La ragazza dei sogni

Conosco alcune persone solo dopo. Dopo, quando sono ricordo e dolore, quando i loro profili sono delineati da lacrime e racconti. Lo faccio per lavoro, è uno dei punti più bui del mio mestiere: raccontare chi era una persona senza conoscerla davvero. E ancor più difficile, nel mio caso, è che la maggior parte di quelle persone avrei voluto conoscerle, dopo aver saputo chi fossero.

La ragazza dei sogni, Mariapia. E’ uno degli esempi. Mariapia l’avrei voluta conoscere prima, come Finestrino, come Annamaria, come Giovanna, come Mariano, come tanti altri ancora che hanno attraversato la mia penna o quella dei miei colleghi. Purtroppo.

Per raccontare le persone, dopo, si incontra e si parla con chi ha avuto la fortuna di conoscerle prima. Ecco, la definizione che mi hanno dato su Maria Pia mi ha colpito:  “era una ragazza piena di sogni”.

La ragazza dei sogni. I sogni che si frantumano dopo una frenata, mentre l’auto si schianta. I sogni che si sgretolano in un attimo. Tremendo. Struggente. I sogni di Maria Pia però continuano. Devono continuare. Come? Maria Pia e i suoi genitori ieri hanno permesso di continuare a far vivere i sogni di un’altra persona. Pochi istanti dopo l’ultimo saluto a Mariapia è arrivata una chiamata di urgenza. Serve il fegato, altrimenti. Altrimenti c’è un’altra persona da raccontare, dopo. E così la scelta di Maria, la scelta dei suoi genitori ha soffiato sui sogni di un’altra persona permettendo che continuassero ad ardere. Ancor più forte, perché racchiudono la forza di due. E così anche gli altri organi di una ragazza da sogno che viveva per gli altri. Ecco, i suoi sogni continueranno con quelli degli altri. Come i sogni di Giosi o di Giuseppe o di altre persone che vivono ancora. Anche se non ci sono più.

E così per chi ha avuto la fortuna di conoscerla ancora sorridente, per chi ha avuto la sfortuna di conoscerla solo dopo, e per chi potrà sognare ancora grazie a lei, Mariapia, potrà essere per sempre la ragazza dei sogni.

 

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Il cacciatore dei giocattoli perduti

vigile del fuoco

Babbo Natale ama vestirsi di rosso. O almeno la Coca Cola ama che si vesta di rosso. Ma fatto sta che quel colore gli sta davvero bene e anche quando Babbo Natale decide di mostrarsi in un’altra veste, il rosso resta sempre il suo colore preferito. Ecco perché qualche anno fa decise di vestirsi da vigile del fuoco. Questa favola inizia da una tragedia. E ancora non ha un lieto fine. Ma ha visto come protagonisti tanti eroi e persone dal cuore nobile. Esempi, per dirla meglio.

C’era una volta e c’è ancora – ma con fatica – un posto fatato. Si chiama Norcia. Qualche anno fa, per più volte, il terremoto ha cercato di distruggere l’anima di un luogo stupendo. Non ci è riuscito, lo diciamo subito, perché gli umbri e gli italiani hanno resistito, facendo squadra e reagendo. Tra mille sofferenze, spazzando via polvere e lacrime, macerie e tristezze. Babbo Natale si è trasformato in diversi personaggi durante quella tragedia. Mai da politico, purtroppo. Una volta si è trasformato da vigile del fuoco. Il rosso gli dona. Lo sa. Lo sappiamo. Un vigile del fuoco speciale: un cacciatore di peluche.

Un cacciatore di peluche. Vestito di rosso, come un Babbo Natale coraggioso, ma che invece di portare nuovi doni ai bambini, riporta loro i giocattoli abbandonati sotto le macerie di case terremotate. E già perché sotto pietre e macerie, mobili distrutti e vite spezzate, giacciono anche i giocattoli del bambini. Quelli che segnano l’adolescenza e quelli che ognuno si porta dietro nel suo crescere. Forse non nel concreto ma nel fantastico mondo dei ricordi dell’infanzia. Vi ricordate il vostro? Il mio era una piccola auto nella quale ho sempre sognato di entrare. E forse con la fantasia l’ho fatto. Giocattoli che sono fondamenta di ogni bambino. E allora al nostro vigile del fuoco tutto speciale viene assegnato il compito particolare: trovare i giocattoli perduti. E per tutti i bambini i giocattoli sono vivi. E sono vita per gli adulti.

Il suo compito e quello dei suoi compagni diventa quello di picchettare le strutture diroccate e recuperare insieme ai residenti i beni più preziosi. Oro, gioielli, ricordi e … soprattutto giocattoli. Sì, giocattoli. Il nostro Babbo Natale è partito dal Vallo di Diano per compiere l’ardua missione. Lui e gli altri vigili del fuoco chiamati in causa per un missione da film di Disney ma invece è una favola reale. I nostri eroi così, pochi giorni dopo il terremoto visitano decine di case e recuperano peluche e giocattoli per i bambini di Norcia. Vengono ripagati da sorrisi e abbracci, con grigliate e pasti caldi. E bambini che riabbracciano i giocattoli e in qualche modo scacciano paure e brutti pensieri. Il nostro babbo Natale recupera giocattoli e sorrisi. Poi torna nella sua tenda, lo aspetta una slitta a forma di camionetta dei vigili del fuoco e con le renne che si trasformano in cavalli del motore. Toglie la divisa rossa, il casco, toglie dagli occhi le tragedie di persone che non ce l’hanno fatta, di famiglie senza casa e di mamme in lacrime, immagini che posiziona in fondo al cuore e rivede solo il sorriso allegro di quell’ultimo bambino a cui ha ridato l’orsacchiotto. Il bambino ha abbracciato lo strano Babbo Natale e il peluche. Con l’orsacchiotto ha parlato e poi ha anche ascoltato una misteriosa risposta.

Quindi ha detto al vigile del fuoco: “Lui si chiama come te. Si chiama Bruno”. Poi è corso via con l’orsacchiotto poggiato sul petto, la testa del pupazzo sulla spalla. Il vigile del fuoco lo ha guardato e l’orsetto gli ha fatto l’occhiolino. Sorridendo.

 

 

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Una bimba di nome Piuma

piuma

Novecento grammi, una piuma da prendere in braccio in un palmo di mano. Piuma potrebbe essere il suo nome. Piuma, il nome di una donna nata per combattere. Sin dal primo vagito in cui è scritto il suo destino.

E Piuma, così piccola e indifesa, è già un simbolo. A sua insaputa. Almeno lo è per me perché rappresenta la fragilità ma anche la forza di vivere. La scintilla per non mollare, per non morire. Più forte del suo destino. O del destino che vogliono disegnarle addosso.

La fragilità di una donna che deve combattere sin dall’inizio. E Piuma dovrà farcela. Dovrà farcela per dare coraggio a tutte quelle altre donne che – magari non combattono da quando vengono alla luce – ma che cominciano a farlo poco tempo dopo. Piuma deve essere quel simbolo. Deve esserlo nel Vallo di Diano dove le piume sono tante e vengono spazzate vie da soffi di vento gelido. Torbidi tornadi che nascono in luoghi che non ti aspetti.

Piume come Annamaria Mercadante e Giovanna Curcio. Piume bruciate dallo sfruttamento del lavoro e dall’indifferenza di chi sapeva e non ha fatto nulla. Ma bruciate anche dopo, nel ricordo svanito come una piuma al vento. Solo il peso d’affetto di Enzo Faenza continuava a farle vivere. Dimenticate.

Piume come quelle donne che pur desiderando un figlio devono temere la gravidanza per non perdere il lavoro. Nel Vallo di Diano succede. Spesso. Succede in ogni paese, succede che datori di lavori non rinnovano il contratto, licenziano o minaccino di farlo. Preservativi dello sviluppo sono. Sono ovunque. Succede troppo spesso.

Piuma come chi soffre tra schiaffi d’amore. Non esistono, è una bestemmia di tre parole.

Piume come chi affronta ogni giorno i pregiudizi velenosi per essere quel che si è, per scegliere la via che si vuole, per affrontare la vita a modo proprio. Piuma chi asseconda l’idea del capo in attesa di un moto di ribellione interno. Lo sente divampare dentro quel moto. Piume per colpa nostra, per colpa di chi le vede piume, le fa sentire tali, e cerca di soffiarci sopra quando non servono più.

Piuma – nata troppo presto – sin dalla nascita, coi suoi 900 grammi di vita pura, dovrà affrontare una vita di battaglia, dove in pochi aiutano e in tanti sono pronti a soffiarla via.

Senza pietà.

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Il mondo fantastico di Brachetti

FB_IMG_1575103028641.jpgNel suo mondo. Anzi no. In un altro mondo dove tutto è possibile.  Dove puoi volare, dove le tue ombre diventano luce, dove puoi essere chi e ciò che vuoi. Dove forse sei semplicemente te stesso. Finalmente.  Senza alcun giudizio e pregiudizio.

Nel suo mondo che poi diventa il tuo ti senti libero, fanciullo, coinvolto. Solo, sì, ma con le fantasie che ti fanno compagnia. Che ti prendono per mano. In quel mondo chiuso tra pareti di una casa fatta di ricordi si apre la mente, si apre il cuore e le fantasie diventano emozioni.

Come quando canti con il phon in mano e ti senti Freddy o Micheal. Anzi lo sei davvero e dallo specchio appannato spuntano un ricciolo e un guanto bianco. Eppure sei nudo e calvo. Forza della fantasia.

Nel mondo parallelo, nel mondo della fantasia viaggi e affronti meglio quello reale. Anche se confonderli, fonderli, renderli entrambi parte di te sono l’unica via verso la felicità. Un viaggio che diventa vita. Il viaggio che Arturo Brachetti ha reso possibile in un’ora e mezza di spettacolo onirico. Un viaggio dove la fantasia fa da pilota e il fanciullo che è dentro di te bussa più volte per uscire. E ce la fa.

Così il suo viaggio è diventato il viaggio di tutti gli spettatori.  Un viaggio che andrebbe fatto spesso, alla ricerca delle emozioni pure. Di danze con cari che non ci sono più,  di giochi con oggetti lasciateci in eredità da nonni ispirati. Un viaggio di pura, meravigliosa, fantasia. Tra sorrisi perenni e bocche semi aperte per lo stupore. Un viaggio tra mondi di granelli di sabbia che diventano storie e animali che conquistano le ombre. E alla fine l’ombra dell’essere sempre realista evapora sotto i colpi dolci della luminosa fantasia.

È stato tutto questo e molto più “Solo”, lo show di un artista internazionale che ha riempito di luce il PalaDianflex e gli occhi di chi lo ha ammirato.

Personalmente mi ha trasportato nel mondo delle fantasie che aleggiano in me, in un mondo dove il fanciullo che ero e, ancora un po’ sono, ride felice e non ha ombre. Quel mondo dove mi trasformavo in un telecronista di partite di calcio tra automobiline diventate calciatori, quel mondo dove con la maglia bianconera numero 10 diventavo Platini. Quel mondo dove tutto era possibile. Quel mondo in cui voglio credere ancora.

Con questo spirito sono tornato a casa dopo lo spettacolo. Ma una cosa strana mi è successa appena prima di chiudere la porta. Sul muretto di fronte casa un ragazzo un po’ fumoso mi ha salutato sorridendo. Mi è sembrato di riconoscere Giupeppe – rigorosamente senza “s” – il mio amico immaginario che ha accompagnato le avventure fantastiche e fantasiose della mia infanzia.

Potere di Brachetti. Potere della fantasia.  Potere soprattutto di un mondo che continua a essere vivo in ognuno di noi.

Va solo vissuto di più.

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La speranza e il temporale

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La nube sembra un enorme grumo di panna montata alla liquirizia. Riempie il cielo. Copre l’ultimo raggio di sole.  Fa buio tutto attorno. Le prime gocce arrivano solitarie e distanti l’una dall’altra. Sembrano i primi bambini in fuga dalla scuola dopo il suono della campanella. E infatti il gruppo, folto e rumoroso, arriva subito dopo. Gocce pesanti che si schiantano senza pietà su ciò che trovano sotto. Fredde e grandi come un polpastrello, sono lacrime pesanti su una giornata già nera per Mimmo.

Mimmo alza la testa e le vede arrivare sempre più forte. E’ poggiato sul muro del municipio di Atena Lucana, le mani incrociate all’altezza dei reni, le gambe accavallate, gli occhi tristi e la testa coperta dal cornicione. Le sue lacrime si confondono con le gocce del temporale. Un pomeriggio triste. L’ennesimo e non per quella pioggia che sta rendendo fiumi le strade. L’ennesimo senza lavoro per Mimmo, l’ennesimo alla ricerca di un futuro per sé e per la sua famiglia. Ricerca vana da mesi.

La nube si fa sempre più simile a quelle astronavi da film apocalittici. Spuntano anche lampi che tagliano il cielo senza ferirlo. Il vento sposta l’acqua ma le gocce sanno già quale è il loro destino e puntano dritto al suolo. Senza paura. Con adrenalina. Un brivido di paura, imprevisto, scivola sulla schiena di Giuseppe. Sta uscendo dal municipio di Atena Lucana quando viene sorpreso da un frastuono. Un tuono. Si desta, scrolla le spalle e guarda l’auto dall’altra parte della strada. Toccherà fare uno scatto per dribblare gocce e pozzanghere. E così fa. Ma gocce e pozzanghere sono più rapidi di lui e in auto ci arriva fradicio. Prova ad asciugarsi con il riscaldamento e con la coda dell’occhio le vede. Vede gocce di acqua che bagnano un viso già umido. Vede Mimmo.

“Vuoi salire? Vuoi un passaggio”. La voce arriva all’improvviso quasi quanto il tuono di pochi istanti prima. Mimmo abbassa il volto e vede quel ragazzo offrirgli un aiuto da un finestrino abbassato appena un dito. Riguarda in alto e pensa che quella nube si è affezionata a quell’angolo di cielo e non se ne andrà facilmente. Decide di accettare. E’ più rapido di Giuseppe ma lo stesso perde la gara dei dribbling con pozzanghere e gocce. Sale in auto e approfitta anche del riscaldamento.

Giuseppe gira la chiave e dà un colpo di gas, si affida ai tergicristalli e alle luci. Si avvia verso la parte bassa del paese. Guarda Mimmo e gli sorride. Lui ringrazia con un sorriso. Si avviano. Le gocce si infrangono sul vetro e rompono il normale silenzio che regna tra due sconosciuti. E fanno da colonna sonora fino a quando Giuseppe quasi senza accorgersene gli chiede. “Che fai da queste parti? Senza di me ti bagnavi come un pulcino”.

“Cerco lavoro, da mesi e non trovo nulla, speravo di trovare qualcosa oggi, ma niente. Farei qualsiasi cosa ma non sono fortunato o sono incapace”. Mimmo guarda fuori dal finestrino. Ha sputato quello che ha detto più come sfogo che come risposta a Giuseppe. Poi se ne è vergognato. E ora si aspetta il silenzio o le solite parole vuote di conforto.

Giuseppe si sente spiazzato, ma quelle parole sono arrivate come il lampo di poc’anzi. E poi giunge il tuono. “La mia azienda cerca personale da tempo, ma abbiamo difficoltà nel trovarlo”. Guarda la nuca di Mimmo e come se folgorato capisce che può essere la persona giusta. Non si sa spiegare il perché ma sente che è così. Mimmo gira lentamente il volto e lo fissa negli occhi. Sorridono. Poi guarda nello specchietto e trova un arcobaleno che ha interrotto il temporale e dissolto la nube nera fatta di panna e liquirizia.*

Ieri Mimmo ha cominciato il suo nuovo lavoro. In bocca al lupo.

*tratto da una storia vera.

La speranza è un sentimento complesso da provare e portare avanti. Ma è da coltivare sempre. Anche oggi, anche sotto la pioggia e il temporale. Anche nel Vallo di Diano. Anche in Italia. La speranza deve esistere negli occhi altrui, in incontri fortuiti, nella caparbietà, nello scacciare l’odio, nell’affrontare il temporale non attendendo che smetta. 

** foto di Gianluigi Casella

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Giuseppe “strong man” De Rosa: l’ultramaratoneta

Da il Mattino del 6 novembre.

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“Giuseppe strong man”. Nella notte della Giordania si sente una voce che, in inglese, riempie il buio: “Giuseppe strong man”, “Giuseppe sei un uomo forte”. Poi spunta il sorriso di Giuseppe De Rosa a illuminare quel buio e le sue braccia che si allargano come per prendersi la vittoria, per abbracciarla, quasi per scacciare la fatica di 166 chilometri di marcia per una delle ultramaratone più dure del mondo. Tra dune e senza assistenza. E a vincerla è un atleta di Sala Consilina, Giuseppe de Rosa, 42 anni, muscoli flessibili, concentrazione massima e serenità invidiabile. Unico italiano in gara, tra i pochi ad affrontare queste prove ultra umane, tra le dune che hanno fatto da cornice, o meglio da ostacolo, dalla magnifica Petra fino al traguardo di Wadi Rum. Una gara durissima, in condizioni climatiche estreme, tra sabbia, dune e forse miraggi che l’ultramaratoneta di 42 anni ha affrontato grazie a eccellente preparazione atletica ma non solo. Con lui una una forza di volontà fuori dal comune. Un vero esempio di atleta e di persona che sa affrontare i propri limiti. E li sa battere. De Rosa è un barman di Sala Consilina, o almeno lo era fino a quando, probabilmente, ha scoperto di un essere un fenomeno in questo sport per super uomini. Un Cristiano Ronaldo – un po’ meno pagato – delle ultramaratone in autosufficienza. L’ultramaratona in autosufficienza è una competizione estremamente particolare e complessa. Si percorrono tratti lunghissimi, da un minimo di 165 chilometri o come in Australia, fino a oltre 800 chilometri suddivisi in 8 tappe. Con riposi in campi base non proprio a 5 stelle. E anche in Oceania il nostro atleta ha saputo fare grandi cose, arrivando tra i top. Quando già arrivare diventa una splendida impresa. Per autosufficienza si intende con nutrizione scelta dagli stessi atleti. L’organizzazione fornisce solo un litro e mezzo d’acqua ogni checkpoint (ogni 20 chilometri circa). Il resto dei rifornimenti è quello nello zaino dell’ultramaratoneta che si porta dietro lungo ogni singolo (e forse maledetto) chilometro della grande impresa. Non sono previsti aiuti, sostegni esterni. Soli contro tutti. Spesso anche contro se stesso. Nel zaino degli atleti c’è il kit medico obbligatorio, più siringhe per contrastare eventuali veleni (rettili e altri esseri mica sanno che si tratta di una gara), luci e coltellini per prestare soccorso a se stessi. Quando interviene un personale esterno c’è la squalifica. E quindi questi campionissimi difficilmente chiedono il classico Sos. Mozambico, Vietnam, Bolivia, Norvegia e altre nazioni sono i luoghi dove De Rosa si mette alla prova e porta con sé il Vallo di Diano e Sala Consilina. Dove prepara – ma ancora non può saperlo – la grande vittoria in Giordania. De Rosa si trasforma da “normale” barista in super eroe dal 2009 quando decise, quasi all’improvviso di partecipare alla maratona di New York senza aver mai fatto atletica in vita sia. “In tre mesi l’ho preparata e poi ne ho fatte 88. Mi sono fermato per un anno nel 2015”, racconta. Si ferma perché non ha più stimoli. Forse le maratone di soli 42 chilometri e rotti non lon stancano abbastanza. Ma arriva la svolta, quasi improvvisa. “Un anno dopo mi sono presentato a gareggiare in Senegal per la mia prima ultramaratona, e mi è cambiato il mondo. Da allora oltre 20 gara da super atleti senza mai arrendersi”. Un cambio dal punto di vista sportivo ma anche come uomo. Soprattutto come uomo. Le ultramaratone si snodano in scenari dal punto di vista ambientale unici ma attraversano luoghi poveri. Di miseria. “Durante uno gara in Senegal – racconta De Rosa – vedo in lontananza un’ombra. Pensavo a un miraggio. Capitano in queste gare. Invece era una bambina di 10, 11 anni con sulle spalle la sorellina. Mi chiesero in francese dell’acqua. Fu un brivido”. Da allora nello zaino De Rosa porta nello zaino un po’ di cibo in più per donarlo ai bambini che incontra. “Mi è capitato di incontrare mamme che mi chiedevano di salvare, portandoli via, i loro figli”. Ultramaratone per il fisico e per la mente che De Rosa affronta al meglio. Senza paura e battendo la fatica. Perché davvero è “Strong man”. Un uomo forte.

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Gerardo

Come si permettono di buttare le lattine vuote sotto il cespuglio. C’è il cestino qui, non lo vedono? Che gentaglia che c’è. Ah se non ci fossi io. Questa cosa qui, questa con il nome così difficile con alberi e fiori, sarebbe uno schifo. Sono il giardiniere di questo posto. E poi il mio zampillo. Lo trattano sempre male, lo fanno schizzare. Ma un po’ di rispetto non potrebbero averlo. E’ mio certo, ma loro lo possono usare. Basta avere accortezza.

Meno male che ci sono io, controllo e metto a posto. Hanno paura di me. Prendo il foglio e la penna. Ieri me l’hanno data un’altra penna, solo quella con il pulsante. Altrimenti non la prendo. Deve fare click sennò non la voglio. Vado a fare il mio giro di perlustrazione. Il fischietto lo tengo, sono il comandante dei vigili urbani e devo controllare il mio paese. Parcheggiano come selvaggi, sono incivili e poi guardano me come se fossi io il diverso. Fiuuuuuu. Senti come fischia questo fischio, e vedi come spostano le auto. Mi temono. Sono il comandante dei vigili urbani.

Guarda qua, urlano e litigano tra di loro. Sembrano pazzi. Ora lo scrivo però, ho l’agenda con me. Me l’hanno regalata, o forse era mia e l’hanno ritrovata. Non ricordo. Prendo la penna dal taschino e scrivo. Sono giornalista. Mica come quelli che non scrivono nulla, io scrivo la verità. Guarda, guarda come mi guardano che scrivono. E ora vi faccio finire in tv. Voi litigate mica io. Io racconto di quanto siete barbari e animaleschi che manco ve ne accorgete.

Ora entro da Carlo, quanto è grosso Carlo e taglia la barba. La taglia anche a me. Senza farmi pagare. Sarà perché sono un comico. Entro, dico qualcosa e tutti ridono. Ridono di quello che dicono, non di me, sia chiaro. E io la ripeto sempre quella cosa, così ridono, perché io sono un comico, da Carlo sono felice e poi mi taglia la barba senza farmi pagare. Mica devo pagare. Sono un attore famoso e tutti mi salutano e scattano le foto. Non mi piacciono tanto le foto.

Fammi andare a mangiare, dovunque vada mi offrono qualcosa di buono. Sanno che sono un famoso chef e capisco bene di mangiare, basta che allungo il dito e me lo danno. A volte mi chiedono di ripetere le cose, sono tutti un po’ sordi non perché parlo male, ma poi mi capiscono. Buono questo cornetto alla crema, secondo me li fanno buoni per me. Sono sempre un vigile giornalista che sa fare il giardiniere e ha un passato da chef.

Beh è tardi. Vado a casa. Ho freddo. Sì, mi dicono che è ancora estate e io ho il giubbotto e il maglione e il cappello, ma io ho freddo perché gli altri mi devono dire che non devo aver freddo? Qualcuno fa uno strano gesto con il naso, come se sentisse un cattivo odore. Sono io? Io non sento nulla. Allora è lui e manco mi interessa. Ognuno può fare ciò che vuole, basta che non tocchino il mio giardino e parcheggino bene.

Entro a casa, è buio. Vado a letto ed eccoli, lì sento urlare. Anche stavolta. Ragazzini che mi insultano da anni. Passano gli anni ma i ragazzini sono sempre della stessa età. “Scemo, scemo, Gerardo è scemo”, gridano. Ma perché mi trattano male, mi buttano le cose, mi insultano. Esco dalla casa, urlo anche io. Loro fuggono. Perché fuggite. Vi sto solo dicendo che anche io sono bambino.

Lo sono sempre stato.

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