Sarri, il “bollito” perugino, il sorriso grossetano, le visite notturne a Napoli e quell’incontro a Castelvolturno

Seguivo il Perugia calcio da qualche anno. Il Grifo che tanto ha dato alla mia carriera da giornalista e che ancora tinge il mio cuore calcistico anche di biancorosso. Oltre che di bianconero (tinte principali). Per il Corriere dell’Umbria – quotidiano per cui lavoravo – avevo il compito di seguire gli allenamenti quotidiani della squadra. Quell’anno, quell’anno della folgorazione, il Perugia era in Lega Pro, il presidente era lo sprovveduto Covarelli e fu scelto per la panchina un certo Maurizio Sarri. Un messia. Calcistico ovviamente.

Come tutti, come anche i miei colleghi amici Francesca Mencacci e Michele Milletti, lo iniziammo a descrivere come l’allenatore in perenne tuta nera, come l’ex banchiere che aveva scelto il calcio, come mister 33 schemi. Ma conoscendolo fu molto di più. Anzi non fu nulla di questi preconcetti. Fu ed è stato un grande uomo.

Non voglio raccontare la tua meticolosità sul campo, il suo modo di studiare calcio (sì lo so non è un argomento fondamentale della vita ma regala emozioni) e il suo modo di allenare. Voglio raccontare, se possibile, il Maurizio Sarri, uomo. Quello che ho imparato a conoscere. E che qualcosa mi ha lasciato.

Noi tre, Francesca, Michele e io seguivamo gli allenamenti sempre. Ogni ora e in ogni condizioni meteo. Certo ci sono lavori peggiori. Ma lo facevamo. Eravamo lì. Maurizio e il suo fido Ciccio Calzona ci vedevano e cominciammo a prendere confidenza. A togliere quelle barriere dei ruoli. Fu così che Maurizio seppe che ero uno studente fuori sede, che come lui mi sentivo comunque non proprio a casa mia (anche se accolto benissimo) e lui come me, non sapeva cucinare benissimo e andava avanti, quando pranzava a casa, con pasta e tonno. Cominciammo a mangiare spesso insieme al bar di Alberto. Il bar dello stadio. E fu lui che mi fece scoprire il “bollito”. Mai assaggiato, poi ho capito che è quello che mamma mette nel brodo, ma che nella Toscana sarriana si mangia a parte. Avevo poco più di 20 anni e Sarri mi raccontava del calcio, della diagonale difensiva a “L”, di come aveva scelto il calcio e di altre cose di vita. Della sua vita e della mia vita. Amici è una parola grande ma eravamo diventati in buoni rapporti. Mi raccontava che la moglie lo portava in montagna e lo lasciava lì senza sigarette per evitare che fumasse per una breve parentesi, mi raccontava del figlio, del cane, della distanza dalla Toscana, delle sue origini napoletane e mi prendeva in giro per l’accento. Lo stesso faceva con Francesca e Michele. Nacque uno splendido rapporto. Gli regalammo, in una festa natalizia della squadra, una stecca di sigarette. Cosa mai fatta in passato con gli altri allenatori e mai fatta dopo. C’era qualcosa di particolare in quel rapporto. Lui era criticato come tecnico dalla stampa “altolocata” e parte della tifoseria e noi lo difendevamo. Non solo per la simpatia ma perché eravamo convinti fosse bravo. Avevamo ragione. Poi c’è un ricordo personale. Il ricordo del “pacco da giù”. Il pacco che arrivava a Ciccio Calzona, il suo vice, calabrese. Una sera gli arrivò la parmigiana. Avevano fatto allenamento fino a tardi e io ero rimasto lì. Sarri mi vide e mi disse. “A’ Pasqua’ stasera che ti mangi?”. “Sofficini”, risposi. Il mio pacco da giù era terminato. “No, stasera mangi bene” e mi portarono con loro a mangiare parmigiana e a parlare di calcio. Ovviamente.

Dopo qualche tempo lui fu esonerato e io trasferito a Grosseto. Cronaca nera. Ma il destino volle che l’allora presidente maremmano, patron Camilli, lo chiamasse alla sua corte. Sarri sembrava destinato a squadra con problemi intestini, società assurde e compagini un po’ in rotta. Il Grosseto era in serie B quell’anno e c’era un certo Pinilla che faceva cose fenomenali. Appena seppi di Sarri andai a trovarlo e lì, considerato anche che non ero un giornalista sportivo, le barriere si ruppero ancor di più. Mi accolse con il sorriso nella pancia dello stadio e parlammo di…calcio ma anche di Maremma. In quell’avventura ebbe modo di conoscerlo un altro giornalista da campo, Carlo Vellutini, che come me, Michele e Francesca scoprì l’uomo Sarri, con le sue battute anche oltre le righe che però erano surclassate dallo spessore dell’uomo. Ancora incontri, ancora cibo, ancora calcio. Maurizio parla spesso di calcio. Una fissazione. Splendida.

Poi le strade si divisero, i messaggi furono sempre più diradati ma la mia stima no. La sua non so. A un certo punto avevo pensato si fosse dimenticato di Perugia, di Grosseto e di tutto il resto. Io ero tornato a casa, giornalista per Il Mattino. Lui, a un certo punto venne chiamato dal Napoli calcio dopo anni che non ci sentivamo. Dissi a mio cognato Carlo – purtroppo tifoso del Napoli – che lo avrei portato da Sarri. Il Sarri dei miracoli. “E’ un mio amico”, dicevo con un pizzico di presunzione. Al cellulare Maurizio non mi rispondeva più e temevo di aver promesso qualcosa di più grande me. Un giorno Carlo e io decidemmo di andare comunque a Castelvolturno. Temevo di fallire e di prendere gli insulti di mio cognato che poco credeva a quel rapporto. Forse ci credevo poco anche io. Arrivammo al luogo di allenamento del Napoli, passammo un primo step di controllo dicendo che eravamo amici di Sarri. Senza intoppi. Arrivammo al secondo e ci scrutarono dubbiosi ma ci fecero arrivare fino all’ingresso dell’impianto. Arrivammo alla hall e li fummo bloccati da un efficiente – poco napoletano – responsabile in giacca e cravatta. “Siamo amici di Sarri, non abbiamo un appuntamento ma vorremmo salutarlo”. Ci guardò dalla testa ai piedi. Ora, io e mio cognato sembriamo i personaggi del cartone animato “Mignolo e il prof”, chi volete che ci possa dar di conto. Soprattutto se vogliamo incontrare Sarri in quel momento che tutti lo idolatravano. “Aspettate qui, c’è allenamento e finisce tra due ore. Ma di certo sarà impossibile che vi riceva”, disse quel poco napoletano di cuore di inserviente. E aspettammo, aspettammo. Io non avevo speranze. Mi stavo preparando all’epica figura che stavo per avere, colpa della mia presunzione. Tornammo più volte dall’inserviente che si trattava sempre più con freddezza. Poi all’ultimo tuffo, decidemmo di riprovarci, quello ci osservò e disse – quasi come una beneficenza – “Sì, ci rivado”. Tornò dopo due minuti con un viso diverso. Da napoletano. Sorrideva. Stava per parlare quando alle sue spalle spunto Sarri. “Pasquale vecchio figlio di …” Urlò. Con un sorriso come quello che si vede in tv nei momenti buoni. E mi abbracciò. Ci portò nella sua saletta, affumicata, dove c’era anche il buon Ciccio Calzona. E per tre ore parlammo. Indovinate un po’ di cosa? Di calcio. Poi però parlammo di noi e mi disse una cosa che allora non potevo dire per l’intimità dell’incontro e soprattutto per la sua disponibilità.

Disse a microfoni spenti: “Amo Napoli. La città di Napoli. La notte prendo l’auto e vado in giro a vederla, mi faccio accompagnare nei luoghi più belli e l’ammiro. Avrei voluto anche di giorno ma l’affetto dei napoletani è strabordante, ma ho la fortuna di averla vista Napoli, una città che amo”. Ci salutammo. E fu magnifico.

Per tutti questi motivi mi sono emozionato ieri nel vederlo esultare. Non è un amico, non è forse neanche un conoscente, ma è una persona che mi ha insegnato la solidarietà e che i sogni vanno inseguiti sempre.

Annunci
Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Voti. Amo.

Piccola analisi dei voti valdianesi e tanagrini. Con giochi di parole e senza pretesa di verità assoluta. O forse sì.

Il viaggio nelle urne della Val Padania del sud (già Vallo di Diano) non può che partire dal sud. Da quella paese dall’animo Romano che è Casalbuono e che segue la sua storia per restare a Gal. Peccato che il treno Italo non sia passato, però. Attinolfi così sarà il nuovo sindaco.

Proseguendo verso nord, il viaggio si blocca sul Marmo granitico di San Rufo. Domenica è stato il giorno della civetta, la lista civetta, e con sguardo Aquino, si notano subito crepe tra il Marmo e i Salviniani della prima ora che sono arrivati scaduti. O sono stati fatti far scadere. E sono Leuzzi loro, ora.

Proseguendo sulla dorsale occidentale ecco spuntare i numeri della politica. I 40 che nella guerra di Piera si sono affrontati a colpi bassi nel paese che ha le chiavi del Vallo di Diano. San Pietro ovviamente. Sarò Franco e lo ripeto la vista di Salerno sarebbe stata ben voluta. Per ora ci si illumina al fuoco di Pagliarulo verso i prossimi 5 anni…

Dalle porte del paradiso, o dal trono di re Enrico possiamo viaggiare verso un altro 40, il numero dei voti che separa Pessolano e Caggiano. E visto il clima che si respira non serviranno solo i voti a separarli. E, comunque, dove saranno questi 40 voti? Non malignate sempre, nella Cocozza non ci sono. Credo. Ma chi grida al Lupo al Lupo potrebbe anche aver ragione Addesso.

Da Auletta a Caggiano il viaggio è un attimo ed è subito Lamattina. Certo sempre a Caggiano siamo. Non solo nel senso del nome del paese ma…vabbè farò il Modesto e non aggiungerò altro per non rischiare un in…Grippo. Anzi una cosa sì, Lorusso di sera, bel futuro si spera.

La strada è un po’ rovinata ma Salvitelle è dietro l’angolo tuttavia tra fossi e buche serve la Scelza per arrivarci. E forse anche un elicottero. Forse per gli avversari è stata una sconfitta Nunziata. Chissà?

E infine terminiamo questo viaggio circolare, anche perché i politici un po’ le fanno girare, a Sala Consilina. La battuta sul galoppo di Cavallone è facile e su un mazzo di Cartolano pieno di due di picche pure. Ma questo è. Che colpa ne ho io se sulla Carrazza non è salito nessuno? Sul carro dei vincitori in tanti, ovviamente. C’è chi ha sfruttato il suo cognome per essere la prima eletta: in pieno periodo di Lega Nord, chiamarsi Lombardi di certo aiuta. Si scherza, ovvio. E’ stata una guerra Freda, con colpi bassi e cognomi noti (cambiavano i nomi ma poco contava) e il Coccione lo hanno rotto in tanti. Alla fine il Gallo ha cantato, il Paladino è tornato, Pelè ancora una volta ha colpito il palo e gli avvocati hanno trovato il loro Foro.

Questo è. Il viaggio finisce qui tra battute e giochi di parole speriamo che nessuno si offenda, altrimenti sono elezioni vostre.

Pubblicato in Uncategorized | 1 commento

Fili d’erba

Fili d’erba siamo. Esili ma orgogliosi. Accarezzati dal vento e radicati nella nostra terra. La nostra madre terra. Orgogliosi siamo di quelle radici e balliamo tra aliti e vortici. Fili d’erba siamo. Alla luce del sole e nella penombra lunare. Esili e pallidi nella nostra terra. Sicuri che ci darà la forza di resistere alle intemperie. Ai fulmini e al gelo. E non pensiamo, non potremmo mai farlo, che possa essere questa terra la nostra condanna. Eppure la terra piange lacrime e sangue. Genera cancri perché non amata. Perché l’acqua della quale spegne la sete è veleno. Perché insieme ai germogli hanno piantato immondizia e odio. Perché altri fili di erba al nostro fianco non hanno voluto vivere per la terra ma per se stessi. E così perdiamo la nostra linfa, piangiamo i nostri cari. Perdiamo mamme, padri e amici. Ci stanno avvelenando e i fili di erba si piegano inesorabili non alla sorte ma all’uomo stesso. Maledetto. E così il mio splendido Vallo di Diano perde ogni giorno un filo d’erba mangiato da tumori, divorato da veleni. Siamo fili d’erba e abbiamo ucciso noi stessi la nostra madre terra.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Iva e Libero: una storia d’amore

Iva e l’impossibile quota 100

Questa è la storia dell’amore contrastato tra Libero e Iva.

Si amavano i due, ma giunti a 35 anni, per chissà quale ragione cominciarono ad avere i loro problemi. Gravi problemi.

Talmente gravi che Iva, a un certo punto era partita. Partita Iva, Libero si sentì perso.

Eppure prima era stato dipendente di altri amori in passato. All’inizio lo aveva fatto di nascosto, quasi al buio. E nel nero si era trovato a divincolarsi e destreggiarsi fino alla prima firma ufficiale. Una firma che lo vincolava a un nuovo amore. Sconosciuto. Un amore certo, che gli permetteva di fare le ferie, di avere i diritti e i doveri. Un amore così forte che sembrava durasse più del tempo dovuto. Un mese in più all’anno viveva quell’amore tanto che era intenso. Poi finì. Così all’improvviso. Quando sembrava che si dovesse convolare a nozze. Fatti però i conti, lei, questo amore certo decise di lasciarlo. Libero. divenne il disoccupato dall’amore. E così, Libero, tornò a casa e divenne un professionista dell’amore solitario. Libero professionista, sì, ma sempre in cerca dell’amore vero. E fu così, quasi per caso, che incontrò Iva. Fu un Mattino a essere decisivo. Quel Mattino chiedeva di incontrare Iva. Per forza. E fu così. Erano trentenni e innamorati. E per circa cinque anni tutto filò liscio tra Libero, professionista dell’Amore non più solitario, e Iva.

Poi a 35 anni cambiarono le cose. Arrivò Erario, quello con un fisco imponente, e Iva perse la testa. Era partita insomma. Troppo partita per un Libero, pur se professionista.

Di fronte a cotanto Fisco, Libero, professionista, si arrese e soffrì per sempre per l’Iva partita.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Il cane Giorgio e la Mafia ai tempi del giornalismo online

Considerazioni giornalistiche. La domanda sospesa che caratterizza il giornalismo nell’epoca del lettore online.

L’otto maggio scorso ho avuto il battesimo come relatore in un seminario. E chi se lo sarebbe aspettato. Devo ringraziare la cooperativa Iskra e Giusy Salerno. Un seminario sulla comunicazione etica e gli haters. In realtà non sapevo cosa dire e su cosa intervenire. Ho pensato di parlare di fatti concreti, di episodi che mi sono capitati e dei miei dubbi da “giornalista di marciapiede” quale penso di essere.

E ho parlato di Giorgio e della Mafia. E del ruolo del giornalista.

Giorgio, il cane Giorgio, è un dolcissimo meticcio bianco dal pelo lungo che è stato adottato da un paese intero. Passeggia per il paese e viene anche salutato. Come se fosse una persona, insomma. Un giorno si è sentito male, un cittadino lo ha accolto in casa e accudito. E mi ha chiamato per avvertirmi che Giorgio era a casa sua e se i cittadini erano preoccupati dovevano sapere dove fosse. Così ho scritto un articolo con tanto di foto. Pochi minuti per scrivere tutto.

Allo stesso tempo, nello stesso giorno, esce la notizia che nello stesso territorio a causa dell’assenza del Tribunale Camorra e ‘Ndrangheta stavano dilagando con persone affiliate e clan amici che facevano i loro sporchi affari sul Vallo di Diano. Cavolo questa è grossa, penso. Conosco le inchieste che ci sono sulla criminalità organizzata nel territorio, conosco che operano nei settori più variegati, dallo spaccio di droga passando al cancro dello smaltimento illecito di rifiuti, senza dimenticare l’amata usura. Mi concentro. Ci lavoro con attenzione e voglia. Impiego diverso tempo per realizzare il tutto e pubblico.

Entrambi gli articoli vengono pubblicati sulla stessa piattaforma e a distanza di poco tempo. Entrambi vengono condivisi sui medesimi gruppi e profili. C’è solo una, sostanziale, differenza. Il primo supera le 50mila letture singole in poco tempo, il secondo arranca a duemila. Da qui il dubbio: il giornalista deve inseguire i like e il contatore o scrivere per la valenza sociale.

Due considerazioni: il giornalismo online ha di fatto perso l’importanza delle notizie. Ovvero il posto della notizia nella foliazione di un giornale cartaceo o nella scaletta di un giornale teleradiofonico. Il giornalista così non può dare importanza (in base al vecchio valore-notizia) preliminare al pezzo che scrive. Seconda considerazione. Con l’online l’utente finale non acquista quasi più le notizie e quindi si campa ancor di più con le mere pubblicità. Cosa fare quindi?

Scrivere per farsi leggere o scrivere per informare. Essere educatori, nel senso di educare a vedere un certo tipo di notizie e non certo inculcare le proprie idee, o essere venditori di notizie.

Un confine labile che accompagna le giornale dei giornalisti, credo. Almeno le mie. E che da una parte mi fa tifare per il cane Giorgio, ma dall’altra mi farà continuare a voler scrivere notizie per spiegare che il cane Giorgio non vive in una isola felice.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Speciale elezioni 2019

CASALBUONO

Il sindaco uscente Attilio Romano non vuole abbandonare la fascia. E così ha messo un suo uomo come capo di una lista e il suo cognome nell’altra.

SAN PIETRO AL TANAGRO.

È una lotta sui numeri. No, non su chi ottiene più voti. Ma tra i 40.

Nel paese del papa, sì a San Pietro, QUARANTA persone sfidano QUARANTA persone. Non sarà un fuoco di PAGLIARULO né come cantava De André la guerra di PIERA, ma una sfida dove nessuno vorrà fare la GRAZIANO all’altro. E – sarò FRANCO – sarebbe stato ancor più interessante se fosse stato possibile vedere ancora una volta SALERNO.

SAN RUFO.

Pronta una nuova statua. Una civetta in MARMO.

AULETTA.

Pessolano vuole prendersi anche Caggiano. “Come ho fatto con Pertosa”.

Caggiano non ci sta. “Metterò un nuovo Pietro nel parco a Ruderi”

CAGGIANO.

Una sfida meteo-temporale…

Se il buongiorno si vede dal LAMATTINA…

LORUSSO di sera bel tempo si spera.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Libertà

Libertà è poterne parlare senza rispettarla.

Libertà è poter fare ciò che si sogna.

Libertà è non aver l’obbligo di indossare camicie nere per essere chi si vuole.

Libertà e svegliarsi senza paura di nominarla. La libertà.

Libertà è sentirsi diversamente uguale o ugualmente diverso dall’altro

Libertà è non aver bisogno di un solo uomo al comando della mia vita. Per avere una vita.

Libertà è criticare la politica. I partiti. Sia di destra sia di sinistra. Libertà è poter dire ciò che si vuole.

Libertà è essere contro le Mafie. E non colluso con loro.

Libertà è non vedere schiacciati i propri diritti.

Libertà è sentirmi come stamattina. Con la gioia di respirare.

Libertà è coltivare la memoria. Senza vergogna.

Libertà è leggere e ascoltare pensieri diversi dai miei. Che posso ritenere impensabili. Ma che rispetto lo stesso.

Libertà è rispettare le idee e la libertà altrui.

Libertà è poter ricordare che il 25 aprile è ogni giorno.

Mentre scrivevo questo post mi è sorto il dubbio di scrivere ovvietà. E odio scrivere cose ovvie. Invece poi ho riflettuto: ci stiamo dimenticando anche delle cose ovvie e ricordarlo, prima a me stesso, è la più importante delle libertà mentali.

Libero. Sempre.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento