Gerardo

Come si permettono di buttare le lattine vuote sotto il cespuglio. C’è il cestino qui, non lo vedono? Che gentaglia che c’è. Ah se non ci fossi io. Questa cosa qui, questa con il nome così difficile con alberi e fiori, sarebbe uno schifo. Sono il giardiniere di questo posto. E poi il mio zampillo. Lo trattano sempre male, lo fanno schizzare. Ma un po’ di rispetto non potrebbero averlo. E’ mio certo, ma loro lo possono usare. Basta avere accortezza.

Meno male che ci sono io, controllo e metto a posto. Hanno paura di me. Prendo il foglio e la penna. Ieri me l’hanno data un’altra penna, solo quella con il pulsante. Altrimenti non la prendo. Deve fare click sennò non la voglio. Vado a fare il mio giro di perlustrazione. Il fischietto lo tengo, sono il comandante dei vigili urbani e devo controllare il mio paese. Parcheggiano come selvaggi, sono incivili e poi guardano me come se fossi io il diverso. Fiuuuuuu. Senti come fischia questo fischio, e vedi come spostano le auto. Mi temono. Sono il comandante dei vigili urbani.

Guarda qua, urlano e litigano tra di loro. Sembrano pazzi. Ora lo scrivo però, ho l’agenda con me. Me l’hanno regalata, o forse era mia e l’hanno ritrovata. Non ricordo. Prendo la penna dal taschino e scrivo. Sono giornalista. Mica come quelli che non scrivono nulla, io scrivo la verità. Guarda, guarda come mi guardano che scrivono. E ora vi faccio finire in tv. Voi litigate mica io. Io racconto di quanto siete barbari e animaleschi che manco ve ne accorgete.

Ora entro da Carlo, quanto è grosso Carlo e taglia la barba. La taglia anche a me. Senza farmi pagare. Sarà perché sono un comico. Entro, dico qualcosa e tutti ridono. Ridono di quello che dicono, non di me, sia chiaro. E io la ripeto sempre quella cosa, così ridono, perché io sono un comico, da Carlo sono felice e poi mi taglia la barba senza farmi pagare. Mica devo pagare. Sono un attore famoso e tutti mi salutano e scattano le foto. Non mi piacciono tanto le foto.

Fammi andare a mangiare, dovunque vada mi offrono qualcosa di buono. Sanno che sono un famoso chef e capisco bene di mangiare, basta che allungo il dito e me lo danno. A volte mi chiedono di ripetere le cose, sono tutti un po’ sordi non perché parlo male, ma poi mi capiscono. Buono questo cornetto alla crema, secondo me li fanno buoni per me. Sono sempre un vigile giornalista che sa fare il giardiniere e ha un passato da chef.

Beh è tardi. Vado a casa. Ho freddo. Sì, mi dicono che è ancora estate e io ho il giubbotto e il maglione e il cappello, ma io ho freddo perché gli altri mi devono dire che non devo aver freddo? Qualcuno fa uno strano gesto con il naso, come se sentisse un cattivo odore. Sono io? Io non sento nulla. Allora è lui e manco mi interessa. Ognuno può fare ciò che vuole, basta che non tocchino il mio giardino e parcheggino bene.

Entro a casa, è buio. Vado a letto ed eccoli, lì sento urlare. Anche stavolta. Ragazzini che mi insultano da anni. Passano gli anni ma i ragazzini sono sempre della stessa età. “Scemo, scemo, Gerardo è scemo”, gridano. Ma perché mi trattano male, mi buttano le cose, mi insultano. Esco dalla casa, urlo anche io. Loro fuggono. Perché fuggite. Vi sto solo dicendo che anche io sono bambino.

Lo sono sempre stato.

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La favola di Lua

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Le nuvole nere e gonfie di odio e pioggia riempivano il cielo. E lo facevano sia il giorno, sia la notte. Anzi, lì in quel regno pregno di cattiveria, non si capiva quale fosse il giorno e quale la notte, tanto l’Oscurità a essere sempre predominante. Un buio illuminato da poche fiammelle che fiancheggiavano la strada che portava al castello del generale Rett. Un generale famigerato per la sua cattiveria, il suo odio verso la vita e verso chi aveva occhi più belli dei suoi. E contro di loro scatenava una terribile maleficio.

Lua aveva occhi del colore di dove mare e cielo si incrociano. Lua aveva gli occhi più belli del reame, i pittori si ispiravano a loro per dipingere l’azzurro, e riempiva di orgoglio quelli della mamma, la coraggiosa Agnese. Che coraggiosa lo era, ma ancora non lo sapeva quando Lua venne alla luce. Se ne accorse quando, qualche mese dopo, al compimento del primo anno, Lua fu rapita dagli uomini dell’Oscurità.

Rett aveva saputo di una bambina speciale, dagli occhi emozionanti, diventata già leggenda nel regno della Luce. E lui, invidioso e brutale, aveva deciso interrompere quel sogno. E così mandò il suo esercito a rapirla per portarla nel suo castello. La strapparono dalle braccia di Agnese e la portarono via, nascondendola nella cella più alta, sulla torre del Buio.

Rett, la mezzanotte di una notte senza luna, salì sulla torre e mise in atto il suo maleficio. “I tuoi occhi daranno l’impressione del Vuoto e il mondo attorno a te non sarà il tuo mondo. Al compimento del sesto anno, quando tutti i bambini andranno a scuola, tu dovrai restare a casa perché non ci sarà Scuola che ti vorrà”. E la rimandò a casa. Con gli occhi spenti e un destino atroce scritto nel suo futuro.

Agnese piangeva giorno e notte senza la sua piccola tra le braccia. Smise solo quando la vide tornare accompagnata, si fa per dire, dagli sgherri di Rett, che sogghignarono quando gliela riconsegnarono. Agnese l’abbracciava forte ma si rese conto che Lua non rispondeva e i suoi occhi parevano vuoti. Uno degli sgherri di Rett, un austriaco dalla mente illuminata, però le spiegò cosa stava succedendo. Agnese a quel punto asciugò l’ultima lacrima e indossò quel coraggio che non sapeva di avere. “Andrai a scuola a sei anni disse a Lua”, che stranamente ricambiò lo sguardo come se avesse inteso.

Agnese cominciò la sua battaglia, chiamò a sé tutti coloro che potevano aiutarla. E scoprì che nel corso del tempo e nonostante gli ostacoli malvagi del generale Rett, di Buoni ce ne erano davvero tanti. Nessuno aveva mai tentato quell’impresa. Nessuno era riuscito a infrangere quel maleficio e le bambine rapite da Rett non erano mai andate a Scuola. Non solo Lua ma tante altre. Agnese combatteva anche per loro. Senza mai mollare. Neanche nei momenti di sconforto, neanche quando le barriere sembravano invalicabili. Quando Rett ci metteva lo zambino con burocrazia, cattiveria, togliendo soldi lì dove ce ne è bisogno.

“Andrai a scuola”, ripeteva Agnese a Lua che sembrava nel Vuoto ma che riempiva le giornate di chi la circondava. E fu così, dopo mille disavventure, che Agnese e i suoi aiutanti che si erano moltiplicati in un pomeriggio dipinto d’arcobaleno ingannarono Rett e lo sconfissero. Avevano lavorato nelle ore notturne, lontano da occhi indiscreti, e a un certo punto, portarono la piccola Lua davanti alla porta. Una porta magica. Lua guardò fisso quel varco dello stesso colore dei suoi occhi, la porta si aprì e…. si apri un mondo. Anche se era “solo” un’aula. Speciale. La musica usciva fuori come miele da ciambelle, i colori erano quelli dell’arcobaleno, e poi ogni cosa era magica, cuscini, materassi, oggetti di ogni specie. Era un’aula, l’aula della Scuola che avrebbe ospitato Lua e i suoi occhi che vuoti non sono mai ma sono semplicemente diversi. Speciali.

Così Agnese battè Rett e il suo governo del Male e così Lua con i suoi occhi insegnò a tutti che il Bene, alla fine, trionfa. Sempre. Anche a Sala Consilina, anche nel Sud Italia. Grazie al coraggio di Agnese, alla forza dei suoi aiutanti e agli occhi che oggi come nella favola ispirano pittori e poeti.

 

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L’odio

È l’odio che non pensavo di provare che mi fa paura. L’odio che mi prende dallo stomaco, che sale e mi rende torbido il sangue. Odio verso chi ha deciso che deve andare così. Verso chi ha imposto che deve essere un tuo caro a dover soffrire. E l’odio si alimenta di se stesso perché non si sa verso chi vomitarlo quell’odio. Odio questa terra avvelenata, odio il dio che non credo. Mi riscopro ad avere pensieri odiosi, pregni di cattiveria. “Perché lui e non un altro?”. Mi mordo le labbra, me ne pento. Ma quell’odio striscia tra le vene come un serpente subdolo. Non pensavo di poterlo provare. È rabbia. Pura. E l’odio nasce dal sentirsi impotenti, dal non trovare le parole giuste, dal non trovare il contatto giusto. Mi sembra tutto superfluo. Tutto inutile. “Cazzo ride quello?”, Mi trovo a pensare mentre passeggio per strada, mentre spingo il passeggino dei miei figli. Rabbia e odio mentre guido. Mentre lo accompagno all’ospedale, mentre deglutisco le lacrime per non far vedere che oltre all’odio e alla rabbia è la paura che mi fotte. La paura di perdere. Lui la battaglia, io…lui. Odio tutti, anche chi pensavo fosse amico. “Andiamo a mangiare una pizza?”, ma ti rendi conto che mi chiede, io sono qui che odio tutti e questi pensano alla pizza. Egoista. Questo pensiero mi attraversa la mente mentre parcheggio sotto questo ospedale che odio. Lo odio con tutto il mio cuore. “Prega e spera”, qualcuno mi ha detto. Non voglio pregare e la speranza è un’illusione che mi fa salire la rabbia. Saliamo le scale, questi hanno anche l’ascensore rotto e dobbiamo fare tre piani a piedi. Li odio. Ci sediamo, ho portato un libro nell’attesa che la medicina tenti di aiutarlo. Non ci spero. Non l’ho neanche guardato gli occhi prima che entrasse. Vedrebbe odio e paura e forse lo deluderei. Pensa che sia una persona che sappia amare, ma non voglio più farlo. Porta sofferenza. E questo lo odio. Abbasso gli occhi sul libro, non so neanche cosa sia, non mi va di leggere. Ma ho gli occhi bassi e non noto due persone che entrano dopo di noi. Una entra nella stanza a fianco a quella dove prima è entrato lui. L’altra si siede davanti a me. Vedo i suoi piedi da sotto il libro. Alzo gli occhi, almeno guarderò un’altra persona che come me, odia. Odia il mondo, questo schifo di mondo. E invece nei suoi occhi, nei suoi occhi c’è qualcosa di diverso. Sono lucidi, sì ha paura come me. Ma non odia. Non mi sembra che odi. È l’amore che continua a far trasparire. Ha circa 70 anni, capelli bianchi e capo chino, mi guarda alzando le palpebre. Una borsa di donna è poggiata ai suoi piedi. Nei suoi occhi ci sono lacrime che girano vorticosamente. Non odia, lo sento. E sento che l’odio che scorre nelle mie vene per un attimo ha un moto di ribellione. Viene attaccato da quel sentimento che ha riempito le mie giornate prima della Notizia. Odio e amore combattono in quel momento. Quando vedo quel signore che potrebbe essere mio padre e che ha voglia di piangere. Non è pena, non è compassione. Forse invidia, perché mentre io odio il mondo, lui pare continuare ad amarlo. Non capisco il perché. Incrocia il mio sguardo, in modo sorprendente mi sorride. Un lieve movimento di bocca. Mi dà serenità. Dove è finito il mio odio, quello che mi dà l’energia di continuare? Mi alzo e non so neanche io perché, mi avvicino, poggio la mano destra sulla spalla e gli chiedo. Ha accompagnato sua moglie? Lui alza la testa e mi guarda. Sospira.

“Mia figlia, è dentro da 2 ore”.

Parliamo per ore, senza fermarci. L’odio è scacciato, non so spiegarvi come. La paura è con me. Sempre. Ma l’odio no. L’amore che ho visto negli occhi di quel padre mi ha confuso, come fa ad amare ancora? Glielo volevo chiedere, poi ho capito. Il suo amore per sua figlia è forte dell’odio per il cancro. Il suo amore non so se aiuterà a vincere le battaglie ma servirà per affrontare il futuro. Forse meglio.

Continuo ad aver paura, sono arrabbiata, ma amo. Amo chi sta con me, chi lo è stato e chi lo sarà sempre.

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Il sortilegio di Villa d’Ayala

IMG-20190916-WA0037Il signor D. ci attende davanti al cancello. Appena ci scorge, sorride quasi timido e infila la sua mano callosa in tasca. Tira fuori una minuscola chiave o quanto meno appare tale tra le sue dita tozze, e con un’agilità che non gli si farebbe velocemente infila la chiave nella serrature e sblocca l’ingresso. Con l’altra mano stringe una delle inferriate e spinge. Villa D’Ayala si apre così ai visitatori. Appena varchiamo l’ingresso, gli uccelli tacciono per un attimo, gli insetti si fermano, una folata di vento sembra attraversare l’intero giardino di oltre 18 ettari anche se le foglie non paiono muoversi. Guardiamo verso il lungo viale d’ingresso in leggera salita, la porta diventa il varco. Lo attraversiamo.

Il signor D. ha sembianze taurine, se fosse stato creato da un pezzo di marmo, sarebbe frutto di un solo blocco neanche tanto lavorato. Le braccia sono muscolose, ma sembra non abbiano neanche il gomito tanto che sono compatte. Le gambe pure. Il collo non c’è, forse perché si è arreso alla testa massiccia. Il suo passo non è naturale, pare che debba pensare a come muovere gli arti per poi muovere il corpo. E la sua voce sembra abbia origine direttamente dalla pancia tanto è profonda e con una scia graffiante che entra in testa. Sembra la puntina che sfiora un vecchio disco. Ma le sue parole sono piene di contenuti, di passione, di amore verso un luogo che sente suo. E’ suo. Ricche di conoscenza ed è come un treno a vapore. E noi siamo passeggeri che grazie a lui riusciamo a guardare fuori dal finestrino e capire cosa stiamo ammirando.

E’ un viaggio tra giardini, statue, arte, cultura ma che sembra portare con sé qualcosa che non si vede, ma che comunque entra dentro. Una sorta di aurea. Così ci si avventura in questa splendida tenuta a Valva, secoli di vita e trasformazioni, si affacciano davanti ai nostri occhi. Le Quattro stagioni si guardano sorridendo con Diana che carezza il cervo in un moto di affettuosità. Le erbacce hanno “mangiato” i piedi della Dea della caccia e quasi pare che il signor D. ne soffra. “E’ solo una statua, che gli interessa”, penso.

Le statue, le edicole votive, i vescovi in marmo, spuntano tra alberi e sentieri, su fontane o impalcature di pietra. Sono scoperte quasi improvvise accompagnate dalle spiegazioni luminose e graffianti del Signor D. Parole che si allungano sui secoli, che spaziano da date a persone senza incertezza. Alcuna.

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Ercole è fiero e affronta il drago, il vescovo guarda l’acqua sgorgare dalla fonte, le tre Grazie ballano davanti al castello. Sono statue ma sembra che si muovano. Due dame si lanciano rose, ridendo. Le cinque Arti fanno bella mostra di sé. Il Signor D. le guarda da lontano, le carezza con la voce. La voce che poi sembra che si spezzi quando si risale. E i motivi sembrano essere due. Ma entrambi rispondono a un solo termine: il sentimento.

Il Signor D. ci accompagna in un sentiero che spunta senza annunciarsi, taglia il percorso iniziale e si allunga tra alberi secolari. Alla fine ecco spuntare due corpi che si stringono. Amore e Psiche in volo verso il rapimento del sentimento. Il Signor D. pare commosso. Sente il loro amore. Lo sentiamo anche noi.

E poi l’altro motivo della voce che si spezza. Stavolta non è commozione ma tristezza. E’ l’anfiteatro con i trenta spettatori pietrificati. “Una volta erano 43”, sottolinea D. “Sono scomparsi, tra furti e altre decisioni”. Eccola la voce profonda che si spezza. I trenta volti di marmo guardano un anfiteatro chiuso, circondato da una rete arancione che ne denuncia la pericolosità. Li dove per anni si erano esibiti altri artisti. Lì dove è tutto fermo da oltre un decennio. Villa d’Ayala pare che perda pezzi. Incuria e distrazione sono i colpevoli, i cavalieri di Malta – quelli di una volta – ne soffrono. Quelli di oggi non so. Ne soffre il popolo di Valva. E soprattutto se ne duole il signor D. E ancor di più soffre quando ci accompagna – dopo aver attraversato grotte da paura con Vulcano a far da guardiano e anfratti rapiti dalla Natura – in quello che forse ancor di più mostra il decadimento della bellezza: il “castello”.

Ricreato nel Novecento come se fosse stato costruito nel Medioevo, il suo giardino ha perso i pezzi. E si vede il vuoto. Si nota. All’ingresso che dà sul giardino i due cavalieri che – con coraggio – provano a difenderlo, ma dentro sembra il monumento al decadimento. Al vorrei ma non posso e quindi quasi non voglio più. Tra vetri rotti, muri scrostati, camini rubati, resti avanzati, le lacrime salgono e vengono trattenute a stento. Resta l’amaro in bocca. A signor D e a noi che abbiamo visto un posto meraviglioso e che ce lo porteremo con noi.

La visita sta per terminare, il signor D, apre la porta che dà sul cortile, lo attraversiamo, apriamo un portone in ferro e siamo all’esterno del “castello”. Il Signor D. ci offre la sua mano callosa, la stringiamo con gratitudine. Sorride timido, ci saluta quando il tramonto è a un attimo. Chiude la porta, attraversa il castello, supera alcuni giardini, raggiunge l’ingresso secondario nei pressi della porta di San Martino, c’è un piedistallo. Ci sale su, il sole cala dietro la montagna e il signor D. si trasforma in statua, un Minotauro destinato a raccontare la vita di villa D’Ayala per far sì che questo paradiso di Arte, Storia e Cultura non muoia. Le altre statue con la notte prendono vita, destinate a vagar nell’oscurità fino a quando il sortilegio di Villa d’Ayala non venga interrotto. Fino a quando non verrà rispettata per il patrimonio che è.

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L’Amore

Le chiavi dell’auto sono poggiate sul mobile all’ingresso. Altrimenti le dimentico sempre. La mia testa ogni tanto è un po’ svagata. Vado. Mi porta il cuore e anche la mia vecchia auto. Spero. Guardo fuori dalla finestra, c’è il sole, come piace a te quando siedi dietro la porta a vetro e osservi chi passa. Guardo l’orologio. Sono le 4 quasi. Vado, altrimenti faccio tardi e chi ti vuole sentire poi. Le chiavi. Dove sono le chiavi. Ah già sul mobile all’ingresso, altrimenti le dimentico. Vado. Non vorrei ma vado. Scendo le scale, piano. Ho una certa età. Guardo verso il basso a ogni passo e vedo le mie scarpe. Quante ne ho vendute nella mia vita. Mi perdo nel passato, di quando ci sposammo. Giusto 70 anni fa. La mia testa ogni tanto si perde ma su questo no. Assolutamente. I momenti passati con te li ricordo tutti. Però mi distraggo e devo andare. Sono le 4. Vado. E le chiavi? Sul mobile. Le metto sempre là. Ecco la porta e il mobile. Le chiavi sono lì che luccicano. Per fortuna altrimenti le dimentico. Le prendo. Ciao Felicetta vado. Torno presto. Stasera il brodo va più che bene. Prima di uscire mi fermo un attimo, aspetto la risposta. Poi esco. Vivo in una specie di curva che dà sulla strada. Sento dei ragazzi che mi salutano. ‘Ciao zi’ Pasquale’. Rispondo con meno sorrisi del solito. Perdonatemi. L’auto è nel parcheggio. Apro lo sportello, mi sistemo lentamente. Mi siedo e guardo i pedali. Le mie scarpe. Quante ne ho vendute nella mia vita. Hanno fatto vivere me, mia moglie, studiare mio figlio. Si occupa della testa degli uomini. E ho aiutato anche i miei nipoti. Mi sono distratto di nuovo. Sono le 4.15. Vado. Altrimenti chi la vuole sentire. Prendo le strade interne, quelle di campagna. Mi ricordano il nostro Venezuela. Venti anni vissuti lì, oltre il mare. Rallento. Osservo. Poi dò un colpo di acceleratore, non voglio far tardi al nostro appuntamento quotidiano. Superate le curve e un po’ di salita parcheggio. Le chiavi me le metto nella tasca del pantalone. Cosi non le dimentico. Scendo le scale. Sono tante. Guardo in basso, le mie scarpe. Lo sapete che vivo anche grazie a loro? Che silenzio che c’è qui. E quanti amici. Ciao Rosario, uè Carmine. Caro Tonino. Li saluto tutti, ma non mi fermo. Ho un appuntamento. Aumento un po’ il passo. In mano ho i fiori. Per fortuna non li ho dimenticati come ieri, sono dovuto tornare indietro. Ecco. Sono arrivato. Prendo la sedia di paglia. La lascio qui per sicurezza. La metto di fronte a te. Poi carezzo il tuo viso, con delicatezza. Non ti piacciono le moine in pubblico. Lo so. Poggio i fiori. Tolgo quelli di ieri. Mi siedo. Ti guardo negli occhi. Piango. Quanto mi manchi Felicetta mia. Si fa tardi. Il sole tramonta e devo andare. Devo. Non voglio. Ma devo. Tranquilla. Torno. Torno domani. Torno sempre da te, da oltre 70 anni. E sarà sempre così. Torno sui miei passi. Saluto i miei amici che sono andati via da un po’, salgo in auto. Le chiavi sono nella tasca. Le scarpe impolverate. Ma sono vita. Parcheggio davanti casa. Entro in casa. Poggio le chiavi sul mobile all’ingresso, altrimenti le dimentico. Sono tornato Felicetta. Il piatto con il brodo è a tavola. Tolgo le scarpe e mi siedo. Alzo gli occhi e ti guardo. Ti carezzo. Siamo in casa e qui posso farlo. Ti guardo e sussurro. Ti amo. Oggi come 70 anni fa. E ovunque tu sia, io sono con te.

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Volevamo solo raccontare favole

Gli occhi. Sono gli occhi a raccontare il dolore. E lo raccontano i piccoli tic. Movimenti inconsapevoli che tentano di esorcizzare lo strazio. O forse semplicemente affrontarlo sapendo di star combattendo una partita da sconfitti.

Gerardo, infermiere da 25 anni, molti dei quali trascorsi al Pronto soccorso si morde nervosamente il labbro inferiore. Ha occhi bassi. E’ una delle sue peggiori notti.

Fabio è una guarda giurata. Decenni di carriera alla spalle. La pistola nella fondina. Dovrebbe dargli forza. Gli occhi guardano nel vuoto. Piange e non vede l’ora di finire il turno, quel maledetto turno. Vuole abbracciare qualcuno nell’intimità di una luce soffusa.

Michele è il suo sostituto. Cammina velocemente e guarda la foto della nipote. Sente lo stomaco ribellarsi al dolore.

Davide è un capitano dei carabinieri. E’ sul posto. La testa la muove leggermente come se volesse dire di no a ciò che è accaduto. Deve restare lucido, solo il cuore può ricoprirsi di dolore. Ma quello che nessuno può e deve vedere.

Marzia è una consigliera comunale. E’ al telefono per capire, per sostenere chi gli è vicino. Respira a fatica. Guarda la famiglia, il lutto della comunità è nei suoi occhi.

Giuseppe è un sindaco. Incrocia le braccia dopo aver guardato la foto del figlio. Andava a scuola con Luigi. Muove leggermente la bocca verso il basso, così come lo sguardo e la testa.

Due carabinieri dell’Aliquota radiomobile si guardano negli occhi tutto il tempo. Cercano nel lavoro di scacciare il dolore. Ma lo sentono risalire senza scampo.

Roberto è … è colui che fa compagnia alle salme. Ne ha viste tante. Quella di Luigi non l’avrebbe mai voluta vedere. Luccicano i suoi occhi.

Di loro non ho scritto in questa tragedia. Sono cornice del dramma. Hanno, abbiamo, solo sentito il senso di quel dolore provato dai genitori. Dai familiari. Dagli amici. Lo abbiamo sentito come se fosse l’onda d’urto di una esplosione deflagrata nel cuore di chi abbracciava ogni giorno Luigi.

Gli occhi. I loro occhi raccontano il dolore e il dispiacere di ciò che hanno visto. Che abbiamo visto.

Tutti noi, ieri sera, avremmo voluto soltanto raccontare favole felici. Favole per Luigi e per noi stessi. Favole con lieti fine e principesse e cavalieri.

Favole senza lacrime. Favole che ogni bambino dovrebbe ascoltare, senza provare alcun dolore.

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Il rumore del dolore

Da “Il Mattino” di oggi

Il suono del telefono arriva dall’interno dell’abitacolo. Soccorritori e forze dell’ordine si guardano, occhi pieni di dolore e di sconforto di chi sa che prova li attende. Il cellulare continua a suonare a vuoto. Mariano Casale non può rispondere, è morto, disteso al fianco di quello che resta della sua autovettura. La mezzanotte è passata da poco e quel suono del cellulare che squilla a vuoto e il pensiero che va verso chi chiama preoccupato per la mancata risposta riempiono una notte triste. L’ennesima di questa estate sulle strade provinciali. Mariano Casale, di Sala Consilina, cameriere, barista, e ora dipendente di una tipografia, non risponde a quel telefono che continua a emettere squilli a vuoto, la sua vita si è spezzata a soli venti anni. Ne avrebbe compiuti 21 il prossimo 12 settembre. Sono i suoni, i rumori a raccontare la tragedia che si è consumata lungo la strada provinciale che da Polla porta a Teggiano, nella frazione di Prato Perillo. Intorno alla mezzanotte la notte viene squarciata dal boato: La Mito di Mariano si schianta contro un altro veicolo, poi distrugge un muretto di una casa, si piega su un’altra vettura e poi si ferma, distrutta, in un campo incolto. I pezzi di carrozzeria sono disseminati ovunque. Una ruota è a cento metri. Il suono successivo è quello delle sirene che invadono la tragica serata teggianese. Arrivano vigili del fuoco, carabinieri e ambulanze del 118. Mariano è già morto, nulla si può fare nonostante i tentativi di dottori e infermieri. I carabinieri avviano gli accertamenti, intorno alle 5 scopriranno che il conducente di un’altra vettura coinvolta nell’incidente era sotto effetto di cocaina e lo arrestano per omicidio stradale. I vigili del fuoco del Distaccamento di Sala Consilina con il caposquadra Luigi Morello mettono in sicurezza la zona. Il maresciallo della stazione di Teggiano, Francesco Pennisi, arriva in borghese per i rilievi del caso, per guidare la macchina dei controlli. Hanno tutti un aspetto in comune: gli occhi bassi, le espressioni contratte, la tristezza si evince anche se sono professionisti e anche se ne hanno viste tanti di tragedie simili. Il cellulare continua a suonare. E’ un rumore triste che preannuncia un messaggio triste. Ancora i suoni: le lacrime della fidanzatina del ventenne arrivata sul posto, e poi il silenzio delle centinaia di persone arrivate lungo quella striscia maledetta di strada, troppe volte scenario di tragedie stradali. Le ambulanze portano i feriti delle due altre vetture all’ospedale “Luigi Curto” di Polla, non hanno gravi ferite. Sulla dinamica dell’incidente serviranno attenti esami, Mariano Casale probabilmente stava effettuando un sorpasso quando una vettura davanti ha svoltato a sinistra per tornare a casa. Da qui la carambola tragica e il drammatico epilogo. Il corpo del ventenne è rimasto a fianco della sua auto fino al nullaosta del magistrato di turno per il trasporto nella camera mortuaria dell’ospedale pollese. Solo allora il sindaco di Teggiano, Michele di Candia, ha lasciato la zona e il traffico bloccato per ore è ripartito. Solo allora si sono potuti risentire i motori dei veicoli in transito e sembra che tutto possa tornare alla normalità. I normali suoni. Non come quel che cellulare che ha toccato cuori e anime di chi lo sentiva sapendo che dall’altra parte del telefono c’era qualcuno che temeva in una drammatica notizia. Ora quel cellulare non suonerà più e il silenzio – per l’assenza di un ragazzo d’oro – farà, purtroppo ancor più rumore nei cuori di chi lo ha perso.

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