Servirebbe più…Costanza

Una opera teatrale in tre atti. Tra applausi e qualche stonatura.

Questo è per me alla Tavola della principessa Costanza.

Primo atto. Il medioevo. Il corso principale di Teggiano riesce a trasformarsi – o almeno a vestirsi – da vero spaccato medievale. Chi partecipa al corteo si sente davvero un personaggio dell’epoca, i dettagli vengono curati e a un certo punto sembra addirittura che coloro che sono vestiti da nobili guardino in modo sbieco i popolani. Potere dei ceti che ci portiamo ancora dentro. Ci sono coppie che più di altre sembrano arrivare direttamente dal 1480. Come quella del barbuto e della sua donna. Assai più cattiva di lui. Creare poi la piazza in un anfiteatro è un tocco di genio e sembra davvero di essere in un’arena tra tamburine speciali e veri uomini medievali che tra corazze, mantelli e spari catturano i cuori e i sussulti di migliaia di spettatori. E poi c’è quel giullare che sa fare da collante. Da 26 anni. Oramai.

Secondo atto. Le taverne. Il cibo è buono. Senza dubbio. Con tocchi di eccellenza come il “pizzo” e i primi. Ma di medievale non ha nulla. E anche dei prodotti locali poco ha. Un accessorio necessario. Importante. Ma poco Costanza.

Terzo atto. L’assalto. Lasciando perdere l’escamotage dei due eventi (“Alla Tavola della principessa Costanza” e “Assalto al castello” creato da Scabec – braccio armato ed economico della Regione) per avere finanziamenti differenziati. Ognuno sceglie la strada migliore per sé. Concentriamoci sullo spettacolo. L’assalto quest’anno è stato teatrale. Meno cinematografico e più scenografico. Meno Hollywood più Broadway. In meglio, parer mio. Con il castello imprescindibile in questo atto finale.

Epilogo. Costanza fa 100mila visitatori secondo gli organizzatori. Conti certi impossibili da fare. Ma di certo fa una splendida figura. Magari, per il turismo, servirebbe più costanza. Non intesa come principessa ma di far essere Teggiano più Diano. Più un polo medievale. Forse il viaggio nel passato perenne è la strada verso il futuro.

Dietro le quinte. Come ogni buon remake medievale non mancano i retroscena, gli assalti, le congiure, gli accordi. Come la presenza e i sorrisi dal presidente della Provincia di Salerno, Michele Strianese, in piena guerra dei rifiuti. L’assenza del consigliere di maggioranza ma non più assessore ai sesterzi. E poi disfide tra banche (di medievale ricordo). La Costanza poi ha vista sulle prossime elezioni regionali…Insomma è molto 1400…

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Mojoca è un film (fantastico) di Tim Burton

Giganti vestiti con abiti fantastici, conigli che scompaiono, piedi che parlano, lingue di fuoco e uomini volanti.

E ancora: formiche giganti che trascinano panchine, bolle di sapone enormi che abbracciano bambini, ombre che diventano vive, carte magiche e mani veloci.

Sembra di tuffarsi in un film di Tim Burton ma è molto di più. È Mojoca. Il festival degli artisti di Moio della Civitella. Una festa diversa da tutte le altre, un centro storico che diventa set.

Il cibo diventa un corollario, non è fondamentale. Sono le emozioni, le sorprese a essere al centro di tutto. Passeggi tra strade strette e angoli fatati con occhi curiosi. In ogni dove spunta qualcuno o qualcosa che ti cattura. Ti spiazza. Ti fa sognare. A un certo punto non distingui più la realtà dalla fantasia. E speri che il mondo che vivi sia quello fantastico dei sorrisi dei bambini, degli adulti che tornano fanciulli, degli organizzatori di Mojoca che trasformano un paese in un film. Di Tim Burton.

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E’ solo un gioco

Ho paura mamma. È buio e le stelle non si vedono. Cullami mamma. Cullami e fammi volare come sai fare tu. Mamma perché non ti muovi, perché stai ferma. Apri gli occhi, mamma. Ti prego. Hai detto che sarebbe stata un’avventura, un gioco meraviglioso. E, invece, mamma non è un gioco, le onde sono troppo forti. Piangono tutti, tranne tu che sei immobile e io, mi hai detto che sei piango perdo. E non voglio perdere, ma ho paura, le onde sono troppo forti e tu, tu non ti muovi. Non mi piace più questo gioco. Voglio scendere. Le onde diventano sempre più grandi. Mamma aiutami. Ho paura. Piango anche io. Come gli altri. Fino a quando non piangiamo più. Non abbiamo finito le lacrime ma l’aria.

È solo gioco. E invece giocate con noi, con le nostre vite.

Avevo sempre sognato la sabbia, la riva del mare. Avevo sempre fantasticato di andare su una spiaggia a costruire castelli di sabbia. Ah che bel gioco che sarebbe stato. Creare castelli fatati e sorridere, sognare di viverci e di difenderli dall’assalto dei nemici. E invece, invece, eccomi su questa spiaggia. Maglia rossa, pantalone blu, il viso gonfio immerso nella sabbia bagnata. Sono andato via in un attimo, inseguendo un sogno. Sognando il mio castello di sabbia.

È solo un gioco. Un maledetto gioco

Con mia madre non potrò più giocare, e io amavo giocare con lei. Era la cosa che amavo di più. Me l’hanno portata via. Me l’ha portata via colui che chiamavo papà. E non era mio padre. Me l’ha portata per una lite, per delle urla. Io non lo capivo neanche cosa voleva, cosa chiedesse. Me l’ha bruciata. Uccisa in un freddo pomeriggio d’autunno. E con lei non potrò più giocare. Ha bruciato il mio amore.

È solo un gioco e voi non ci fate giocare.

Ho sempre desiderato  giocare ma sono prigioniero del mio corpo. Prigioniero di barriere che voi neanche vedete o immaginate e che io sento ogni volta che respiro. Ma sono anche prigioniero delle vostre barriere, della vostra indifferenza. Sono prigioniero dei vostri occhi, dei vostri giochi politici ed economici. Siamo in tanti a vivere la stessa prigione. Siamo in tanti e non vorremmo, credeteci. Scusate se siamo un disturbo. Ma respiriamo, amiamo, viviamo. E vorremmo giocare. Ma voi, voi create barriere, girate lo sguardo e vi sporcate le mani e le anime. Fateci giocare. Rimarremo prigionieri delle nostre malattie per sempre, ma vi imploro fateci essere bambini che possano sorridere.

È solo un gioco. Ma un muro ce lo impedisce.

Vi sento parlare in tv. Usate parole strane. Confine, barriere, muri, razze, soldi, potere. Le vostre parole non le capisco. Ma poi le vivo sulla mia pelle. Le vivo mentre perquisite mia madre e piango all’ombra di un muro messicano. Le urlate contro ogni parola eppure avete una divisa. Vi immaginavo eroi e invece, usate il manganello e la picchiate. Giocavo a fare la guardia e avete distrutto il mio gioco nel nome della vostra Giustizia. Della Giustizia dei muri e dei confini, delle razze e di non so qualche altra parola strana. Ma avete dimenticato cosa vuol dire essere bambino.

HO diritto di giocare.

HO diritto di essere felice, lo voglio e lo pretendo. Difenderò la mia felicità perché da grande voglio continuare a essere… felice. Magari me ne porterò un po’ dietro nel corso del tempo. Voglio continuare a giocare, non me lo impedirete. Sarò più forte di voi. Pensateci quando vi svegliate la mattina, quando mangiate velocemente o quando siete nervosi. Cosa dareste per tornare bambini? Non potete, mi dispiace. Ma potete permetterci di essere felici. E potete anche voi restare un po’ bambini per continuare a giocare. Magari insieme a noi.  E continuare a essere felici.

+++TRATTO DA STORIE VERE +++

*Nella foto di Gianluigi Casella, l’attore Orazio Cerino e Alessia Morrone

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Ron – l’intervista.

Una serata da trascorrere tra profumate orchidee e inconfondibili strofe. Tra ricordi ed emozioni. Tra le canzoni indimenticabili di Lucio Dalla e la voce trascinante di Ron. Un viaggio stando seduti comodamente trasportati dalle note e dalla storia vera e propria della canzone italiana. E’ ciò che si prospetta per il concerto di domenica a Sassano, nel Vallo di Diano, unica tappa campana dell’artista lombardo del tour “Lucio”. Un viaggio in luoghi incantati della Penisola per portare le canzoni dell’amico Lucio Dalla e anche il suo messaggio ancora attuale in difesa degli ultimi. Ron sarà il protagonista a Silla di Sassano, nella suggestiva cornice della villa comunale “Paolo Borsellino”, di una serata musicale attesa da molto nel comprensorio. Il cantante presenterà al pubblico una scaletta ricca e variegata contenete i brani più importanti che Ron e Lucio hanno scritto insieme e molti altri brani del repertorio di Dalla, da “Piazza Grande” ad “Henna, “da Anna e Marco” a “Tutta la vita”. Canzoni che sono parte integrante della storia della musica italiana, alcune delle quali sono state reinterpretate da Ron e raccolte nell’album “Lucio!” (uscito a marzo 2018 e contenente anche il brano “Almeno Pensami”, inedito di Lucio Dalla interpretato da Ron in occasione del Festival di Sanremo 2018) e nel disco live “Lucio!!”, uscito lo scorso aprile.

Cosa potranno ammirare gli spettatori di Sassano?

“Il tour è iniziato questo mese ed è l’omaggio al mio amico di sempre Lucio Dalla. Uno spettacolo pensato come una piece teatrale, in cui racconterò Lucio dall’infanzia agli ultimi tempi, attraverso le sue canzoni e contributi video e fotografici inediti. Non sarà solo uno spettacolo musicale ma ci sarà tanta musica. Racconterò Lucio attraverso le sue canzoni e i miei ricordi”.


Si tratta del primo concerto a Sassano e nel Vallo di Diano. Curioso?


“Molto. Conosco benissimo la provincia di Salerno, soprattutto la Costiera amalfitana ma non solo. Conosco i suoi sapori, i suoi profumi e chi ci abita. E’ un luogo dove vale la pena nascere, vivere e morire. Lo si può fare sempre con il sorriso. Poi a Sassano, terra delle orchidee, sarà di certo uno scenario straordinario per una serata da trascorrere tra musica e ricordi”.


La sua presenza attirerà a Sassano anche persone di altri territori. Come si sente a essere anche un attrattore turistico?


“E’ una soddisfazione. Sapere che ci saranno persone che verranno ad ascoltarmi a Sassano e poi avranno anche la possibilità di conoscere luoghi meravigliosi magari non sempre noti dà ancora maggiore gioia. L’arte, la musica possono e devono fare anche questo. Trainare emozioni e conoscenza”. 


Quali emozioni non pensava di provare cantando Lucio Dalla?


“All’inizio ero nervoso, teso. Ma portando le canzoni di Lucio Dalla in Italia, incontrando gli spettatori, e registrando in studio il disco, ho raggiunto una meravigliosa tranquillità”.


Quanto è attuale la musica di Dalla e il suo messaggio in tutela degli ultimi?


“Con le canzoni, la musica, le note, bisogna portare avanti il messaggio di solidarietà, di vicinanza agli ultimi che sono sempre con noi. Il messaggio di Lucio, quel messaggio che metteva in tutte le sue canzoni è ancora attuale. Attualissimo direi”.


Nell’album live ci sono diversi duetti, da Fiorella Mannoia a Massimo Ranieri senza dimentica Zampaglione e Gigi D’Alessio. Con chi avrebbe voluto duettare ancora?


“Credo che sia riuscito a duettare con alcuni tra gli artisti migliori del panorama italiano che hanno sposato il progetto in ricordo di Lucio”.

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Olena

Ammazzata.

Prima di essere bruciata.

Dimenticata.

Già quando venivi sgozzata.

A Polla era la notte di San Giovanni

e il sangue macchiava i panni.

Alla deriva

Eppur ti abbiam conosciuto viva.

Abbandonata

Quando sei cambiata.

Degli ultimi è il destino

Di essere messi al confino.

Uccisa già prima di quella notte

da chi degli altri se ne fotte.

Uccisa dopo quello assassinio animale

da chi si ciba dell’altrui male.

Perché viviamo nell’indifferenza

dell’altrui sofferenza.

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Sarri, il “bollito” perugino, il sorriso grossetano, le visite notturne a Napoli e quell’incontro a Castelvolturno

Seguivo il Perugia calcio da qualche anno. Il Grifo che tanto ha dato alla mia carriera da giornalista e che ancora tinge il mio cuore calcistico anche di biancorosso. Oltre che di bianconero (tinte principali). Per il Corriere dell’Umbria – quotidiano per cui lavoravo – avevo il compito di seguire gli allenamenti quotidiani della squadra. Quell’anno, quell’anno della folgorazione, il Perugia era in Lega Pro, il presidente era lo sprovveduto Covarelli e fu scelto per la panchina un certo Maurizio Sarri. Un messia. Calcistico ovviamente.

Come tutti, come anche i miei colleghi amici Francesca Mencacci e Michele Milletti, lo iniziammo a descrivere come l’allenatore in perenne tuta nera, come l’ex banchiere che aveva scelto il calcio, come mister 33 schemi. Ma conoscendolo fu molto di più. Anzi non fu nulla di questi preconcetti. Fu ed è stato un grande uomo.

Non voglio raccontare la tua meticolosità sul campo, il suo modo di studiare calcio (sì lo so non è un argomento fondamentale della vita ma regala emozioni) e il suo modo di allenare. Voglio raccontare, se possibile, il Maurizio Sarri, uomo. Quello che ho imparato a conoscere. E che qualcosa mi ha lasciato.

Noi tre, Francesca, Michele e io seguivamo gli allenamenti sempre. Ogni ora e in ogni condizioni meteo. Certo ci sono lavori peggiori. Ma lo facevamo. Eravamo lì. Maurizio e il suo fido Ciccio Calzona ci vedevano e cominciammo a prendere confidenza. A togliere quelle barriere dei ruoli. Fu così che Maurizio seppe che ero uno studente fuori sede, che come lui mi sentivo comunque non proprio a casa mia (anche se accolto benissimo) e lui come me, non sapeva cucinare benissimo e andava avanti, quando pranzava a casa, con pasta e tonno. Cominciammo a mangiare spesso insieme al bar di Alberto. Il bar dello stadio. E fu lui che mi fece scoprire il “bollito”. Mai assaggiato, poi ho capito che è quello che mamma mette nel brodo, ma che nella Toscana sarriana si mangia a parte. Avevo poco più di 20 anni e Sarri mi raccontava del calcio, della diagonale difensiva a “L”, di come aveva scelto il calcio e di altre cose di vita. Della sua vita e della mia vita. Amici è una parola grande ma eravamo diventati in buoni rapporti. Mi raccontava che la moglie lo portava in montagna e lo lasciava lì senza sigarette per evitare che fumasse per una breve parentesi, mi raccontava del figlio, del cane, della distanza dalla Toscana, delle sue origini napoletane e mi prendeva in giro per l’accento. Lo stesso faceva con Francesca e Michele. Nacque uno splendido rapporto. Gli regalammo, in una festa natalizia della squadra, una stecca di sigarette. Cosa mai fatta in passato con gli altri allenatori e mai fatta dopo. C’era qualcosa di particolare in quel rapporto. Lui era criticato come tecnico dalla stampa “altolocata” e parte della tifoseria e noi lo difendevamo. Non solo per la simpatia ma perché eravamo convinti fosse bravo. Avevamo ragione. Poi c’è un ricordo personale. Il ricordo del “pacco da giù”. Il pacco che arrivava a Ciccio Calzona, il suo vice, calabrese. Una sera gli arrivò la parmigiana. Avevano fatto allenamento fino a tardi e io ero rimasto lì. Sarri mi vide e mi disse. “A’ Pasqua’ stasera che ti mangi?”. “Sofficini”, risposi. Il mio pacco da giù era terminato. “No, stasera mangi bene” e mi portarono con loro a mangiare parmigiana e a parlare di calcio. Ovviamente.

Dopo qualche tempo lui fu esonerato e io trasferito a Grosseto. Cronaca nera. Ma il destino volle che l’allora presidente maremmano, patron Camilli, lo chiamasse alla sua corte. Sarri sembrava destinato a squadra con problemi intestini, società assurde e compagini un po’ in rotta. Il Grosseto era in serie B quell’anno e c’era un certo Pinilla che faceva cose fenomenali. Appena seppi di Sarri andai a trovarlo e lì, considerato anche che non ero un giornalista sportivo, le barriere si ruppero ancor di più. Mi accolse con il sorriso nella pancia dello stadio e parlammo di…calcio ma anche di Maremma. In quell’avventura ebbe modo di conoscerlo un altro giornalista da campo, Carlo Vellutini, che come me, Michele e Francesca scoprì l’uomo Sarri, con le sue battute anche oltre le righe che però erano surclassate dallo spessore dell’uomo. Ancora incontri, ancora cibo, ancora calcio. Maurizio parla spesso di calcio. Una fissazione. Splendida.

Poi le strade si divisero, i messaggi furono sempre più diradati ma la mia stima no. La sua non so. A un certo punto avevo pensato si fosse dimenticato di Perugia, di Grosseto e di tutto il resto. Io ero tornato a casa, giornalista per Il Mattino. Lui, a un certo punto venne chiamato dal Napoli calcio dopo anni che non ci sentivamo. Dissi a mio cognato Carlo – purtroppo tifoso del Napoli – che lo avrei portato da Sarri. Il Sarri dei miracoli. “E’ un mio amico”, dicevo con un pizzico di presunzione. Al cellulare Maurizio non mi rispondeva più e temevo di aver promesso qualcosa di più grande me. Un giorno Carlo e io decidemmo di andare comunque a Castelvolturno. Temevo di fallire e di prendere gli insulti di mio cognato che poco credeva a quel rapporto. Forse ci credevo poco anche io. Arrivammo al luogo di allenamento del Napoli, passammo un primo step di controllo dicendo che eravamo amici di Sarri. Senza intoppi. Arrivammo al secondo e ci scrutarono dubbiosi ma ci fecero arrivare fino all’ingresso dell’impianto. Arrivammo alla hall e li fummo bloccati da un efficiente – poco napoletano – responsabile in giacca e cravatta. “Siamo amici di Sarri, non abbiamo un appuntamento ma vorremmo salutarlo”. Ci guardò dalla testa ai piedi. Ora, io e mio cognato sembriamo i personaggi del cartone animato “Mignolo e il prof”, chi volete che ci possa dar di conto. Soprattutto se vogliamo incontrare Sarri in quel momento che tutti lo idolatravano. “Aspettate qui, c’è allenamento e finisce tra due ore. Ma di certo sarà impossibile che vi riceva”, disse quel poco napoletano di cuore di inserviente. E aspettammo, aspettammo. Io non avevo speranze. Mi stavo preparando all’epica figura che stavo per avere, colpa della mia presunzione. Tornammo più volte dall’inserviente che si trattava sempre più con freddezza. Poi all’ultimo tuffo, decidemmo di riprovarci, quello ci osservò e disse – quasi come una beneficenza – “Sì, ci rivado”. Tornò dopo due minuti con un viso diverso. Da napoletano. Sorrideva. Stava per parlare quando alle sue spalle spunto Sarri. “Pasquale vecchio figlio di …” Urlò. Con un sorriso come quello che si vede in tv nei momenti buoni. E mi abbracciò. Ci portò nella sua saletta, affumicata, dove c’era anche il buon Ciccio Calzona. E per tre ore parlammo. Indovinate un po’ di cosa? Di calcio. Poi però parlammo di noi e mi disse una cosa che allora non potevo dire per l’intimità dell’incontro e soprattutto per la sua disponibilità.

Disse a microfoni spenti: “Amo Napoli. La città di Napoli. La notte prendo l’auto e vado in giro a vederla, mi faccio accompagnare nei luoghi più belli e l’ammiro. Avrei voluto anche di giorno ma l’affetto dei napoletani è strabordante, ma ho la fortuna di averla vista Napoli, una città che amo”. Ci salutammo. E fu magnifico.

Per tutti questi motivi mi sono emozionato ieri nel vederlo esultare. Non è un amico, non è forse neanche un conoscente, ma è una persona che mi ha insegnato la solidarietà e che i sogni vanno inseguiti sempre.

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Voti. Amo.

Piccola analisi dei voti valdianesi e tanagrini. Con giochi di parole e senza pretesa di verità assoluta. O forse sì.

Il viaggio nelle urne della Val Padania del sud (già Vallo di Diano) non può che partire dal sud. Da quella paese dall’animo Romano che è Casalbuono e che segue la sua storia per restare a Gal. Peccato che il treno Italo non sia passato, però. Attinolfi così sarà il nuovo sindaco.

Proseguendo verso nord, il viaggio si blocca sul Marmo granitico di San Rufo. Domenica è stato il giorno della civetta, la lista civetta, e con sguardo Aquino, si notano subito crepe tra il Marmo e i Salviniani della prima ora che sono arrivati scaduti. O sono stati fatti far scadere. E sono Leuzzi loro, ora.

Proseguendo sulla dorsale occidentale ecco spuntare i numeri della politica. I 40 che nella guerra di Piera si sono affrontati a colpi bassi nel paese che ha le chiavi del Vallo di Diano. San Pietro ovviamente. Sarò Franco e lo ripeto la vista di Salerno sarebbe stata ben voluta. Per ora ci si illumina al fuoco di Pagliarulo verso i prossimi 5 anni…

Dalle porte del paradiso, o dal trono di re Enrico possiamo viaggiare verso un altro 40, il numero dei voti che separa Pessolano e Caggiano. E visto il clima che si respira non serviranno solo i voti a separarli. E, comunque, dove saranno questi 40 voti? Non malignate sempre, nella Cocozza non ci sono. Credo. Ma chi grida al Lupo al Lupo potrebbe anche aver ragione Addesso.

Da Auletta a Caggiano il viaggio è un attimo ed è subito Lamattina. Certo sempre a Caggiano siamo. Non solo nel senso del nome del paese ma…vabbè farò il Modesto e non aggiungerò altro per non rischiare un in…Grippo. Anzi una cosa sì, Lorusso di sera, bel futuro si spera.

La strada è un po’ rovinata ma Salvitelle è dietro l’angolo tuttavia tra fossi e buche serve la Scelza per arrivarci. E forse anche un elicottero. Forse per gli avversari è stata una sconfitta Nunziata. Chissà?

E infine terminiamo questo viaggio circolare, anche perché i politici un po’ le fanno girare, a Sala Consilina. La battuta sul galoppo di Cavallone è facile e su un mazzo di Cartolano pieno di due di picche pure. Ma questo è. Che colpa ne ho io se sulla Carrazza non è salito nessuno? Sul carro dei vincitori in tanti, ovviamente. C’è chi ha sfruttato il suo cognome per essere la prima eletta: in pieno periodo di Lega Nord, chiamarsi Lombardi di certo aiuta. Si scherza, ovvio. E’ stata una guerra Freda, con colpi bassi e cognomi noti (cambiavano i nomi ma poco contava) e il Coccione lo hanno rotto in tanti. Alla fine il Gallo ha cantato, il Paladino è tornato, Pelè ancora una volta ha colpito il palo e gli avvocati hanno trovato il loro Foro.

Questo è. Il viaggio finisce qui tra battute e giochi di parole speriamo che nessuno si offenda, altrimenti sono elezioni vostre.

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