Eppure siamo ricicloni

Pochi Comuni del Vallo di Diano

premiati tra quelli “Ricicloni”

Eppure riciclano vecchi politici come nessuno mai…

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Ci stanno uccidendo

IMG-20181120-WA0204A me piace fare ironia su quanto avviene nel Vallo di Diano e nella provincia di Salerno. Piace fare battute per affrontare argomenti spinosi. Per questa è nata la Mosca.  Per infastidire, snervare, far riflettere. Me innanzitutto. A volte fare ironia serve per ridere su cose che invece ci farebbero piangere. O ci faranno piangere. Mi piace affrontare gli argomenti del territorio sia seriamente sia con il sorriso. A volte ironizzare fa più male a politici, amministratori e protagonisti delle vicende di un articolo scritto con tutti i crismi. Fanno anche ridere e se ne dimenticano. Glielo ricordo.

Ma più ascolto ciò che avviene in questa fase, più mi passa la voglia di prenderli in giro. Perché sono loro che prendono in giro noi. E’ una fase già provata troppe volte sulla nostra pelle. Dal 1987. E ce l’ho con tutti. Governo, Regione, amministratori, partiti, movimenti. A me piace fare ironia perché il cosiddetto potente, anche se potente non lo è, la soffre. Per i “nostri ” politici, faccio ironia per evidenziare le loro contraddizioni, le loro genuflessioni, le loro mancanze. Ma ho sempre pensato di non dover far battute sulla cronaca nera. Quella si racconta e basta.

E allora a volte penso che è meglio non fare più battute sulla cronaca nera che stiamo vivendo da qualche anno. Su un delitto efferato e con tanti colpevoli: l’uccisione del futuro di oltre 80mila persone e di un territorio intero.

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Nascita. Punto. (La dovete smettere)

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La dovete smettere di prenderci in giro. La dovete smettere di farci sentire ultimi. Sempre più ultimi. Lo siamo forse. E grazie a voi, lo siamo ancor di più.

La dovete smettere di sembrare uniti e accoltellarvi – politicamente – per ogni capriccio. Per una farmacia distrettuale, per un commercialista in più, per un giudice di pace, per una rappresentanza a Roma o per un Battistero. La dovete smettere di sentirvi padroni nostri e servi di chi comanda veramente. Da Salerno, da Napoli o semplicemente Vallo della Lucania. La dovete smettere di ritrovarvi al nostro capezzale ogni volta che ci tolgono qualcosa. Siete come quelle donne anziane che vengono pagate per piangere ai funerali. Far sentire un dolore che non c’è veramente ma che deve trasparire. La dovete smettere di piegarvi a ogni processione di santi pagani, sciocchi chierichetti da decenni. Noi portiamo la croce, il santo si prende i voti e anche i servizi.

La dovete smettere di traghettare voti verso cliniche lucane o fritture cilentane. Di rifiutare la strada per Roma “solo” per non lasciare il paesello. Per quel listino bloccato e rigettato. Da Buccino ancora ringraziano.

La dovete smettere di usare i Consorzi come casa vostra, di assumere le fidanzate dei vostri figli con stipendi d’oro o farle diventare guide di bimbi scatenati. Illegale no, ma improponibile sì. Trasformare dipendenti privati in pubblici in un abracadabra. Nel silenzio degli altri politici. Tanto un giorno toccherà anche a loro. E’ questo quello che volete. L’uso personale di cosa pubblica. Una cosa pubblica che si riduce ogni giorno di più. Si estinguerà. Grazie a voi.

La dovete smettere di illuminarvi con i soldi che piovono per manifestazioni “culturali”. Di soldi e di cultura, poi, ne restano ben pochi. Da chi è in Regione vogliamo i beni di prima necessità, i servizi, e poi, casomai il resto. La dovete smettere di far passare i diritti come favori e i servizi come concessioni. La dovete smettere di protestare in modo finto. Siate veri.

Occupaste l’ospedale per trenta minuti, riconsegnaste le fasce per il tempo di un cattivo pensiero, invadeste l’autostrada fino allo svincolo. Incompleti. Tutti. Anche noi che cediamo alle lusinghe di una strada asfaltata, di un posto pagato male e poi moriamo di tumore. La dovete smettere di dire che la colpa dell’ospedale è solo politica. E’ anche dei medici. E’ anche di direttori sanitari del passato – che ora fanno disamine – che per scopi privati hanno “dimenticato” per strada reparti pubblici. La dovete smettere di togliere i sogni e le speranze a giovani che non hanno più voglia di lottare. Smettetela vi prego di essere così. Nessuno vi ricorderà per aver lasciato una piazza o una strada ma per aver provocato ferite sanguinanti al nostro territorio. E se non le avete provocate voi, non avete fatto nulla per difenderlo.

E se proprio non volete smetterla, allora scavate nel vostro orgoglio. Scavate nelle vostre radici. Rischiate di perdere tutto ma fate qualcosa. Unite, uniteci e lottiamo insieme. Senza campanile. Spogliatevi di fasce, partiti, ideologie e abbiate un cuore unico. Paladini per una volta, fosse anche l’ultima. Mettete in gioco il vostro futuro politico, professionale per riuscire a disegnavi un ricordo degno. Fatevi ricordare non per coloro che hanno perso tutto ma che hanno lottato per difendere ognuno di noi.

Ma forse la devo smettere io di crederci, di continuare ad avere una fiammella di speranza. La devo smettere di scrivere. Parole vuote che cadono nel dimenticatoio. La devo smettere di non credere che pure tra piogge di Twitter e dirette Instagram di pupazzi nazionali i veri problemi del Vallo di Diano possano essere i migranti, la sicurezza, i giornalisti puttana.

C’è solo un vero problema nel Vallo di Diano: il futuro che vuole smettere di esistere.

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Quell’ossimoro dell’amore criminale

Non sono omicidi di amore. Amore criminale. E questo – diciamolo subito – è un ossimoro. Perché un amore non può essere criminale. Non ci può essere violenza spacciata per atti d’amore. Non c’è giustificazione né zone grigie. O è amore senza violenza o non è amore.

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La grande città Vallo

Geografia economica.
Il sindaco di Padula mostra le belle aziende del paese al prefetto in visita.
Tipo la Sidel di Buonabitacolo.

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Per chi non suona la campana a Buonabitacolo

A Buonabitacolo cambia il titolo del libro Ernest Hemingway.

“Per chi suona la campana” diventa “Per chi ha messo il cancello”

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Ciro il guerriero e capitan Ultimo

Ieri alle “Iene” hanno trasmesso un servizio su Cris Brave, un diversamente abile che lotta quotidianamente per riuscire a superare le barriere architettoniche fisiche e soprattutto mentali. Lo fa inseguendo il suo sogno di diventare rapper. Non è il solo. Ho avuto la fortuna di conoscere un altro guerriero come Cris. Si chiama Ciro. E anche lui insegue i sogni. Sempre. E spesso li realizza. La storia del sogno che ha realizzato è vera. E’ di cinque anni fa, e ora si può raccontare perché andato in “prescrizione”.

Ciro è un ragazzo del Vallo di Diano. Studia all’università, ha come compagni di vita una carrozzella, una famiglia strepitosa, molti amici e soprattutto tanta forza. Fisica e mentale. E ha tanti sogni che insegue con la veemenza che Allan usa per andare caccia di avversari in campo.

Il nostro Ciro ha sogni e valori. L’Italia e le forze dell’ordine innanzitutto. I carabinieri ancor meglio. Ha contattato generali e procuratori, magistrati e investigatori. Li ha conosciuti e apprezzati. E si è fatto apprezzare. Ma c’era e c’è una persona che Ciro ama più di tutti: Sergio De Caprio. Capitan Ultimo. Colui che ha arrestato Totò Riina, tanto per intenderci.

Ciro di Ultimo ha studiato tutto. Non solo il film con Raoul Bova, ovviamente, ma libri, articoli, citazioni. Tutto. “L’esempio di Ultimo mi aiuta a vincere le mie battaglie”, ha sempre detto.

Torniamo quindi a cinque anni fa. Al comando generale dei carabinieri vengono inviate due mail da parte di un’associazione cittadina su Ciro e il suo sogno. L’Arma si informa su Ciro, sull’associazione e capisce – anche grazie alla stazione locale dei carabinieri – che ci si può fidare. La sorpresa può essere allestita. La famiglia di Ciro, i suoi amici e i ragazzi dell’associazione a pochi giorni dal giorno dell’appuntamento dicono a Ciro che la domenica successiva, è invitato a Roma. C’è una persona che lo attende. Ma Ciro ama troppo gli investigatori e capisce subito cosa sta per accadere. Quella domenica incontrerà il suo eroe.

Si parte presto quella domenica mattina di cinque anni fa. L’auto è subito composta. Alfonso alla guida, Giuseppe al supporto logistico, Alessandro al divertimento, Strazzer alle comunicazioni, Ciro all’inseguimento del sogno. C’è il sole, c’è gioia. La strada è lunga ma tra soste, caffè e sorrisi si arriva presto a Roma. L’auto è nota alle forze dell’ordine. Infatti la scorta di Ultimo ha voluto essere informata su targa e modello. Su Ultimo c’è la condanna della Mafia. Condanna a morte. Quindi le precauzioni su un’auto che arriva da Salerno, dalla Campania, non sono mai poche.

Dopo circa quattro ore si arriva al centro gestito da Ultimo e dal suo amico Bova per ragazzi …ultimi. Ciro è stato quasi sempre in silenzio durante il viaggio. Come non mai. Concentrato come se stesse pensando a cosa dire o fare. Un maresciallo di scorta accoglie l’auto e fa scendere i passeggeri. Si accomodano in un ampio giardino. Al centro circondati da ampio spazio verde. C’è il silenzio attorno. Si sente solo la voce del maresciallo. Parla del più e del meno. Ma scruta e studia i cinque ragazzi della campagna valdianese, lo si capisce. I sei sono lì, nel centro del giardino. Circondati dalla natura. Le strutture a diverse decine di metri. Il silenzio e un fruscio. Leggero. Impercettibile. Ed ecco apparire Ultimo. Da dove sia arrivato non si riesce a comprendere. Cattura con lo sguardo. Sprigiona carisma. Ciro si alza dalla carrozzella con la forza delle braccia. Sembra avere una energia mai avuta. “Combatto grazie a te”, dice d’un fiato. L’imperturbabile capitano sembra tentennare un po’. Poi riprende il controllo di se stesso e della situazione. E chiede ai quattro accompagnatori di andare via, diretti dal maresciallo in angolo bar. “Voglio restare solo con Ciro”, voce calma. Ma tanto ferma.

Ciro e Ultimo restano soli per oltre mezz’ora. Cosa si sono detti non lo si sa e non lo si saprà mai. Ciro è un guerriero silenzioso e riservato. Le cose top secret devono restare tali. Torna con un sorriso luminoso e un guanto nero alla mano. Quello di Ultimo, quello che Bova ha reso famoso nel film, quello con le dita libere.

Nessuna foto o selfie. Nessun racconto di quanto detto. Nessuna confessione. Solo uno scatto davanti al quadro di Falcone e Borsellino e poi il ritorno a casa. Ciro stavolta parla. Ma non di Ultimo. Parla di donne, di università, di famiglia. Quanto detto con Ultimo lo tiene dentro. Ancora oggi a cinque anni di distanza. Combatte con lui, con Ultimo, le sue battaglie. E le vince. Nonostante le barriere mentali e fisiche che ancora oggi si trova a dover abbattere ogni momento. “Combatto grazie a te”, è il suo mantra. Il mantra di chi ha realizzato il suo sogno. Ma più che altro da parte di chi ha dei valori ben precisi e li rispetta ogni giorno dalle sua vita. Un esempio.

Ciro. Il guerriero.

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