo un generale che comanda dal ponte di comando (che pur servono e sono fondamentali) ma anche un soldato che indossa elmetto e divisa in trincea. Lui e con lui tanti altri come lui in tutta Italia. E nel mondo ovviamente.

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La storia del bambino che non poteva giocare e dello spirito del Natale

Gli occhi per viaggiare. L’unico modo, forse l’unico biglietto, per andare verso un mondo diverso. Migliore. L’unico modo per rompere quelle barriere che lo circondano sin dal suo primo vagito. E che lo circonderanno per sempre.

Gli occhi per viaggiare, per parlare, per piangere, per ridere. E soprattutto per giocare. I bambini non possono non giocare. E’ un diritto inalienabile. Ma lui, il piccolo protagonista di questa storia, non poteva giocare, ingabbiato da sbarre invisibili ma indistruttibili. Solo Babbo Natale, o il suo spirito, avrebbe potuto riuscire nel regalo più bello.

Siamo nel 2019. Lui, il protagonista, un bambino tutto speciale, vive circondato dall’amore della famiglia, circondato dalle difficoltà di una vita in gabbia, una gabbia trasparente ma insormontabile, circondato da tubicini che lo fanno continuare a vivere, circondato, soprattutto, da una voglia estrema di giocare. Forse la letterina a Babbo Natale la scrive con la mente, forse ci pensa sua mamma. Forse è il destino a metterci lo zampino. O semplicemente il web, una delle nuove strade usate da Santa Claus per conoscere i bisogni dei bambini. La sua storia, la storia del nostro bambino, il suo desiderio viaggia sull’etere. E c’è solo un modo per rompere quelle sbarre disegnate con materiale che pare indistruttibile: una stanza sensoriale da ideare, costruire, allestire, nella sua casa. Un sogno enorme, soprattutto perché qualcosa del genere ha un costo eccessivo, che neanche le strutture pubbliche spesso possono permetterselo. Ma è l’unico modo. Impossibile.

O forse no.

Bisogna credere a Babbo Natale, al suo spirito, alla sua forza. E bisogna credere anche alle nuove strade che potrebbero percorrere le letterine a lui indirizzate e le piste che traccerà la sua slitta. Qualsiasi forma abbia.

Il desiderio di giocare del nostro piccolo protagonista viaggia a sua insaputa, prima su un aereo che gli permette di volare regalandogli le ali per curarsi in modo opportuno , poi sul web per realizzare un altro bisogno vitale: il gioco. E’ lì, sul web, che un imprenditore di nome Giuseppe, ma che in realtà è un travestimento di Babbo Natale, conosce il desiderio e anche il bisogno del piccolo protagonista. Una stanza che faccia giocare chi è ingabbiato, che faccia viaggiare gli occhi, la mente di quel piccolo. Una stanza magica, pregna di spirito di Natale.

Impossibile. A Natale nulla è impossibile.

Babbo Natale si muove un po’ prima delle feste natalizie del 2019, la sua slitta è in realtà una stupenda auto e le renne sono diventati cavalli rombanti di un motore che scava l’asfalto come fosse neve del Polo nord. Babbo “Giuseppe” Natale si trova di fronte un’impresa complessa. Ma ha due elfi speciali come aiutanti e ha nelle mani la magia del Natale. Non si arrende, non si piega alle difficoltà. Il primo elfo lavora con la mente. Ha capelli che sembrano pettinati con i petardi e fantasia che si perde oltre confine. Il secondo elfo ha mani callose di chi sa lavorarci e creare dal nulla. Loro due e il supporto fondamentale di Santa Claus fanno sì che la stanza magica prenda forma. Giorno dopo giorno.

E Babbo Natale esiste per davvero, perché il 25 dicembre del 2019, appena spunta il sole, quella stanza diventa vita. Vitale. Il nostro piccolo protagonista vede esaudire il suo desiderio. Può giocare. Davvero. La stanza magica è realtà. I suoi occhi, gli occhi del piccolo, viaggiano, giocano. Vivono ancor di più.

Babbo Natale esiste. O meglio il suo spirito esiste e si impadronisce delle persone che hanno il cuore aperto ad accoglierlo.

Giuseppe e i suoi elfi bevono il latte rimasto sotto l’albero, assaporano i biscotti al cioccolato e volano via. Sorridenti. Lasciano Samuele può finalmente giocare.

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D10

Il dio del calcio apparve quasi all’improvviso nel Vallo di Diano, in una fresca serata di circa 35 anni. Era il 1986. Un’illuminazione sulla via del sud, tra le ultime terre della Campania, che portò la gente, tifosi e non solo, a urlare al miracolo, quasi a stracciare le vesti se non fossero preziosamente vestite di maglie azzurre Napoli. O come quelle dei bambini e dei ragazzini: bianche ma con su un numero scritto con un pennarello: “10”.

Non era ancora il tempo delle maglie personalizzate, era il tempo dei numeri e in pochi potevano essere identificati solo grazie alle cifre. Il 7 di Best, il 14 Cruijff. E soprattutto lui: Maradona. Il Dieci. Dio apparve con il suo numero, il 10, i suoi ricci e il suo sorriso. Forse il numero non lo aveva indosso, aveva un giubbino di jeans e una maglietta ma per i suoi fedeli, e per i miscredenti che dovettero ricredersi, il numero era come una stimmate: c’era. Il suo angelo custode in quell’apparizione sul finire degli anni Ottanta fu il suo vecchio capitano, Beppe “Pall e fier” Bruscolotti, all’anagrafe nato a Sassano e nel mondo del calcio nella Pollese di Gerardo Ritorto prima del salto al Sorrento e poi al Napoli. Bruscolotti gli cedette la fascia da capitano per il secondo tricolore, gli cedette la sua terra per una notte magica.

L’apparizione del dio del calcio avvenne in diversi momenti, in un ristorante di Polla, al Margaret, dove pranzò con apostoli, ben più dodici, che lo adoravano. E non c’era alcun Giuda. Anche chi amava Platini cambiò per una notte la sua religione. E poi eccolo apparire nella scuola elementare con tutti i bambini delle elementari di Sala Consilina. Ridere con loro. Giocare con i quarantenni di oggi. Conobbero il dio del calcio in una palestra. E poi il club di Sala Consilina che era intitolato al vice presidente del Napoli, Gallo, originario di Padula, il suo consulente finanziario. Anche dio ha dei conti da tenere in ordine.

Pare apparve anche in altri paesi del Vallo di Diano, a Sassano e non solo. Sarebbe dovuto anche apparire in una manifestazione di piazza ma i fedeli erano talmente tanti che dovettero desistere. C’è anche chi dice di averlo visto palleggiare con San Michele o dribblare Sant’Antonio. Allucinazioni, forse. Follia pura. Anzi no, amore. Vero, puro. Oltre i colori, oltre la maglia. Le strade erano stracolme, i locali pure. Le lacrime d’emozioni di allora, ora sono quelle di tristezze nel Vallo di Diano. E ovunque. Perché quell’apparizione è stata raccontata per 40 anni da queste parti. Ci sono le verità, le fantasie, le storie verosimili. E ci sono le leggende su quella visita di Maradona e del suo fido angelo Bruscolotti che fece sentire il Vallo di Diano, almeno per una volta, paradiso. Aveva appena ospitato il dio del calcio. E se ne sarebbe parlato per decenni.

Forse per sempre.

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La danza di Federica

In punta di piedi. Un gesto veloce delle caviglie, uno scatto di muscoli armonioso. Delicato e potente allo stesso tempo. Un passo danzato, un sorriso accennato, due occhi che sprigionano energia e passione. Che cercano quelli dei suoi cari per rassicurarli. Ancora una volta. Federica era per gli altri, si donava agli altri. Li capiva. Viveva per chi la circondava.

Balla Federica, un salto maestoso, gambe e braccia parallele. Gli applausi sono tutti per lei. Come le lacrime che cadono all’alba, quando ha cominciato a danzare in un altro Cielo. Ma Federica, che a 20 anni aveva sogni e speranze, paure e certezze, non verrà dimenticata. Non lo sarà per quello che ha dato a chi ha avuto l’onore di conoscerla e non lo sarà per chi l’ha conosciuta in questi pochi giorni. Perché in pochi maledetti giorni è diventata un simbolo. Suo malgrado. Perché anche dal letto dell’ospedale ha continuato a sprigionare quell’energia che aveva la sorgente dalla sua anima.

Ha fatto vincere, lei più di ogni altro probabilmente, una gara di solidarietà al suo territorio. Ha unito paesi e cancellato confini. Ha reso amici gli estranei, ha fatto sussultare d’orgoglio chi ha potuto donare il proprio sangue. Ha fatto capire, in poche ore, che donare è uno dei gesti più nobili che ci possa essere.

Ha donato, ella stessa, una speranza e dispensato bei pensieri. Ha fatto un miracolo, purtroppo nella sua sofferenza.

Ecco perché Federica non può e non si potrà dimenticare. Ecco perché ora balla con il sorriso dolce e delicato anche in un altro Cielo. I suoi occhi rivolti ai suoi cari, oggi come ieri. Gli applausi sono tutti per lei. Come le lacrime.

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Scrivi una cosa bella

Scrivi una cosa bella. Sembra facile. Mi verrebbe da scrivere di un ricordo d’infanzia. Che ne so, la pizza da Zi’ Salvatore, la margherita perché non c’era tanta alternativa e la coca cola al piano di sotto con tre amichetti, sempre gli stessi, Paolo, Nicola, Giuseppe, perché di sopra andavano le famiglie. Ma non è una cosa bella, è nostalgica. E allora forse il primo bacio, a 14 anni, ma quando l’ho ricordato a lei, dopo anni e vite oramai lontane, lei manco se lo ricordava. Manco questo è una cosa bella, beh devo ammetterlo. Una cosa bella per superare il momento mi si chiede e mi chiedo. I mondiali del 2006, quelli da scrivere sono una cosa bella, lontana 14 anni, con errori personali, la vidi con persone estranee a Perugia e abbracciai me stesso, pure se avevo amici poco lontani. Allora Grosso diventa un esempio di un calcio di rigore da lui segnato, da me sbagliato. Ma sta cosa bella la devo trovare. Il Capodanno del 2003 o forse del 2004, quando ho iniziata, spero, a conquistarla, ecco questa è bella. Devo ringraziare più Rino Gaetano che mi ha donato un canale di comunicazione che ci unisse più che le mie doti comunicative. Ecco dovrei scrivere di questo, ma questo preferisco viverlo più che scriverlo. E allora il 2 ottobre 2000, Anna sul pullman con me, seduta al mio fianco per la stessa avventura e mamma che fingeva di non piangere sotto, prima della partenza. L’università. Bel ricordo, ma anche questo malinconico. A 18 anni capii veramente quanto i miei genitori tenevano a me e quanto io a loro. Sono sempre stato un ritardatario. Anche di anni. Allora la doppietta, unica e sola sul campo di Monte San Giacomo. Ma posso essere felice da calciatore estremamente scadente e panchinaro nel Dna anche in Terza categoria? Un sorriso però me lo strappa. Scrivi una cosa bella, il primo film al Cinema, Rambo, a Polla. Poi guardo quel cinema sconfitto dal tempo, e non è una cosa bellissima, ma un affettuoso ricordo. No no, racconto delle ranocchie che mi accompagnavano prima di dormire nelle estati pollesi, mi sembra da scadente film americano. Ma quelle ranocchie ancora mi fanno stare bene. Un’impresa difficile scrivere una cosa bella: il primo articolo, nel 2002, una corsa podistica, chiesi le classifiche e gli organizzatori mi dissero che le avrei letto il giorno dopo sul giornale, e chi glielo spiega che il giornale sarei stato io. Guarda tu in che groviglio dovevo cacciarmi per non scrivere di covid e di sei mesi difficili per tutti e per rispondere a un invito: “Scrivi una cosa bella”. Forse, forse…forse non so scrivere una cosa bella, ora, ma ho scritto della mia vita, che potrebbe essere la vita di chiunque, con esperienze, emozioni e paure. Ma comunque da vivere, da rivivere e alla quale regalare nuovi giorni per rispetto di chi non c’è più e di chi ora rischia di perderla. Vivere e rispettarla, ovvero viverla ora con l’attenzione per l’altrui vita e poter un giorno poterla viverla senza questa paura che ci circonda. Non so se è una cosa bella, ma è la vita, la nostra vita e comunque merita di essere scritta.

*foto bella di Williams Antonio Lamattina.

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Il medioevo ritrovato e smarrito: San Severino di Centola

Un gradino dopo l’altro guardando sempre verso l’alto. Verso la meta. Verso un sentore di romanticismo che si auspica di trovare al termine della fatica. Il romanticismo del tempo perduto e da riscoprire, di un luogo che visto da laggiù, dalla strada che porta al mare, ha sempre affascinato. Incuriosito. San Severino di Centola padroneggia lo sguardo di chi va verso Palinuro o Marina di Camerota. E’ sempre stato un appuntamento rimandato per chi fa il turista del mare della domenica, di quelli che la mattina guardano in alto e dicono: “Alla prima occasione veniamo a vederlo quel paese”.

La prima occasione – colpa mia per questo ritardo – è arrivata dopo anni di viaggio domenicale verso il mare. Arrivarci, a San Severino di Centola, è semplice. Molto più facile di come da giù immaginavo. Poche curve, si parcheggia e ci si può incamminare lungo la scalinata. L’ingresso, la “porta” verso le scale e i tanti gradini che attendono il viaggiatore, non è proprio di quelli che possono definirsi medievali. Non è un varco nel Tempo, come potrebbe essere quello che porta verso un viaggio anche “soltanto” temporale, ma almeno si nota bene. E considerando altri luoghi “simili” visitati è almeno un buon inizio.

Poi c’è l’affascinante lunga scalinata. Affascinante perché ogni gradino fa aumentare l’aspettativa, il desiderio di scoprire ciò che non si conosce. La parte del castello, dove porterebbe il primo “bivio” è chiusa per lavori. Ben vengano per riconsegnare ciò che era. Ben venga il ricreare quello che era per farlo tornare Presente. E allora non resta che visitare l’altro lato, quello non soggetto a lavori. Da tempo purtroppo.

Il viaggio nel medioevo è affascinante, i luoghi che raccontano il proprio vissuto portano consapevolezza e suggestione. Resti di una vita che fu, di avi, di amori vissuti tra vicoli e scorci a strapiombo. Magari un primo bacio dato alla luce di luna piena, con un panorama di stelle e di vastità di fronte. Questo romanticismo, tra i ruderi di San Severino l’ho provato. Così come camminare nell’unica area rimessa a posta, quella che porta alla chiesa madre. Ma il resto, però, è cornice infausta. Tra erba, ruggine, scale abbandonate, insegne di un presepe vivente che sarà o che è stato e che ha lasciato troppi segni nel già segnato paese. Il Tempo è vissuto. Fin troppo.

Resta però il fascino di un paesaggio da scoprire e riscoprire, un paesaggio che vorrò visitare di nuovo, magari a lavori ultimati e non solo dell’area del castello. San Severino è stato un appuntamento in ritardo che sono felice di aver portato a termine. Ma in ritardo è anche chi dovrebbe averne più attenzione. E allora spero che – come ho fatto io – quel ritardo sarà colmato e si possa tornare a parlare e scrivere solo della possibile storia di quel bacio al chiaro di luna in uno splendido scorcio di un paese medievale.

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Trovare dio da un terrazzo: Pianoro di Ciolandrea

Questa storia può cominciare solo da un punto, da un momento, da un attimo: dall’esplosione di emozioni. Dalla rivelazione. Da quell’attimo in cui colori, sensazioni, odori, palpiti, rumori e silenzi deflagrano. Il momento in cui si guarda l’essenza del mondo. Il momento in cui ci si affaccia sul terrazzo da dove si può ammirare il punto esatto nel quale mare, terra e cielo diventano un tutt’uno. Diventano dio anche se sei ateo. È Pianoro di Ciolandrea, il balcone, il terrazzo, anzi, di San Giovanni a Piro su quattro regioni d’Italia.

È un tuffo per lo sguardo. Un tuffo volteggiante, con braccia aperte a mo’ di croce, la testa verso l’alto e il vento nei capelli. Un tuffo che fisicamente non fai, ma che senti dentro di te. Senti il vento. Lo senti appena gli occhi si gettano oltre l’orizzonte: la sensazione è difficile da spiegare, ma forse per questo straordinariamente stupenda.

L’attimo che vale il tutto, il viaggio, le curve, le poche indicazioni stradali, l’assenza di parcheggi o altre migliorie che arriveranno. Si spera

L’attimo si incastona nella mente, nel cuore. Un’esplosione, una deflagrazione. I colori che riempiono lo sguardo, le tonalità di azzurro, di verde, di bianco, di marrone, che pian piano si collocano nei loro spazi naturali. Nel mare, nel cielo, nella terra, negli scogli, nelle scie schiumose delle barche, nei fili di nuvole.

La fortuna di trovare una giornata limpida, anche se d’ottobre, aiuta certo. Anzi rafforza ancor di più la meraviglia. Fa caldo ma non eccessivamente, non c’è nessuna voce che rompa il momento. Le nuvole grigie sono alle spalle e di fronte ecco il paradiso. Se mai dovesse esistere. Le tonalità di azzurro conquistano il mare, dalla costa fino all’orizzonte, dove quasi in modo impercettibile si trasformano in celeste. Un bacio delicato quanto passionale quello tra mare e cielo. Le nuvole bianche tagliano il cielo, lo rendono simile a un quadro che magari avrebbe potuto disegnare Maria Dorotea di Sia, la giovane artista di San Giovanni a Piro scomparsa troppo presto e la casa Stella a lei dedicata dai genitori, non è molto lontana da questo luogo incantato. Per un attimo l’ho immaginata sulla panchine sul prato con vista mare raccogliere ispirazione. Incantesimo di un luogo magico, divino. La terra che fa da cornice ma che è al tempo stesso opera d’arte.

In lontananza Stromboli, la Sicilia, poi risalendo con lo sguardo lungo la costa ecco la Calabria, il Cristo di Maratea, la Basilicata, la Campania, il Sud che si mostra meraviglioso, si mostra per quello che è, che dovrebbe sempre essere. È un attimo, ma una deflagrazione che nel mio sguardo durerà una vita.

È Pianoro di Ciolandrea

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Alle fiera della scuola

La scuola cosa è? O almeno cosa dovrebbe essere?

Una serie di domande, che dopo il video dell’aggressione di un professore allo studente, dei giorni scorsi, tornano attuali laddove fossero mai andate fuorimoda.

E’ diventata, la scuola (o meglio il sistema scuola), anche se forse lo è sempre stata, ma ora ancor di più, anche luogo di interesse e di interessi, di conflitti di interesse. Si potrebbe anche dire. Nel Vallo di Diano – ma credo un po’ ovunque – con le varie riforme, la scuola è diventato anche luogo di “ricerca dei clienti”. Laddove i clienti sono gli studenti e la ricerca è la promozione della propria scuola. E si badi bene non parlo del solo istituto scolastico in questione, ma di tutti gli istituti scolastici. Un concetto di commercio che stride con l’istruzione, con il formare gli uomini e le donne del futuro. O che forse li prepara al mondo che sarà: sempre più spietato. Il “commercio scolastico” ha creato dei veri e propri mostri. Lotte interne ed esterne, scintille tra comuni e amministratori, gestori delle scuole che sono diventati negozianti con il rischio di superare il confine. Lo dimostrano le liti tra scuole, tra dirigenti scolastici, tra politici per questa o quella scuola. E come ogni promozione, anche come ogni spot si evidenzia il meglio del proprio prodotto e se si può si fa notare il peggio dell’altro. Ecco la scuola sembra essere diventato un prodotto più che un luogo di crescita, un prodotto da vendere, tutelare e promuovere. Marketing al post dell’istruzione. Un luogo da vendere come novelli Giorgio Mastrota o Wanda Marchi, con offerte strabilianti ma che più che altro accecano. Da tutelare a ogni costo, anche rischiando di diventare luogo che insegni l’omertà. Perché sta passando anche questo messaggio: dire ciò che accade nella scuola è sbagliato. “La prima regola della Scuola, non parlare mai della Scuola”. O almeno delle magagne che accadono tra le mura scolastiche. I panni sporchi si lavano in famiglia, ma la scuola non è famiglia. E’ comunità.

Io adoro parlare delle belle cose che si fanno a scuola e il “Pomponio Leto” (lo prendo a esempio perché è il luogo del video) è una miniera di belle cose. Ma non si può solo parlare del bello di ogni scuola. O di ogni ambito.

In merito al video, al di là del cervellotico sdoganamento della violenza tra centinaia di commentatori social (e non solo social) del video (personalmente non credo che con la violenza si insegni alcunché), altre accuse sono state rivolte a chi ha girato il video stesso. Qualcuno ha sostenuto sia una trappola. Non credo, ma se pur fosse, se qualcuno ha ideato la trappola è perché c’era qualcosa o qualcuno individuato come “nemico” da catturare. E se il nemico viene visto un professore, qualcosa non va alla base. Giusto, i cellulari non devono essere portati in classe. Ci possono essere provvedimenti in tal senso e le regole vanno rispettate. Allo stesso tempo, però, ho sempre creduto che ognuno si difende con le risorse che ha: se gli studenti si devono difendere a scuola (e questa frase mi inorridisce perché uno studente a scuola si deve sentire protetto) con il cellulare, allora ben venga ciò che hanno girato. Allo stesso tempo, ben vengano provvedimenti e sanzioni verso studenti che portavano avanti l’atavica pratica del bullismo (a miei tempi si chiamava nonnismo) o che non rispettino i ruoli. Anche punire gli studenti sembra essere passato di moda per evitare che si sappia che la scuola sia severa, sempre nel nome della vendita del prodotto.

Senza quel video si sarebbe saputo dell’aggressione? Sarebbero stati creduti? Non è mia intenzione ragionare per categoria, ci sono studenti che sbagliano e ci sono professori che eccellono, ma l’andazzo pare sempre andare contro i primi. Da sempre si punta sui giovani ma se poi fanno cose che agli adulti non piacciono sono i primi a essere penalizzati. Alla fine l’impressione è che i giovani siano solo ottimi argomenti per riempirsi la bocca di buoni propositi e gli studenti clienti di un prodotto che è diventata la scuola dove gravitano interessi dei più grandi.

Tristi commercianti dell’istruzione.

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D(‘)istruzione

Questa è la storia di un minuscolo segno nella storia. Forse insignificante. Forse no.

Una mattina, tra quattro mura e due finestre, subito dopo un suono tanto improvviso quanto atteso due occhi si concentrarono sull’immagine che avevano davanti.

Era una figura minuta, gli occhiali, tondi, sulla punta del naso e lo sguardo puntato verso il centro delle lenti. La figura minuta era seduta, la testa inclinata davanti di poco, quel poco per scorrere una lista di nomi. Quel registro era una sentenza mattutina come l’ordine perentorio che quel figurino lanciava ogni mattina, che fosse primavera o pieno inverno: “Cambiate l’aria, aprite tutto”. Tutti ascoltavano con timore e preferivano il gelo al diniego. Compresi quei due occhi che lo fissavano ogni mattina quando fuggivano da casa ancora assonnati. L’altro ordine era: “Quando non ci sono io, c’è una linea gialla immaginaria ma voi la vedete, è davanti alla porta. Chi la supera è finito”. Qualcuno a dir la verità l’aveva superata. Divenne sempre il primo. A essere interrogato. Anche in gita. Quel registro era una sentenza ogni mattina. Il figuro, a volte con occhio losco, a volte con un sorriso bonario, era capace di far tremare quei ragazzi così spavaldi dietro ai banchi e tra i compagni. Ma era capace anche di insegnare. E non solo nella sua materia ma nella scuola della vita. Quei due occhi, così come gli altri, lo avevano percepito. Praticamente da sempre. Nonostante le rigide regole e la pioggia di insufficienze. Lo capirono ancor di più quando durante una gita quel figuro minuto si mise tra loro e un esagitato autista. Per difenderli. Proprio lui che li castigava ogni volta possibile.

Quel minuto figuro che aveva personalità e carattere, mezzi rozzi e intelligenza fine. È stato un esempio più che un professore. È stato un piccolo segno nella mia vita. Un apostrofo.

Lo stesso che riesce trasformare il desiderio di distruzione in voglia d’istruzione.

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I decreti dell’odio e la vera integrazione

Con la cancellazione dei decreti Salvini (e Conte I) si eliminano l’odio legalizzato e una legge che non aveva testa né coda lasciando, paradossalmente, più clandestini sul territorio italiano e meno possibilità di integrazione. Empiricamente era una legge, che al di là delle valutazioni personali, era monca: a un certo punto non diceva più che cosa si doveva fare con il richiedente ma vivere in un limbo. Pericoloso. Al di là delle disamine sui decreti (che furono), sulle quali non credo di avere le capacità, mi piace però l’idea che cambiare quei decreti possa contribuire a una mutazione di mentalità, consapevole che si tratta di un percorso tortuoso e pieno di ostacoli e forse senza un traguardo univoco.

E allora, proprio questa foto, di tre anni, forse è un segno del destino di come un altro mondo, anche nell’integrazione, è difficile ma possibile.Era una sera d’autonno, fredda. Con l’Insteia, squadra di calcio a 5 di Polla, ci stavamo allenando nel campetto del paese. Un campetto che è luogo di possibile integrazione perché chi vive tra Sprar e centri vari se usato ancora meglio. Lo sport unisce. Un linguaggio comune anche per chi parla lingue diverse. Da favorire. Giuseppe Metitieri presidente della squadra (amatorialissima), ben prima di questa foto aveva deciso di avere un richiedente asilo nella società. Una splendida idea. Quell’ottobre del 2017 ci stiamo allenando e lasciamo gli spogliatoi aperti, tanto non è mai accaduto nulla. E invece alla fine dell’allenamento la brutta sorpresa, manca un cellulare a uno di noi. Rubato. Cerchiamo di capire cosa possa essere accaduto e riusciamo tra tecnologia e contatti personali a individuare chi possa essere stato l’autore del furto. Un ospite minorenne di un locale centro di accoglienza. Due sono le strade davanti a noi, la denuncia o il contatto. Scegliamo la seconda, contattiamo Giusy Salerno, responsabile di uno dei centri di accoglienza pollesi per parlare con il 15enne autore del furto. Lui, il ragazzo ha già capito di aver sbagliato e chiede alla sua responsabile e a Pape Gora Tall, il tutor, di poter chiedere scusa. Arriviamo alla sera della foto. Il ragazzo con alcuni suoi amici arriva al campo di calcetto, noi ci stiamo allenando, entra con gli occhi bassi e il cellulare in mano. Lo consegna al proprietario e chiede scusa con un discorso breve, toccante. Qualcuno ha gli occhi lucidi. E chiunque era lì, in quel campetto quella sera, chiunque è in questa foto oscurata, è cresciuto, è integrato. Non sbagliare mai è difficile, sbagliare e chiudere scusa è arduo. L’integrazione, vera, fuori dai decreti populisti, passa anche da momenti come questo.

Nota a margine: quel ragazzo ora è maggiorenne, sta bene, non ha problemi con la legge e il cellulare lo ha comprato lavorando regolarmente.

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Con Cussione e con Nivenza

Questa è una favola. Anzi, no. Questa è una storia vera ma un po’ romanzata. E non può essere una favola perché non ha lieto fine. Questa è la storia di Cussione e Nivenza. Di due persone che facevano finta di non amarsi ma che alla fine stavano sempre insieme, in un rapporto quasi morboso. Forse malato, forse d’interesse. Ah, certo. Perché sia una storia c’è bisogno di un tempo e di un luogo. Allora il tempo è il nostro e il territorio? Pure. Il nostro, il Vallo di Diano. Ma potrebbe essere il vostro. Questa quindi è una storia di oggi (ma è stata anche di ieri e purtroppo lo sarà pure di domani) che si svolge tra le strade di casa nostra e non comincia con il classico “c’era una volta”. Cussione è una persona che ama apparire, magari indossare una fascia, mettere una divisa, un camice bianco, o qualsiasi altra maglia che abbia stimmate statale. Cussione ama avere un ruolo importante, solo così si può sentire vivo. Cussione ha stile, ci sa fare, sorride sornione, ne sa più di tutti, o almeno così ne pensa, e si sente intoccabile. Cussione a casa propria non è così sicuro di sé, teme che il suo bluff venga scoperto un giorno, ma l’immagine è importante e non lo darà mai a vedere. Sorride, ha un cerchio magico attorno, e sempre un amico da aiutare. Che poi amico è una parola grossa. Ha sempre qualcuno della sua pasta da sostenere, salvare, chiamare: che sia per un abuso, per un lavoro da favorire, per rifiuti da far scomparire. E chi più ne ha più ne metta. E poi c’è Nivenza. Nivenza è più timida, spesso abbassa lo sguardo o gira la testa. E’ proprio questa una sua grande caratteristica, quando c’è da vedere qualcosa, lei è bravissima a non vederla. Non proprio non vederla, a far finta di non averla vista e poi dimenticarla, praticamente un attimo dopo. Nivenza però ha anche un’altra peculiarità, a voce, perché a voce è molto brava, critica sempre Cussione, i suoi modi, “fa fermata, è illegale”, dice senza ma fare qualcosa. Lo dice, per lei già basta. E poi un’altra volta, di fronte a un fatto reale, abbassa lo sguardo, gira il volto, e quasi invidia quel potere manifestarsi al suo fianco. Nivenza, anche se non lo ammetterà mai, vorrebbe essere Cussione, e questa cosa la lacera dentro. Per questo a un certo punto pare quasi di aver il coraggio di denunciare l’ennesimo abuso, ma poi si ricorda che avrà bisogno anche lei di Cussione per un lavoro, un fastidio in meno e torna a essere pavida e tollerante. Questa non è una favola perché non c’è il lieto fine, c’è solo il fine. Questa è la storia di oggi, poteva essere di ieri e potrà essere di domani. Questa è la storia di come nel Vallo di Diano (o ovunque si legga questa storia) con Nivenza e con Cussione si continuerà sempre a vivere nell’abuso. Di potere e di viltà.

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I loro sorrisi per affrontare una notte di lacrime

I sorrisi, dobbiamo ricordare.

I sorrisi di quando stringevano un figlio e un’amica.

I sorrisi di quando incrociavamo il loro amore, di quando capivano di aver cambiato rotta.

I sorrisi di due ventenni.

I sorrisi, i loro sorrisi, possono essere l’unica luce per affrontare il baratro del dolore

I sorrisi contro lo sconforto, contro le lacrime, contro un buco di rabbia che ci mangia lo stomaco.

Ma i sorrisi, ricordarli quei sorrisi, non basterà per superare la notte.

Una notte che non finirà all’alba.

Resterà sempre il buio dentro di noi, il buio di una giornata che non dimenticheremo.

Come non dimenticheremo Mario e Antonio.

E per quanto mi riguarda Antonio sarà sempre un esempio. Un esempio di come saper riconoscere il valore della vita. Una vita che non doveva finire stasera.

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La sirena dell’amor perduto

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L’ora era quella giusta. Il sole era spuntato, da poco, dai monti lucani,  non era caldo. Ancora. Le nuvole vibrarono spinte da quel suono che non aveva tempo.

Lui, scarpe grosse e vestiti lisi, sempre gli stessi, era sveglio da un po’. Nella piccola borsa mise il pane e l’acqua in una bottiglia di vetro. Sorrise alla giornata appena iniziata, sorrise al primo passo dopo aver varcato la porta per andare a lavorare nei campi. Sorrise a quell’idea che lo rendeva felice. Che rendeva felice le sue mattine, i suoi pomeriggi. I suoi giorni. “Mi penserà al suono della sirena,  me lo ha promesso”. Pochi minuti dopo, lui camminava verso sud, lì dove c’erano i terreni dei signorotti. Non era la vita che avrebbe voluto, ma sapere di vivere quell’amore rendeva tutto migliore. Tutto sopportabile. Anche la fatica. Pochi minuti e sentì il suono della sirena. Arrivava dal campanile di San Nicola, quella dell’orologio che segnava il tempo del paese. La sirena della chiamata al lavoro.

Lei era sveglia dal primo raggio di sole. Affaccendata tra cose di casa e preparativi per i fratelli che avrebbero raggiunto il suo Lui ai campi. Non sapevano, loro, ufficialmente, del loro Amore, ma ne sorridevano  gioiosi. Gelosi sì ma felici di saperla felice. Lei immaginò il suo viso.  Lo faceva sempre. Immaginava la sua bocca, la sua voce che le prometteva amore eterno. L’immaginava sempre, da quando, un anno prima si erano dichiarati i loro sentimenti. Era una domenica di primavera. E da un anno – nelle difficoltà di vedersi – si erano promessi di dirsi “ti amo” ogni qualvolta la sirena del Lavoro riempiva il cielo sopra il paese. Con qualsiasi condizione meteorologica e in qualsiasi stagione. Che fosse Natale, che fosse Ferragosto.

La sirena era lì da tempo immemore. Ben prima di questa storia. Era un appuntamento fisso. Alle 8 per la chiamata al lavoro. A mezzodì per ricordare ai contadini della pausa pranzo.  Anche se la fame ci pensava già da sé. E alle 17 (o alle 18 in estate) per annunciare la fine della giornata di lavoro. Un suono non proprio armonico ma che scandiva le giornate ed era atteso con ansia. Sempre. Era un tempo senza orologi e cellulari, un tempo senza tempo. Un suono per ricordare a chi lavorava nei terreni o nelle aziende i ritmi di quelle giornate. Un’abitudine che piaceva.

E così loro due si dicevano “Ti amo” a ogni suono di sirena. Tre volte al giorno, al termine dell’urlo meccanico, lui guardava in direzione della casa di lei. Lei puntava lo sguardo verso i campi e insieme, sussurravano “ti amo”.

Lo fecero per anni, negli anni del corteggiamento, del fidanzamento, fino al matrimonio. Era il loro rito d’amore. Quel rito d’amore che nel corso del tempo aveva saldato  sempre di più il loro legame. Continuarono a farlo anche quando cambiarono lavoro, quando cambiarono abitudini ma quella sirena scandiva i tempi del paesello, accompagnando le lancette dell’orologio e scandiva il loro “ti amo” sincero.

Erano così legati a quel suono che decisero di sposarsi a mezzogiorno all’ombra dell’orologio nel momento in cui la sirena riecheggiò sopra il piccolo paese. Una magia.

Passarono gli anni e si capì che quell’amore sarebbe durato per sempre. Anche oltre il Tempo. Anche oltre il  loro Tempo. A ogni suono di sirena l’Amore echeggiava senza soluzione di continuità. Si promisero, prima di andare via, che anche in un altro mondo, in un’altra dimensione si sarebbero amati e si sarebbero detti “ti amo” a ogni urlo della sirena.

Così fu per tempo, decenni, forse secoli.

Fino a oggi. Però. Fino a quando, una persona dall’animo maligno, dall’amore interrotto, indispettita da quel sentimento eterno, decise di rompere quell’incantesimo. Con rabbia e violenza, senza che nessuno intervenne, tolse la voce alla sirena che provava a urlare ma restava muta. Afona e disperata perché l’amore non poteva continuare a essere dichiarato, perché Lui e Lei a un certo punto non poterono più dire “ti amo”. Anche l’orologio si fermò.

La fine dell’Amore.

Questa storia non ha un lieto fine. Questa storia è ancora viva, perché il sortilegio della sirena incombe ancora su Polla privata della sirena storica, la sua voce interrotta senza un perché, tagliando così un legame con la storia del lavoro. La sirena era un monumento sonoro di un tempo che fu. E se la storia d’amore tra Lui e Lei è frutto di fantasia (forse), non  lo è certo la storia d’amore  tra un paese e il suo passato. E allora che qualcuno spezzi questo sortilegio e faccia tornare subito quel suono storico. Di amore sì. Verso la storia di un paese. Il mio.

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Omertà

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La testa si piega in avanti. Lentamente. Gli occhi si chiudono seguendo il percorso del capo. Lo so che stanno facendo un torto davanti a me. Illegale, inopportuno, immorale. Non conta di che tipo, è un torto ma la testa si piega, gli occhi si chiudono, la mani salgono verso le orecchie. Non vorresti ma è l’abitudine, la consuetudine, il “giusto” modo di agire da queste parti. Tutto ciò fa sì che il mio corpo agisca così. Le labbra si serrano nel silenzio. Rientrano nella bocca, i denti le divorano. Sanguinano. Non parlare, non bisogna parlare. Non devo farlo. Quelle persone le vedo ogni giorno, e potrebbero essermi utili o quanto meno se taccio non mi danneggeranno. Potrebbero dire che non siamo più amici. Che sono un infame. E poi sono affari loro, non intaccano la mia libertà, la mia incolumità.

La testa si piega in avanti. Lentamente. Gli occhi si chiudono, le mani coprono le orecchie, la bocca è serrata. Appena respiro per non far sentire la mia presenza. Lo sanno che ci sono e sanno che sarò in silenzio. Sono uno di loro. Sanno che non voglio vedere. Se non vedo non saprò. E allora non sarò né colpevole né tantomeno complice di quel torto, di una furbata per una manciata di euro, della rovina di un ragazzino, dello sfruttamento di un lavoratore.

Omertà. Non è solo paura. Forse la paura manco c’è più. E’ modo di vivere. Il mio. Non solo il mio.

E il mio mondo, lentamente, muore.

 

*foto Gianluigi Casella

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Rocco

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Non avrebbe mai voluto morire, lasciare la sua famiglia. La sua famiglia, i figli, i nipoti, la moglie e tutti i cittadini di Polla. Sì, non con tutti aveva buoni rapporti, non era amato da tutti e forse non gli stavano simpatici tutti, ma per 45 anni li aveva visti come suoi familiari e cercava di aiutarli da buon padre di famiglia. Non avrebbe mai voluto lasciarli. Ve lo assicuro. Ve lo assicura chi lo ha criticato, chi con lui ha avuto scintille ma anche sorrisi e momenti piacevoli.

Non avrebbe mai voluto morire perché c’era sempre qualcosa da fare, per Polla, per il futuro. Una battaglia da vincere. Recentemente aveva combattuto per difendere il punto nascita, non far arrivare i rifiuti, nuovamente, a Polla, per far pulire il Tanagro. E poi, è stato in prima linea per combattere contro il Coronavirus. Ha rinviato l’operazione per poterlo fare. Si è sentito male sul campo, a pochi metri dall’ospedale. Aveva sempre voglia di progettare per il suo paese (anche se non dimenticava di essere natìo di Brienza). Aveva progetti, praticamente sempre. E sogni.

Non avrebbe mai voluto morire, gli piaceva la vita, gli piaceva lo stare insieme, essere chiamato sindaco, riconosciuto, ovunque. Gli piaceva essere salutato e salutare. Gli piaceva avere le stimmate da leader e battere gli avversari politici. Gli piaceva giocare con i nipoti, gli piaceva guardare la sua Polla, gli piaceva trascorrere il sabato mattina da Carletto il barbiere, gli piacevano troppo i saluti con chiunque incrociasse i suoi passi. Gli piacevano le cene con gli amici e i caffè con gli avversari.

Non avrebbe mai voluto morire. Avrebbe voluto essere per molto tempo il portatore dei valori della Prima repubblica, lui che dal 1975 era in politica, avrebbe voluto essere il decano dei politici del Vallo di Diano, il punto di riferimento per le giovani leve.

Non avrebbe mai voluto morire. Gli piaceva migliorare Polla e se non ci riusciva non disperava. E ricominciava.

Non avrebbe mai voluto morire, ma voleva continuare a parcheggiare la sua auto, intorno alle 9 del mattino nella piazza del centro storico, salire nel suo ufficio e lavorare per ore. Stare lì fino alle 22, rispondere al telefono, cercare di modernizzarsi ma restando legato al passato.

Non avrebbe mai voluto morire, avrebbe voluto continuare a essere il “presidente” – così lo chiamavano i migranti – del paese dell’accoglienza. Lo diceva con orgoglio spesso.

Non avrebbe mai voluto morire, sapeva di essere un pilastro, un punto di riferimento, il simbolo di un’era politica che forse, anzi sicuro, non c’è più.

Non avrebbe mai voluto morire, ma sono sicuro che se avesse dovuto scegliere un modo lo avrebbe fatto con la fascia tricolore al collo, restando sindaco. Il Sindaco. E così ha fatto, se ne va da sindaco. Il Sindaco.

Non avrebbe mai voluto morire. E non credo lo sia. Ma ci sarà sempre.

 

Rocco Giuliano (1945-2020). Sindaco di Polla dal 1990 al 2005. Dal 2013 a oggi. E domani. 

 

*foto Giuseppe Metitieri (all’insaputa del sindaco).

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Non respiro

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Il conto alla rovescia.

10. In ginocchio sul collo per far sentire che io ho il power. Il potere di decidere della tua vita. Ho il potere, la divisa, sono dio per te. “Sporco negro”.

9. Che goduria vederti affogare in mare. Hai voluto scappare dalla tua Africa per rubare il lavoro da noi. E’ la fine che ti meriti. Tanto qui avresti spacciato, rubato, stuprato. Muori.

8. Ancora che chiedi i soldi, vai a lavorare. Sei uno straccione, meriti la povertà e la malattia. Meriti la fame e la sporcizia. Non meriti di essere in questa vita, nella mia stessa vita. Nel mio stesso mondo.

7. Sei una donna, cazzo, cosa vuoi. Pretendi di essere considerata. Al massimo puoi sfornare figli, e se fai carriera al posto mio è perché hai sfruttato l’unica tua arma.

6. Da questa caserma non esci, sei un tossico, una zecca, morirai e diremo che sei caduto per le scale, che ti sei buttato. Sei un anarchico, un comunista.

5. Diaz sarà la vostra tomba!

4. Hai la divisa, ti odio. Se ti giri ti sparo, ti faccio esplodere. Dieci, cento, mille Nassirya.

3. Ha fatto la fine che si meritava quella puttana. Era mia moglie non voleva cucinare. Mi voleva lasciare, ha fatto la fine che si meritava. Lo rifarei oggi e non so perché sono in carcere. Era mia. E’ mia!

2. Resta legato, sei un pazzo e non meriti comprensioni. Una, dieci, 87 ore. Muori, nessuno ti piangerà!

1. No, non respiro.

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Il cacciatore di lune

Il cacciatore di lune. Un mestiere antico, declinato in più modi, ma sempre meravigliosamente affascinante. Il cacciatore di lune è un romantico, un sognatore, un avventuriero. Ed è anche un folle. Un folle perché il suo intento, pur se non lo dichiara, pur se forse neanche ne è consapevole, è quello di catturare la Luna. La sua anima, la sua essenza. E invece la Luna, lunatica per nome e lunatica di carattere, cambia aspetto, cambia luce, cambia prospettiva,cambia forma e umore per far dispetto ai cacciatori, perché la sua anima, mai nessuno la deve catturare. Un’eterna, antica, lotta fatta di sguardi, di appostamenti, di dispetti, di momenti di rabbia e altri di passione. La Luna, mostra alcune delle sue espressioni ma mai il suo vero volto. E il cacciatore sin dalla notte dei tempi ha cercato di immortalarlo quel volto.

Ma una notte, una notte di un giorno indefinito, potrebbe essere ieri, potrebbe essere stato anni fa, uno dei cacciatori della Luna, un folle, un Loco per nome, carattere, e soprannome, uno che fa della caccia alla luna, una sua ragione di vita, pare sia andato molto vicino a quel momento. Al momento in cui la luna, per un attimo, a insaputa di tutti, mostra il suo vero volto. Loco da anni insegue le lune e la Luna, è un visionario ma allo stesso tempo un figlio della luna, perché anch’egli è mutevole, appare e scompare, si sposta e si trasforma, e come la Luna spesso sta con la testa tra le nuvole. Ma poi ha quei momenti di ispirazione, quegli attimi in cui diventa tutt’uno con la sua macchina fotografica, secondi in cui sprigiona talento puro. E proprio in uno di quei momenti ha quasi centrato l’obiettivo, immortalare il vero volto della Luna. La Luna si distrae un attimo, accarezza il Santuario della Madonna del Carmine, con affetto e romanticismo e il Loco, che la sta corteggiando da anni, la cattura. E’ un attimo. E’ eternità.

È questa foto.

luna

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Orgoglio e Giustizia

falcone e borsellinoLe commemorazioni rischiano di essere fini a se stesse se al tramonto del sole l’oscuro invade anche la Memoria. Quando furono uccisi Falcone e Borsellino avevo poco più di 10 anni, ma ricordo quelle ore, quelle immagini, gli occhi di mio padre. Non avevo certo colto quanto avvenuto, ho tentato di farlo con il passare dei giorni, degli anni. Leggendo, ascoltando, chiedendo. E capendo che molto non è stato compreso. Non solo sui fatti, su chi ha aiutato la Mafia, sui giochi di potere e sugli affari tra politici, colletti bianchi e criminali ma anche da chi, riempiendosi la bocca e non i cuori di commemorazione, pensa alla Giustizia come un’immagine vacua. Vuota. Chi giustifica il malaffare, chi onora, facendo benissimo, i morti, gli eroi, ma poco fa per chi ancora combatte in prima linea. Le ipocrisie diventate ancor più evidenti ai tempi dei social.

Falcone e Borsellino e gli altri giudici che sono stati ammazzati nel nome della Giustizia, del giusto, per far vincere i buoni, sono le stelle polari del nostro cammino. E sono in tanti, i magistrati, che quella stella la seguono. L’intervista più emozionante della mia carriera l’ho fatta a Catello Maresca, devo essere sincero. Ma poi guardo fuori dalla finestra del mio balcone, vedo il centro storico di Polla e mi accorgo che gli esempi spesso sono più vicini di quanto si immagini: Francesco Curcio.

francesco curcio

E’ il nome di un magistrato di Polla. Ha girato l’Italia nel nome della Giustizia. Da qualche anno è diventata la guida della Procura di Potenza. Dall’altra parte della montagna che divide il mio paesello dalla Lucania, che isola felice non è. Da qualche anno, da quando il “Giudice” come lo chiamiamo a Polla, è arrivato a Potenza tira un vento, diverso. Sono stati arrestati i mafiosi che facevano malaffare in Basilicata, sono finiti sotto indagine assassini di Madre Natura. Sono state squarciati veli sui magistrati corrotti. E il Giudice – che vive a pochi metri dalla casa dell’altro giudice, Rosario Priore, anch’egli di Polla e noto per le indagini su Ustica – in silenzio, con la barba eternamente incolta, gli occhi vivi e il sorriso di chi sa guardare oltre, sta portando una ventata completamente nuovo in Basilicata. Una ventata di Giustizia e speranza. Carabinieri e polizia lavorano bene con lui, lo so per certo. E una ventata che dovrebbe trasformarsi in orgoglio per la provincia di Salerno, per il Vallo di Diano, per Polla, per chi davvero ama la Giustizia.

Ecco, onorare gli eroi Falcone e Borsellino, per me, significa ricordarli e ritrovare chi porta avanti la loro anima e il loro messaggio, con gesti concreti. Come Francesco Curcio, il “Giudice”, pelle sempre abbronzata, viso da attore degli anni ’50, quelli dei film in bianco nero, ghigno alla Gassman ne “Il sorpasso”, e soprattutto un senso della Giustizia che diventa o meglio deve diventare Esempio.

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La saracinesca

saracinesca

È il rumore della saracinesca la sirena del risveglio. Il soave suono della ripartenza. Un rumore brusco, graffiante, che però, stavolta, ha qualcosa di magico, di romantico, quasi. Un sospiro di un innamorato. Ma allo stesso tempo, quel rumore potrebbe trasformarsi in incubo, in un punto di non ritorno, nel futuro prossimo.

Si ritorna, si riparte. Ma con paura, con il timore di non farcela, di chiuderla definitivamente quella saracinesca e non riaprirla più.

La sveglia suona verso le sette, forse anche prima, come non faceva da mesi. Ci si riprende la vita in mano dopo che lei, la vita, ci ha fatto penare per settimane intere, dopo che il virus ha deciso per noi cosa fare. La sveglia suona, i vestiti sono già pronti dalla sera prima, un po’ come la sera prima del primo giorno di scuola. I vestiti e le paure in realtà sono pronti dalla sera prima. Si possono chiamare Giuseppe De Rosa, Mario il barbiere, Thanja la barista, Armando il rappresentante, Concettamaria, Luca, Francesca e il papà Giuseppe, i fratelli Antonio e Angelo, Daniela delle bomboniere. O ancora Carlo e Silvia, Immacolata e gli abiti. E tutti i nomi dei “nostri” commercianti che vi vengono in mente in questo momento. Da Auletta fino a Casalbuono, dalle Valle d’Aosta fino alla Sicilia. Aggiungeteli nella vostra mente, perché ora diventano loro gli eroi, i pistoni di un motore che deve ricominciare a rombare.

Tutti loro, questa mattina, hanno fatto risuonare il rumore della saracinesca, il rumore del lavoro. Quanto è dolce il rumore del lavoro. I cuori, immagino, palpitavano. Da quando hanno lasciato la propria casa, da quando hanno ritrovato il mai tanto amato traffico, fino all’arrivo a destinazione. Il brusco rumore della saracinesca e la vita che ricomincia. Ma con paura, estrema. La paura nascosta dietro a mascherine e visiere, presa in mano da guanti di lattice e resi scivolosi da detergenti per le mani. La paura che quella saracinesca, se non si troverà la soluzione tra affitti, tasse, bollette, mancate vendite, sussidi fantasma, promesse mancate e tutti i fardelli che si stanno accumulando, si possa richiudere per sempre. Schiacciando il futuro, i sogni, i progetti, la vita.

Poi entra il primo cliente, si serve il primo caffè, si taglia la prima barba, si vende il primo maglioncino e la paura per un attimo scompare, perché alla fine è un mondo di eroi quello che oggi ha ricominciato a vivere.

 

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La nonna e la bambina

nonna e bambina

Mariarita. Undici anni. Un sorriso mesto da giorni, da quando il virus è entrato nella sua vita. La paura che attanaglia la famiglia. Ma Mariarita è forte, ha il cuore da combattente, come la mamma, e quella mestizia dal sorriso la vuole togliere. Al più presto.

Teresa. Novantaquattro anni. La paura negli occhi da quando il virus ha “sfondato” la porta della casa di riposo. Il terrore di non farcela, troppi anziani non ce l’hanno fatta e Teresa sa che è a rischio. Lucida e determinata. La paura va scacciata, Teresa ha un cuore da combattente e quel terrore è da distruggere. Al più presto.

Mariarita. Undici anni. Vuole tornare a giocare spensierata, vuole correre senza paure. Vuole abbracciare mamma e papà.  Il fratellino. Gli altri amici. Il virus si è intromesso, bastardo, nella vita di una bambina. E non vuole uscirne.

Teresa. Novantaquattro anni. Vuole tornare dai suoi cari, dai suoi amici della casa di riposo. Vuole abbracciare i propri giorni futuri da vivere, ognuno, con passione. Il virus si è intromesso, bastardo, in ogni sua ora. E il buio sembra invadere il futuro.

Mariarita. Ragazzina con sogni d’adulta non demorde. Resiste, lo batte il virus e toglie la mestizia dal sorriso. Sorride e basta. Felice.

Teresa. Nonnina con pensieri da ragazzina non molla. Resiste. Il virus lo sconfigge, toglie il terrore dalle ore future. Medici e infermieri la salutano commossi e ammirati. Teresa sorride. Felice.

La vita è più forte delle paure, è più potente del buio. E così, ieri, Mariarita e Teresa metaforicamente si sono prese per mano e insieme sono uscite da quell’incubo che ha portato lacrime e paure. Morte e disperazione.

Le immagino, in fondo al tunnel, il fascio di luce che le abbraccia, le inonda, loro due mano nella mano, che ritornano a guidare i loro giorni. Loro due, la nonna e la bambina, che diventano simbolo di quanto la vita sia meravigliosa.

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Vogliamo sapere del Riscatto

silvia romano

L’unico riscatto che ci dovrebbe interessare, con gli occhi ancora pieni del suo sorriso, è quello di una generazione social che ha imparato ad ardere di odio invece di godere dell’altrui libertà, dell’altrui gioia. Viviamo di rabbia da computer e di apatia da aria. Viviamo senza sapere e parliamo senza approfondire. Una generazione che vive del virus dell’opinionismo, dire la propria su ogni cosa, urlarla al mondo ed esserne felice. Forse lo sto facendo anche io ora e dovrei solo tacere. La nostra idea sembra sempre la migliore. La nostra opinione la più legittima. Anche se si tratta di opinioni fiammifero, si accendono e si spengono in un attimo, senza lasciar traccia se non un leggero puzzo di bruciato. Il riscatto dall’apatia, dall’ignavia, dall’arrendersi senza combattere, di questo dovremmo parlare.

Adoro chi combatte battaglie proprie, magari assurde ai miei occhi, ma che lo fa pensando a se stesso. Al proprio riscatto privato e sociale. Ecco il nostro riscatto dovrebbe interessarci, il riscatto per migliorarci ogni giorno. E invece, ancora una volta, anche dopo mesi di paura, abbiamo capito che il nostro riscatto non l’abbiamo mai pagato e siamo ancora sotto sequestro di pregiudizi e di una sorta di opinionismo nocivo. Ognuno è libero di pensare ciò che vuole, ovvio, anche dar spazio a idee “cattive” magari addirittura di odio. Abbiamo però dimenticato che possiamo viverle dentro di noi quelle idee, conviverci e affrontarle. Forse migliorarle. Perché migliorare noi stessi è forse l’unico riscatto di cui abbiamo bisogno. E di cui dovremmo parlare.

Altro aspetto riguarda i fatti del governo e sui quali occorrerà fare luce e dare chiarimenti, ma goderci il momento della liberazione, goderci semplicemente un momento senza dare opinione pare oramai impossibile.

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Punto.

punto

Improvviso, dietro un angolo appare. Gli occhi si sbarrano, le mani si alzano di riflesso, quasi a mo’ di resa. O forse non è una resa, è semplicemente il finale. Il tuo finale. Non è come lo immaginavi, non l’avevi neanche mai immaginato nella sua interezza, a dir la verità. Un punto alla tua vita, improvviso ma che imprimi tu, con forza. Rimarcando la prima vera scelta della tua esistenza. Quella definitiva.

Non volevi metterlo sul serio quel punto. O meglio, a volte ci hai anche pensato. Arrivava sfuggente il pensiero, partendo da chissà quale angolo della mente. Perché non mettere un punto così da non affrontare il resto della frase, il resto della pagina. Per non confrontarsi con la prossima pagina bianca, tutta ancora da scrivere. Sai che quella pagina desideri scriverla come vorresti tu, con caratteri cubitali, con parole che piacciono solo a te, con progetti che non reggono su basi forti ma cazzo vorresti che reggessero lo stesso. Quella pagina bianca fa più paura del punto che appare nella tua mente. Scuoti la testa, cancelli il punto e affronti la pagina bianca. Ancora una volta.

Poi le pagine bianche diventano troppe, quello che vorresti scrivere immensamente impegnativo, i sogni si sgretolano con una facilità incontrollabile. Impossibili da realizzare, e allora stavolta non scuoti la testa quando arriva l’idea del punto. Raccogli una matita e pigi con forza e disperazione su quel punto, quasi fino a rompere il foglio, stringendo con tutto il pugno la matita appuntita. Lo trovi d’improvviso dietro un angolo il coraggio di farlo. Di mettere il punto, di far terminare le pagine bianche, di respingere i rimorsi di lasciare frasi sospese e parole amiche. Di lasciare pagine d’amore che hai scritto e che potresti continuare a farlo. Lo fai, lo hai scelto e non c’è niente o nessuno che stavolta può cambiare il tuo mondo. Hai messo un punto. Hai messo il punto e con una lacrima, e con un sorriso, penetri il foglio.

Punto.

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Giovanna e Annamaria, il lavoro nero e la sconfitta di un territorio

montesano

Abbracciate, Giovanna stretta da Annamaria. Morte in poco più di cinque minuti, asfissiate dall’incendio che stava distruggendo il materassificio. Giovanna aveva sedici anni, Annamaria 49. Sono morte il 5 luglio del 2006 nel bagno di in un seminterrato a Montesano sulla Marcellana. Lavoravano in nero, completamente, lavoravano senza alcuna nozione dei pericoli che correvano e su come potevano affrontarli, in un ambiente completamente fuori legge per preparare materassi, lavoravano per 400 euro al mese, poco più. Due euro all’ora, circa. E sono morte in cinque minuti, si erano rifugiate nel bagno del piccolo laboratorio, per sfuggire alle fiamme che stavano divampando tra materassi, materiali plastici, e tessuti. Sono morte asfissiate, lo diranno le autopsie, impossibile salvare pure se i vigili del fuoco fossero arrivati in meno dei trenta minuti che ci hanno impiegato. Questo è quanto stato detto dalle varie sentenze a carico di Biagio Maceri, il proprietario del materassificio, un calabrese condannato a otto anni per omicidio colposo plurimo e varie e gravi mancanze del luogo di lavoro. Giovanna Curcio, di Casalbuono, e Annamaria Mercadante, di Padula, sono state per un periodo un punto di riferimento per la lotta allo sfruttamento del lavoro, sotto pagato e senza protezione nel Vallo di Diano. Lo sono state soprattutto per opera di un sindacalista, Enzo Faenza, un gigante buono di Eboli che aveva trovato una seconda “abitazione” a Pertosa e nel Vallo di Diano. E proprio a Pertosa aveva ideato il premio dedicato alle due donne morte in cinque minuti e per due euro l’ora. Un premio sulla buona impresa, su chi punta sui giovani, su chi combatte il lavoro nero, sottopagato e senza sicurezza. Un premio durato diversi anni e che stava crescendo, con Faenza traino anche di altre esperienze in diversi comuni. Ma il lavoro nero, quello sfruttato, è una piaga per il Vallo di Diano, una piaga nascosta ancora oggi e non sempre chi lotta contro questo sfruttamento ha successo e proseliti. La dimostrazione la si è avuta quando Enzo Faenza è morto prematuramente per un problema cardiaco. Nonostante le promesse degli amministratori di Pertosa che il premio sarebbe continuato, anche il premio è volato via come Enzo e come le due donne alle quali era dedicato. Nel corso del tempo – occorre dire – si è tenuta conferenza per parlare delle due, del lavoro nero, è stato anche girato un bel film “Due euro l’ora” che si ispira alla storia ma non racconta le vicissitudini storicamente, e poco altro. Troppo poco per due donne morte prematuramente, una ragazzina e una mamma, morte per due euro all’ora. Una ferita che a distanza di 14 anni ancora sanguina nel Vallo di Diano e forse per questo non si vuole ricordare. Ancora ci sono delle situazioni non molto chiarite su questa vicenda. L’azienda lavorava da diverso tempo in quel seminterrato, era nota, come mai nessuno sapeva nulla? Una ex operaia aveva anche scritto una lettera denuncia. Una serie di ombre che a distanza di di 14 anni non vengono illuminate e che stanno avvolgendo anche la memoria di Giovanna e Annamaria.

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L’anima dell’infermiere

 

FB_IMG_1587902187837Alfonso. Ma si sarebbe potuto chiamare Gerardo, Alfonso, Sonia, Enzo, Carmela. O qualsiasi altro nome di medico o infermiere di un Pronto soccorso italiano.

Alfonso è seduto, stremato, su una sedia all’esterno delle tende pre triage dell’ospedale di Polla. L’ennesimo turno di notte è alle spalle, le tensioni del lavoro, il timore di affrontare il mostro invisibile, di portarselo a casa dalla moglie e dai figli, la consapevolezza di aver portato a termine un lavoro che è diventata una missione. Anzi lo è sempre stata, anche prima del Coronavirus ma in pochi se ne accorgevano. In pochi ce ne rendevamo conto.

Alfonso supporta il peso della responsabilità, della fatica, di una tuta che sembra essere d’astronauta e lì fuori, all’esterno delle lenti, sembra davvero ci sia un mondo extraterrestre. Incrocia le mani, la testa si piega in avanti, con il fardello del tutto che diventa per un attimo insopportabile. Ma è solo un attimo perché mai come in questo caso non c’è tempo per riposare, per lasciarsi andare, per abbassare la guardia. E Alfonso non l’abbassa, prende a pugni il mostro e lo affronta con rispetto ma senza paura.

Li stiamo chiamando eroi, li stiamo descrivendo in prima linea, in trincea, li stiamo raccontando per quel che meritano. Ma non dimentichiamo che sono uomini e donne. Semplicemente. E vivono di paura e stanchezza, di paure e coraggio.

Io non so come definirli, posso solo ringraziarli. Mio padre è un infermiere in pensione e quindi per me gli infermieri sono stati un esempio sin dalla nascita. Ora lo sono un po’ per tutti. Non dimentichiamocene domani.

Per descriverli ora come meritano, allora le parole potrebbero essere vane, vuote, retoriche. Per descrivere Alfonso e tutti gli infermieri e i medici dei Pronto Soccorso d’italia allora basta uno scatto di un altro infermiere da “trincea” con il talento della Fotografia.

Gerardo Esposito cattura l’anima degli infermieri in uno scatto perché quell’anima, lui, ce l’ha dentro di sé. E la riconosce immediatamente.

Un altro turno di notte è finito, è alle spalle, non è finita la missione e i camici bianchi non hanno nessuna intenzione di arrendersi. Resistono al peso di fatica e paura. La loro missione era prima del Covid, lo è ora e lo sarà dopo.

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