Rocco

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Non avrebbe mai voluto morire, lasciare la sua famiglia. La sua famiglia, i figli, i nipoti, la moglie e tutti i cittadini di Polla. Sì, non con tutti aveva buoni rapporti, non era amato da tutti e forse non gli stavano simpatici tutti, ma per 45 anni li aveva visti come suoi familiari e cercava di aiutarli da buon padre di famiglia. Non avrebbe mai voluto lasciarli. Ve lo assicuro. Ve lo assicura chi lo ha criticato, chi con lui ha avuto scintille ma anche sorrisi e momenti piacevoli.

Non avrebbe mai voluto morire perché c’era sempre qualcosa da fare, per Polla, per il futuro. Una battaglia da vincere. Recentemente aveva combattuto per difendere il punto nascita, non far arrivare i rifiuti, nuovamente, a Polla, per far pulire il Tanagro. E poi, è stato in prima linea per combattere contro il Coronavirus. Ha rinviato l’operazione per poterlo fare. Si è sentito male sul campo, a pochi metri dall’ospedale. Aveva sempre voglia di progettare per il suo paese (anche se non dimenticava di essere natìo di Brienza). Aveva progetti, praticamente sempre. E sogni.

Non avrebbe mai voluto morire, gli piaceva la vita, gli piaceva lo stare insieme, essere chiamato sindaco, riconosciuto, ovunque. Gli piaceva essere salutato e salutare. Gli piaceva avere le stimmate da leader e battere gli avversari politici. Gli piaceva giocare con i nipoti, gli piaceva guardare la sua Polla, gli piaceva trascorrere il sabato mattina da Carletto il barbiere, gli piacevano troppo i saluti con chiunque incrociasse i suoi passi. Gli piacevano le cene con gli amici e i caffè con gli avversari.

Non avrebbe mai voluto morire. Avrebbe voluto essere per molto tempo il portatore dei valori della Prima repubblica, lui che dal 1975 era in politica, avrebbe voluto essere il decano dei politici del Vallo di Diano, il punto di riferimento per le giovani leve.

Non avrebbe mai voluto morire. Gli piaceva migliorare Polla e se non ci riusciva non disperava. E ricominciava.

Non avrebbe mai voluto morire, ma voleva continuare a parcheggiare la sua auto, intorno alle 9 del mattino nella piazza del centro storico, salire nel suo ufficio e lavorare per ore. Stare lì fino alle 22, rispondere al telefono, cercare di modernizzarsi ma restando legato al passato.

Non avrebbe mai voluto morire, avrebbe voluto continuare a essere il “presidente” – così lo chiamavano i migranti – del paese dell’accoglienza. Lo diceva con orgoglio spesso.

Non avrebbe mai voluto morire, sapeva di essere un pilastro, un punto di riferimento, il simbolo di un’era politica che forse, anzi sicuro, non c’è più.

Non avrebbe mai voluto morire, ma sono sicuro che se avesse dovuto scegliere un modo lo avrebbe fatto con la fascia tricolore al collo, restando sindaco. Il Sindaco. E così ha fatto, se ne va da sindaco. Il Sindaco.

Non avrebbe mai voluto morire. E non credo lo sia. Ma ci sarà sempre.

 

Rocco Giuliano (1945-2020). Sindaco di Polla dal 1990 al 2005. Dal 2013 a oggi. E domani. 

 

*foto Giuseppe Metitieri (all’insaputa del sindaco).

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Non respiro

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Il conto alla rovescia.

10. In ginocchio sul collo per far sentire che io ho il power. Il potere di decidere della tua vita. Ho il potere, la divisa, sono dio per te. “Sporco negro”.

9. Che goduria vederti affogare in mare. Hai voluto scappare dalla tua Africa per rubare il lavoro da noi. E’ la fine che ti meriti. Tanto qui avresti spacciato, rubato, stuprato. Muori.

8. Ancora che chiedi i soldi, vai a lavorare. Sei uno straccione, meriti la povertà e la malattia. Meriti la fame e la sporcizia. Non meriti di essere in questa vita, nella mia stessa vita. Nel mio stesso mondo.

7. Sei una donna, cazzo, cosa vuoi. Pretendi di essere considerata. Al massimo puoi sfornare figli, e se fai carriera al posto mio è perché hai sfruttato l’unica tua arma.

6. Da questa caserma non esci, sei un tossico, una zecca, morirai e diremo che sei caduto per le scale, che ti sei buttato. Sei un anarchico, un comunista.

5. Diaz sarà la vostra tomba!

4. Hai la divisa, ti odio. Se ti giri ti sparo, ti faccio esplodere. Dieci, cento, mille Nassirya.

3. Ha fatto la fine che si meritava quella puttana. Era mia moglie non voleva cucinare. Mi voleva lasciare, ha fatto la fine che si meritava. Lo rifarei oggi e non so perché sono in carcere. Era mia. E’ mia!

2. Resta legato, sei un pazzo e non meriti comprensioni. Una, dieci, 87 ore. Muori, nessuno ti piangerà!

1. No, non respiro.

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Il cacciatore di lune

Il cacciatore di lune. Un mestiere antico, declinato in più modi, ma sempre meravigliosamente affascinante. Il cacciatore di lune è un romantico, un sognatore, un avventuriero. Ed è anche un folle. Un folle perché il suo intento, pur se non lo dichiara, pur se forse neanche ne è consapevole, è quello di catturare la Luna. La sua anima, la sua essenza. E invece la Luna, lunatica per nome e lunatica di carattere, cambia aspetto, cambia luce, cambia prospettiva,cambia forma e umore per far dispetto ai cacciatori, perché la sua anima, mai nessuno la deve catturare. Un’eterna, antica, lotta fatta di sguardi, di appostamenti, di dispetti, di momenti di rabbia e altri di passione. La Luna, mostra alcune delle sue espressioni ma mai il suo vero volto. E il cacciatore sin dalla notte dei tempi ha cercato di immortalarlo quel volto.

Ma una notte, una notte di un giorno indefinito, potrebbe essere ieri, potrebbe essere stato anni fa, uno dei cacciatori della Luna, un folle, un Loco per nome, carattere, e soprannome, uno che fa della caccia alla luna, una sua ragione di vita, pare sia andato molto vicino a quel momento. Al momento in cui la luna, per un attimo, a insaputa di tutti, mostra il suo vero volto. Loco da anni insegue le lune e la Luna, è un visionario ma allo stesso tempo un figlio della luna, perché anch’egli è mutevole, appare e scompare, si sposta e si trasforma, e come la Luna spesso sta con la testa tra le nuvole. Ma poi ha quei momenti di ispirazione, quegli attimi in cui diventa tutt’uno con la sua macchina fotografica, secondi in cui sprigiona talento puro. E proprio in uno di quei momenti ha quasi centrato l’obiettivo, immortalare il vero volto della Luna. La Luna si distrae un attimo, accarezza il Santuario della Madonna del Carmine, con affetto e romanticismo e il Loco, che la sta corteggiando da anni, la cattura. E’ un attimo. E’ eternità.

È questa foto.

luna

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Orgoglio e Giustizia

falcone e borsellinoLe commemorazioni rischiano di essere fini a se stesse se al tramonto del sole l’oscuro invade anche la Memoria. Quando furono uccisi Falcone e Borsellino avevo poco più di 10 anni, ma ricordo quelle ore, quelle immagini, gli occhi di mio padre. Non avevo certo colto quanto avvenuto, ho tentato di farlo con il passare dei giorni, degli anni. Leggendo, ascoltando, chiedendo. E capendo che molto non è stato compreso. Non solo sui fatti, su chi ha aiutato la Mafia, sui giochi di potere e sugli affari tra politici, colletti bianchi e criminali ma anche da chi, riempiendosi la bocca e non i cuori di commemorazione, pensa alla Giustizia come un’immagine vacua. Vuota. Chi giustifica il malaffare, chi onora, facendo benissimo, i morti, gli eroi, ma poco fa per chi ancora combatte in prima linea. Le ipocrisie diventate ancor più evidenti ai tempi dei social.

Falcone e Borsellino e gli altri giudici che sono stati ammazzati nel nome della Giustizia, del giusto, per far vincere i buoni, sono le stelle polari del nostro cammino. E sono in tanti, i magistrati, che quella stella la seguono. L’intervista più emozionante della mia carriera l’ho fatta a Catello Maresca, devo essere sincero. Ma poi guardo fuori dalla finestra del mio balcone, vedo il centro storico di Polla e mi accorgo che gli esempi spesso sono più vicini di quanto si immagini: Francesco Curcio.

francesco curcio

E’ il nome di un magistrato di Polla. Ha girato l’Italia nel nome della Giustizia. Da qualche anno è diventata la guida della Procura di Potenza. Dall’altra parte della montagna che divide il mio paesello dalla Lucania, che isola felice non è. Da qualche anno, da quando il “Giudice” come lo chiamiamo a Polla, è arrivato a Potenza tira un vento, diverso. Sono stati arrestati i mafiosi che facevano malaffare in Basilicata, sono finiti sotto indagine assassini di Madre Natura. Sono state squarciati veli sui magistrati corrotti. E il Giudice – che vive a pochi metri dalla casa dell’altro giudice, Rosario Priore, anch’egli di Polla e noto per le indagini su Ustica – in silenzio, con la barba eternamente incolta, gli occhi vivi e il sorriso di chi sa guardare oltre, sta portando una ventata completamente nuovo in Basilicata. Una ventata di Giustizia e speranza. Carabinieri e polizia lavorano bene con lui, lo so per certo. E una ventata che dovrebbe trasformarsi in orgoglio per la provincia di Salerno, per il Vallo di Diano, per Polla, per chi davvero ama la Giustizia.

Ecco, onorare gli eroi Falcone e Borsellino, per me, significa ricordarli e ritrovare chi porta avanti la loro anima e il loro messaggio, con gesti concreti. Come Francesco Curcio, il “Giudice”, pelle sempre abbronzata, viso da attore degli anni ’50, quelli dei film in bianco nero, ghigno alla Gassman ne “Il sorpasso”, e soprattutto un senso della Giustizia che diventa o meglio deve diventare Esempio.

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La saracinesca

saracinesca

È il rumore della saracinesca la sirena del risveglio. Il soave suono della ripartenza. Un rumore brusco, graffiante, che però, stavolta, ha qualcosa di magico, di romantico, quasi. Un sospiro di un innamorato. Ma allo stesso tempo, quel rumore potrebbe trasformarsi in incubo, in un punto di non ritorno, nel futuro prossimo.

Si ritorna, si riparte. Ma con paura, con il timore di non farcela, di chiuderla definitivamente quella saracinesca e non riaprirla più.

La sveglia suona verso le sette, forse anche prima, come non faceva da mesi. Ci si riprende la vita in mano dopo che lei, la vita, ci ha fatto penare per settimane intere, dopo che il virus ha deciso per noi cosa fare. La sveglia suona, i vestiti sono già pronti dalla sera prima, un po’ come la sera prima del primo giorno di scuola. I vestiti e le paure in realtà sono pronti dalla sera prima. Si possono chiamare Giuseppe De Rosa, Mario il barbiere, Thanja la barista, Armando il rappresentante, Concettamaria, Luca, Francesca e il papà Giuseppe, i fratelli Antonio e Angelo, Daniela delle bomboniere. O ancora Carlo e Silvia, Immacolata e gli abiti. E tutti i nomi dei “nostri” commercianti che vi vengono in mente in questo momento. Da Auletta fino a Casalbuono, dalle Valle d’Aosta fino alla Sicilia. Aggiungeteli nella vostra mente, perché ora diventano loro gli eroi, i pistoni di un motore che deve ricominciare a rombare.

Tutti loro, questa mattina, hanno fatto risuonare il rumore della saracinesca, il rumore del lavoro. Quanto è dolce il rumore del lavoro. I cuori, immagino, palpitavano. Da quando hanno lasciato la propria casa, da quando hanno ritrovato il mai tanto amato traffico, fino all’arrivo a destinazione. Il brusco rumore della saracinesca e la vita che ricomincia. Ma con paura, estrema. La paura nascosta dietro a mascherine e visiere, presa in mano da guanti di lattice e resi scivolosi da detergenti per le mani. La paura che quella saracinesca, se non si troverà la soluzione tra affitti, tasse, bollette, mancate vendite, sussidi fantasma, promesse mancate e tutti i fardelli che si stanno accumulando, si possa richiudere per sempre. Schiacciando il futuro, i sogni, i progetti, la vita.

Poi entra il primo cliente, si serve il primo caffè, si taglia la prima barba, si vende il primo maglioncino e la paura per un attimo scompare, perché alla fine è un mondo di eroi quello che oggi ha ricominciato a vivere.

 

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La nonna e la bambina

nonna e bambina

Mariarita. Undici anni. Un sorriso mesto da giorni, da quando il virus è entrato nella sua vita. La paura che attanaglia la famiglia. Ma Mariarita è forte, ha il cuore da combattente, come la mamma, e quella mestizia dal sorriso la vuole togliere. Al più presto.

Teresa. Novantaquattro anni. La paura negli occhi da quando il virus ha “sfondato” la porta della casa di riposo. Il terrore di non farcela, troppi anziani non ce l’hanno fatta e Teresa sa che è a rischio. Lucida e determinata. La paura va scacciata, Teresa ha un cuore da combattente e quel terrore è da distruggere. Al più presto.

Mariarita. Undici anni. Vuole tornare a giocare spensierata, vuole correre senza paure. Vuole abbracciare mamma e papà.  Il fratellino. Gli altri amici. Il virus si è intromesso, bastardo, nella vita di una bambina. E non vuole uscirne.

Teresa. Novantaquattro anni. Vuole tornare dai suoi cari, dai suoi amici della casa di riposo. Vuole abbracciare i propri giorni futuri da vivere, ognuno, con passione. Il virus si è intromesso, bastardo, in ogni sua ora. E il buio sembra invadere il futuro.

Mariarita. Ragazzina con sogni d’adulta non demorde. Resiste, lo batte il virus e toglie la mestizia dal sorriso. Sorride e basta. Felice.

Teresa. Nonnina con pensieri da ragazzina non molla. Resiste. Il virus lo sconfigge, toglie il terrore dalle ore future. Medici e infermieri la salutano commossi e ammirati. Teresa sorride. Felice.

La vita è più forte delle paure, è più potente del buio. E così, ieri, Mariarita e Teresa metaforicamente si sono prese per mano e insieme sono uscite da quell’incubo che ha portato lacrime e paure. Morte e disperazione.

Le immagino, in fondo al tunnel, il fascio di luce che le abbraccia, le inonda, loro due mano nella mano, che ritornano a guidare i loro giorni. Loro due, la nonna e la bambina, che diventano simbolo di quanto la vita sia meravigliosa.

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Vogliamo sapere del Riscatto

silvia romano

L’unico riscatto che ci dovrebbe interessare, con gli occhi ancora pieni del suo sorriso, è quello di una generazione social che ha imparato ad ardere di odio invece di godere dell’altrui libertà, dell’altrui gioia. Viviamo di rabbia da computer e di apatia da aria. Viviamo senza sapere e parliamo senza approfondire. Una generazione che vive del virus dell’opinionismo, dire la propria su ogni cosa, urlarla al mondo ed esserne felice. Forse lo sto facendo anche io ora e dovrei solo tacere. La nostra idea sembra sempre la migliore. La nostra opinione la più legittima. Anche se si tratta di opinioni fiammifero, si accendono e si spengono in un attimo, senza lasciar traccia se non un leggero puzzo di bruciato. Il riscatto dall’apatia, dall’ignavia, dall’arrendersi senza combattere, di questo dovremmo parlare.

Adoro chi combatte battaglie proprie, magari assurde ai miei occhi, ma che lo fa pensando a se stesso. Al proprio riscatto privato e sociale. Ecco il nostro riscatto dovrebbe interessarci, il riscatto per migliorarci ogni giorno. E invece, ancora una volta, anche dopo mesi di paura, abbiamo capito che il nostro riscatto non l’abbiamo mai pagato e siamo ancora sotto sequestro di pregiudizi e di una sorta di opinionismo nocivo. Ognuno è libero di pensare ciò che vuole, ovvio, anche dar spazio a idee “cattive” magari addirittura di odio. Abbiamo però dimenticato che possiamo viverle dentro di noi quelle idee, conviverci e affrontarle. Forse migliorarle. Perché migliorare noi stessi è forse l’unico riscatto di cui abbiamo bisogno. E di cui dovremmo parlare.

Altro aspetto riguarda i fatti del governo e sui quali occorrerà fare luce e dare chiarimenti, ma goderci il momento della liberazione, goderci semplicemente un momento senza dare opinione pare oramai impossibile.

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Punto.

punto

Improvviso, dietro un angolo appare. Gli occhi si sbarrano, le mani si alzano di riflesso, quasi a mo’ di resa. O forse non è una resa, è semplicemente il finale. Il tuo finale. Non è come lo immaginavi, non l’avevi neanche mai immaginato nella sua interezza, a dir la verità. Un punto alla tua vita, improvviso ma che imprimi tu, con forza. Rimarcando la prima vera scelta della tua esistenza. Quella definitiva.

Non volevi metterlo sul serio quel punto. O meglio, a volte ci hai anche pensato. Arrivava sfuggente il pensiero, partendo da chissà quale angolo della mente. Perché non mettere un punto così da non affrontare il resto della frase, il resto della pagina. Per non confrontarsi con la prossima pagina bianca, tutta ancora da scrivere. Sai che quella pagina desideri scriverla come vorresti tu, con caratteri cubitali, con parole che piacciono solo a te, con progetti che non reggono su basi forti ma cazzo vorresti che reggessero lo stesso. Quella pagina bianca fa più paura del punto che appare nella tua mente. Scuoti la testa, cancelli il punto e affronti la pagina bianca. Ancora una volta.

Poi le pagine bianche diventano troppe, quello che vorresti scrivere immensamente impegnativo, i sogni si sgretolano con una facilità incontrollabile. Impossibili da realizzare, e allora stavolta non scuoti la testa quando arriva l’idea del punto. Raccogli una matita e pigi con forza e disperazione su quel punto, quasi fino a rompere il foglio, stringendo con tutto il pugno la matita appuntita. Lo trovi d’improvviso dietro un angolo il coraggio di farlo. Di mettere il punto, di far terminare le pagine bianche, di respingere i rimorsi di lasciare frasi sospese e parole amiche. Di lasciare pagine d’amore che hai scritto e che potresti continuare a farlo. Lo fai, lo hai scelto e non c’è niente o nessuno che stavolta può cambiare il tuo mondo. Hai messo un punto. Hai messo il punto e con una lacrima, e con un sorriso, penetri il foglio.

Punto.

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Giovanna e Annamaria, il lavoro nero e la sconfitta di un territorio

montesano

Abbracciate, Giovanna stretta da Annamaria. Morte in poco più di cinque minuti, asfissiate dall’incendio che stava distruggendo il materassificio. Giovanna aveva sedici anni, Annamaria 49. Sono morte il 5 luglio del 2006 nel bagno di in un seminterrato a Montesano sulla Marcellana. Lavoravano in nero, completamente, lavoravano senza alcuna nozione dei pericoli che correvano e su come potevano affrontarli, in un ambiente completamente fuori legge per preparare materassi, lavoravano per 400 euro al mese, poco più. Due euro all’ora, circa. E sono morte in cinque minuti, si erano rifugiate nel bagno del piccolo laboratorio, per sfuggire alle fiamme che stavano divampando tra materassi, materiali plastici, e tessuti. Sono morte asfissiate, lo diranno le autopsie, impossibile salvare pure se i vigili del fuoco fossero arrivati in meno dei trenta minuti che ci hanno impiegato. Questo è quando stato detto dalle varie sentenze a carico di Biagio Maceri, il proprietario del materassificio, un calabrese condannato a otto anni per omicidio colposo plurimo e varie e gravi mancanze del luogo di lavoro. Giovanna Curcio, di Casalbuono, e Annamaria Mercadante, di Padula, sono state per un periodo un punto di riferimento per la lotta allo sfruttamento del lavoro, sotto pagato e senza protezione nel Vallo di Diano. Lo sono state soprattutto per opera di un sindacalista, Enzo Faenza, un gigante buono di Eboli che aveva trovato una seconda “abitazione” a Pertosa e nel Vallo di Diano. E proprio a Pertosa aveva ideato il premio dedicato alle due donne morte in cinque minuti e per due euro l’ora. Un premio sulla buona impresa, su chi punta sui giovani, su chi combatte il lavoro nero, sottopagato e senza sicurezza. Un premio durato diversi anni e che stava crescendo, con Faenza traino anche di altre esperienze in diversi comuni. Ma il lavoro nero, quello sfruttato, è una piaga per il Vallo di Diano, una piaga nascosta ancora oggi e non sempre chi lotta contro questo sfruttamento ha successo e proseliti. La dimostrazione la si è avuta quando Enzo Faenza è morto prematuramente per un problema cardiaco. Nonostante le promesse degli amministratori di Pertosa che il premio sarebbe continuato, anche il premio è volato via come Enzo e come le due donne alle quali era dedicato. Nel corso del tempo – occorre dire – si è tenuta conferenza per parlare delle due, del lavoro nero, è stato anche girato un bel film “Due euro l’ora” che si ispira alla storia ma non racconta le vicissitudini storicamente, e poco altro. Troppo poco per due donne morte prematuramente, una ragazzina e una mamma, morte per due euro all’ora. Una ferita che a distanza di 14 anni ancora sanguina nel Vallo di Diano e forse per questo non si vuole ricordare. Ancora ci sono delle situazioni non molto chiarite su questa vicenda. L’azienda lavorava da diverso tempo in quel seminterrato, era nota, come mai nessuno sapeva nulla? Una ex operaia aveva anche scritto una lettera denuncia. Una serie di ombre che a distanza di di 14 anni non vengono illuminate e che stanno avvolgendo anche la memoria di Giovanna e Annamaria.

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L’anima dell’infermiere

 

FB_IMG_1587902187837Alfonso. Ma si sarebbe potuto chiamare Gerardo, Alfonso, Sonia, Enzo, Carmela. O qualsiasi altro nome di medico o infermiere di un Pronto soccorso italiano.

Alfonso è seduto, stremato, su una sedia all’esterno delle tende pre triage dell’ospedale di Polla. L’ennesimo turno di notte è alle spalle, le tensioni del lavoro, il timore di affrontare il mostro invisibile, di portarselo a casa dalla moglie e dai figli, la consapevolezza di aver portato a termine un lavoro che è diventata una missione. Anzi lo è sempre stata, anche prima del Coronavirus ma in pochi se ne accorgevano. In pochi ce ne rendevamo conto.

Alfonso supporta il peso della responsabilità, della fatica, di una tuta che sembra essere d’astronauta e lì fuori, all’esterno delle lenti, sembra davvero ci sia un mondo extraterrestre. Incrocia le mani, la testa si piega in avanti, con il fardello del tutto che diventa per un attimo insopportabile. Ma è solo un attimo perché mai come in questo caso non c’è tempo per riposare, per lasciarsi andare, per abbassare la guardia. E Alfonso non l’abbassa, prende a pugni il mostro e lo affronta con rispetto ma senza paura.

Li stiamo chiamando eroi, li stiamo descrivendo in prima linea, in trincea, li stiamo raccontando per quel che meritano. Ma non dimentichiamo che sono uomini e donne. Semplicemente. E vivono di paura e stanchezza, di paure e coraggio.

Io non so come definirli, posso solo ringraziarli. Mio padre è un infermiere in pensione e quindi per me gli infermieri sono stati un esempio sin dalla nascita. Ora lo sono un po’ per tutti. Non dimentichiamocene domani.

Per descriverli ora come meritano, allora le parole potrebbero essere vane, vuote, retoriche. Per descrivere Alfonso e tutti gli infermieri e i medici dei Pronto Soccorso d’italia allora basta uno scatto di un altro infermiere da “trincea” con il talento della Fotografia.

Gerardo Esposito cattura l’anima degli infermieri in uno scatto perché quell’anima, lui, ce l’ha dentro di sé. E la riconosce immediatamente.

Un altro turno di notte è finito, è alle spalle, non è finita la missione e i camici bianchi non hanno nessuna intenzione di arrendersi. Resistono al peso di fatica e paura. La loro missione era prima del Covid, lo è ora e lo sarà dopo.

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La festa della Schiavitù (è successo davvero)

larussa

Il colpo viene esploso all’alba. E’ un soleggiato 25 aprile del 1945, quando il colpo di pistola echeggia tra il popolo esultante. E’ un urlo che si spegne troppo presto per dire che sia spontaneo. L’ultimo partigiano è stato ucciso in una piazza gremita di persone affamate ma in festa lo stesso. Sono state trascinate lì da uomini e donne in camicia nera per assistere al lugubre momento. L’ultimo partigiano ucciso con un colpo al cuore, una scelta ponderata, perché quel senso di ribellione, quella necessità di liberazione va colpito al cuore. Non può più battere. Non batterà più.

Settanta cinque anni dopo, il Coronavirus costringe la popolazione a restare in casa. Ma non deve, non può non farlo. Non può non celebrare la festa di quel 25 aprile del 1945. Loro la chiamano la “Festa del fascismo libero”. Lo sanno bene che si tratta di un ossimoro ma se ne fottono. Qualcuno nel sottobosco di una resistenza mai sopita e in qualche chat oscurata dal controllo la chiama “festa della schiavitù”. Ma non si può dire. La Censura lo vieta. E comunque va tutto bene lo dice l’istituto Luce sui canali pubblici. Esistono solo questi, e non c’è bisogno di altro. Ma con giornalisti dalla schiena dritta come Feltri o Giordano possiamo stare tranquilli, diranno solo la verità. Non può neanche dire che il governo sta sbagliando nell’aderire al Mes. Il Mes lo ha imposto la Germania, e imposto con il solito fare arrogante che ha da quando ha vinto la seconda guerra mondiale. E ha vinto anche la terza, scoppiata per pur vaneggiamento del popolo ariano. “Siamo ariani – hanno detto – e ci divertiamo”. E non ci sono più ebrei che possono raccontare quanto accaduto nei campi di concentramento. Anzi, non sono mai esistiti né gli ebrei né i campi di concentramento. Lo sostengono solo alcuni complottisti. E pur se in quarantena non possiamo lamentarci per essere schiavi di Trump (sì lui c’è lo stesso) e di Putin, dell’Europa teutonica, dell’Europa figlia di Franco e Adolf. E’ pur sempre la festa della schiavitù e loro ne sono grandi fautori, Putin e Trump i degni eredi. Non esiste il diritto al lamento, tanto meno sui social. Già che esistono i social è una manna e dobbiamo ringraziare la benevolenza del governo che ci ha regalato il Fasciobook. Tutti dobbiamo dire che va tutto bene. Non abbiamo il diritto di scriverlo su Fascibook, per iscriversi c’è bisogno della tessera e girare video su Voitube (il lei resta abolito), sono tutti canali sotto controllo. Le nostre menti oramai sono assopite dal controllo. Non è dittatura, è controllo intelligente. Dicono. Non possiamo neanche lamentarci che ci impongono di restare in casa con il coprifuoco e con la polizia. Questo lo fanno sin da quel 1945 da quando hanno vinto, da quando hanno trionfato loro. Quelli del Ventennio trasformato in Secolo.

Alle 18 dobbiamo uscire tutti sui loro cari balconi per cantare una canzone di Povia, il loro guru artistico. Dobbiamo esporre drappi neri al balcone, e cantare il Piave mormorava nella versione del Povia. Non siamo neanche essere liberi di non farlo. E’ imposto. E sarà controllato. E lo dobbiamo fare – come da protocollo – con mento verso l’alto, camicia nera, saluto romano e mascherina con il volto di Santo Benito. Divenuto tale con la libertà concessagli dalla chiesa. Schiava chiesa in schiavo Stato.

E ora che ho scritto la cronaca del momento, mi aspetto l’arrivo di una squadra di correttori di bozze e di volti. Non dovevo farlo. E ho paura perché loro ci fottono con la paura e non accettano la ribellione, la resistenza, la Libertà.

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Il nostro 25 aprile poteva essere così, poteva essere una festa della schiavitù. Poteva essere la festa di non aver idee diverse, la festa dell’odio e dei soprusi. La festa dell’oblio. Odio e soprusi restano, ma li possiamo combattere con libertà e resistenza. E si può liberamente non condividere quanto ho scritto, è la Libertà (conquistata), bellezza.

 

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Che cosa è la libertà

uscita

Io già me lo immagino quel momento, quel fatidico momento. Quel momento che tutti noi bramiamo.

La porta che si apre lentamente, un raggio di luce che impertinente annuncia ciò che sta per avvenire, un preliminare che ci eccita. Il raggio ci colpisce, sull’occhio sinistro. La nostra mano destra è poggiata sulla maniglia. Abbiamo un guanto, non ne sentiamo il contatto ma poco conta, sta per arrivare il momento. Il Grande Momento. Ci voltiamo un attimo, la testa punta al nostro divano. Quel cuscino che ha preso la forma delle nostre natiche, fra cuscino e sedere è nata una fantastica storia d’amore durata tutta la quarantena. Ma lasciamo cadere la malinconia, il romanticismo. E’ il momento, cazzo. Tiriamo ancora un po’ la porta verso di noi, il raggio si ingrandisce, colpisce tutto il nostro volto non solo l’occhio e allora – voltiamo ancora la testa per proteggerci – e ritroviamo il televisore che tanto ci ha accompagnato in questi due mesi. Ci guardavamo come giovani innamorati durante una fresca serata lungo le strade di Parigi senza toglierci mai gli occhi di dosso. Amore e passione. Scuotiamo la testa, non è il momento di lasciarci andare alla tristezza del distacco. Apriamo ancora di più quella porta e cominciamo ad assaporare il Grande Momento dell’Uscita. Il sole colpisce anche la pancia, la riscalda. L’altra mano inguantata istintivamente si poggia sul ventre un bel po’ più prominente di qualche mese fa. E una calamita ci fa girare di nuovo. Stavolta superiamo il divano, saltiamo la televisione e arriviamo con lo sguardo direttamente alle calamite. Quelle che vivono una vita propria sul portello del frigorifero. Quel frigorifero che ci ha accolto a ogni giorno dell’ora e della notte con una freddezza tanto calda da farci innamorare di ogni suo aspetto, di ogni suo sportello, di ogni suo alimento, con una passione che ha saputo unire il dolce con il salato, che ci ha fatto mangiare la Nutella e poi una fetta di prosciutto crudo acquistata una settimana prima. Scende una lacrima dai nostri volti. Distogliamo lo sguardo, togliamo la mano dalla pancia e spalanchiamo la porta. Il sole ci inonda, ci riscalda, ci fa sorridere. Stiamo per poggiare il piede all’esterno. E’ un momento fatidico, lo viviamo lentamente come se fossimo gli astronauti di Apollo 13, lo abbiamo visto su Sky dopo aver visto tutte le serie su Netflix, ancora questa malinconia cazzo, stiamo per poggiare il piede con ancora la mano sulla maniglia e ci lasciamo prendere dalla nostalgia. E allora eccolo il momento che tanto aspettavamo, il momento della scelta. Stringiamo la mano e… sbattiamo la porta con forza. Sbam!

Finalmente.

Finalmente siamo Liberi. Corriamo verso il frigorifero, lo abbracciamo, lo apriamo, mangiamo l’ultimo wurstel che giace in fondo a destra da tempo immemore, poi saltiamo sul divano con rinnovato vigore nonostante i dieci chili in più, accendiamo la tv e anche NetFlix, bramosi di farci perdonare di essere stati tentati dal fuggire, li guardiamo beati. La quarantena è finita, ma vuoi mettere restare a casa, nella nostra casa, con il frigorifero, il televisore, il divano che ci coccolano. E’ arrivato il Grande Momento di Scegliere.

E stavolta restiamo a casa per scelta. Siamo finalmente liberi di farlo.

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L’esempio

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“I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo”. Sandro Pertini

“Un grammo di buon esempio vale più di un quintale di parole”. San Francesco Sales

“L’esempio corregge assai meglio degli errori”. Voltaire

L’arte di non sapere, che non dev’essere confusa con l’ignoranza, perché gli ignoranti non sono responsabili della loro triste condizione, nasce da un’idea autolatra ed egocentrica del mondo e della società”. Luis Sepúlveda

 

Chi ha un ruolo pubblico, chi ha una visibilità sociale e sociale, chi intende rivestire una posizione di faro, che sia il campo della politica, della gestione della cosa pubblica, del giornalismo, di ruoli di prima importanza deve – parer mio – essere un esempio, deve avere decoro che quel ruolo gli affida, deve rinunciare alla visibilità, sia essa anche un atto di fede, per tentare di insegnare più che ordinare. La vita pubblica – ben inteso non quella privata – di un personaggio pubblico non può prescindere dalla parola “esempio”.

La strada va mostrata, percorsa prima. Non basta indicarla. 

 

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Il viaggio e la paura

anziani

Che succede? Chi sono questi uomini tutti vestiti di bianco? Non sono i nostri amici, quelli che ci hanno accudito per mesi, anche loro avevano le tute bianche ieri, ma li riconoscevo dagli occhi. Questi chi sono? Non capisco. Perché mi devo alzare dal mio letto, voglio riposare qui. Mi manca un po’ il respiro, è vero, ma è l’età. Ah, la vecchiaia. Chi sono questi, che vogliono? Mai che si può stare un po’ in pace. E poi, non volevo ammetterlo, ma mi fanno paura. Ho paura.

Le corriere? Le ambulanze? Ma dove dobbiamo andare. Non mi sento benissimo per fare una gita, mica andiamo un’altra volta a San Gerardo? Voglio restare nella mia casa, certo non è casa mia ma oramai lo è diventata. Lì ci sono molti amici miei, qualcuno se ne è andato in questi giorni, mi mancheranno, ma sono i miei fratelli e le mie sorelle e non voglio lasciarli.

Perché mi fate salire su questo pullmanino? Dove è il direttore, mi farò sentire, ah se mi farò sentire. Ma poi, poi dove è mio figlio, voglio parlare con lui. Io lo so perché ci portate via, ci volete far morire lontano. Voglio vedere mio figlio, carezzare il viso di mia nipote. E’ una principessa. Forse è lui quello fuori dal cancello, non ci vedo bene, è l’età, la vecchiaia è una brutta bestia. Lo saluto, spero mi veda. No, non è lui. Dov’è mio figlio, la corriera si è messa in moto e ci stiamo muovendo e lui non c’è. Ho paura di morire, di non vederlo più. Di non vedere la mia principessa, di non sentire il suo profumo di buono.

Ho terrore, fuori dal finestrino, non c’è più il mio Vallo di Diano, le montagne corrono veloce, mi ha detto l’autista che mi porta a Eboli, ma ho sentito che lì hanno fatto una raccolta firme per non volermi. E io manco ci volevo andare. Voglio stare a casa, voglio vivere lì e pur se devo morire, preferisco farlo lì. Ho la tosse e ho paura. Questo corre troppo con il pullman, ma lo sa che bisogna andare piano. Sti’ giovani. Per fortuna mia nipote sarà diversa, l’ho vista così dolce e con gli occhi pieni d’amore. Sono loro il futuro, farà bene.

Siamo arrivati, mi portano in un ospedale. Arrivano anche altri bus, sono i miei fratelli e le mie sorelle, almeno non starò solo. Dove mi portate però? Non è la mia stanza, dove ho tutte le mie cose e so dove cercare anche quando dimentico cosa cerco. Ho paura, e guardo fuori dalla finestra per non pensare. C’è il mare, l’orizzonte. C’è il tramonto e mai come oggi ho paura che possa essere l’ultimo che guarderò.

L’ultimo senza aver visto neanche mio figlio e la mia splendida principessa.

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Domani

alba*

Non ho mai visto l’alba così lontana da perdersi nel buio della notte. O almeno, non ho mai ignorato il momento in cui potesse tornare a scardinare il nuovo giorno. E non sapere quando sia domani rischia di diventare un fardello difficile da sopportare. Un fardello che schiaccia umori e pensieri. Che fa paura.

Eppure quel domani ci deve spingere ad andare avanti, a programmare il futuro, ad affrontarlo nonostante i problemi che piomberanno violenti su di noi. Ma il domani così lontano deve essere una meta e non un fardello e pensare a come saremo, domani, è un modo di affrontare la notte.

Domani sarà tutto diverso, avremo gli stessi vizi e gli stessi difetti probabilmente, ma avremo anche una voglia di vivere che forse, prima dell’ultimo tramonto, non avevano più. Domani non dovremo dimenticarci della notte, delle piccole cose che ci sono mancate, della voce di un amico, dello sguardo complice con le persone care, di un caffè assaporato oziosamente al bancone.

Domani lo immagino più lento, più da bagno in una vasca schiumosa che da doccia veloce. Un domani più da pranzo della domenica in famiglia (quanto mi manca) che da panino al fast food, mordi e fuggi. Un domani da gustare, lentamente, con movimenti morbidi e occhi curiosi.

Ecco penso così al domani. Agli abbracci rimasti orfani da troppo tempo, alle strette di mano che bramano di tornare a vivere. Agli sguardi che finiranno di perdersi nel vuoto. Penso agli abbracci con tutti, magari con qualcuno dopo qualche ora perché non dimentico chi nella notte ha spento le stelle della solidarietà e della vicinanza. Ma sarò tanto felice dell’arrivo dell’alba che li abbraccerò lo stesso.

Domani arriverà e subito poco dopo l’alba dovremmo guardare indietro verso la notte, vedere chi nella paura ha perso il lume e cercare di aiutare a riaccenderlo quel lume. Consci però che qualcuno di loro, il lume lo aveva spento anche ieri. Anche prima della notte. Consci che a essere ingabbiati dalle catene di Sant’Antonio o dal tifo a prescindere lo sono sempre stati. Ma domani vorrò rivedere anche loro e magari tornare a discutere di problemi che fino a ieri sembrano insormontabili e che sciocchezze sono. Che goduria che sarà parlare con loro.

Non so quando arriverà domani, l’alba sarà calda e lucente ne sono certo, e avrò, avremo voglia di viverlo in pieno. Di vivere le cose che riteniamo giuste, di non rimandare quello che avevano rimandato. Domani sarà migliore? Non so, forse no, ma sarà diverso. Sarà senza persone che non abbiamo potuto salutare, scomparse nella notte, sarà con la consapevolezza che chi, ieri, ha trascurato un territorio dovrà riscattarsi, sarà con l’adrenalina di ritrovare un futuro da costruire. Ecco domani sarà così. Sarà disegnato con le persone che avremmo voluto sentire nella notte e non lo abbiamo potuto fare. Sarà colorato da sorrisi ritrovati. Sarà nostro e sarà nuovo. Quando arriverà. E arriverà.

Poi ci dimenticheremo della notte, del domani e dopo domani rischieremo di dimenticare la lezione. Ecco che il domani non sia mai dimenticato così come questa notte buia.

Domani, potrà anche far paura, ma sarà stupendo. Sarà una rinascita. Da non sprecare.

 

*Foto Roberta Franco

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Luigi

La stretta di mano vigorosa e un sorriso bonario. Un ossimoro o forse semplicemente un uomo buono che sapeva però quando mostrare il carattere duro. Ma quell’animo di persona d’altri tempi lo si vedeva spuntare dallo sguardo anche nei momenti più drammatici. Anche se gli occhi erano concentrati su un incendio o un incidente. Quella scintilla di cuore si sprigionava dai suoi occhi e si poggiava sulle persone in difficoltà per aiutarle senza chiedere un grazie. Mai. E senza chiedere le luci della ribalta. Luci che lui, e tutti i suoi uomini non vogliono mai, ma si meritano perché eroi. Veri.

Il vigile del fuoco nell’immaginario è sempre quell’uomo tutto d’un pezzo che sa cosa fare nel momento del bisogno e che paura non ne ha. Nell’immaginario e anche nella realtà e Luigi sembrava disegnato dal dio che ha creato i vigili del fuoco. Quel dio che ha creato i pompieri, li ha fatti coraggiosi e buoni. Luigi era buono e coraggioso. Devoto alla causa e devoto alla missione. E poco contava se indossava la divisa o meno, il dio dei vigili del fuoco gli aveva consegnato la pelle da pompiere. Così salvo una bambina che stava morendo soffocando, senza divisa e senza un nome. Un angelo ritrovato dalla mamma della piccola dopo mesi.

Luigi non voleva apparire, aveva la voce possente e la stretta di mano vigorosa. E un sorriso da uomo buono.

Una stretta di mano vigorosa e un sorriso bonario, con il casco da caposquadra ben posizionato in testa e senza paura di affrontare il pericolo, così lo immagino ancora ora. Sono sicuro paura non ne ha avuta neanche in questi giorni e se paura ha avuto l’ha stritolata con le sue mani vigorose.

Suonino le sirene per Luigi e per i suoi uomini. Battano le nostre mani per chi ha dato tanto al Vallo di Diano, scendano le lacrime per chi non potrà mai essere dimenticato.

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Tu lo stai facendo il tuo dovere? Abbiamo un baluardo ed è l’ospedale

Sono, forse, tra i primi ad aver criticato l’ospedale di Polla, ad aver scritto degli errori commessi. Anche grossolani. Va scritto ma va anche esaminato il momento. E poi mi chiedo ho fatto il mio dovere sempre? Posso giudicare e sparare a zero sempre e comunque. Mi faccio un esame di coscienza, ho appena sbagliato scrivendo che 3 pollesi sarebbero stati positivi al Covid-19, si è creato il panico in paese, e poi ho corretto subito, ma ho sbagliato. Posso dare le colpe ad altri, ma ho sbagliato io. E tu, tu che leggi, e che commenti sui social come il livore che provi nelle dita possa risolvere i problemi, hai fatto sempre il tuo dovere. Sul lavoro o nella vita. Sei sicuro che stai sempre a casa, che rispetti le direttive, sei sicuro che non hai mai sbagliato sul lavoro? La fortuna mia e di molti di voi è che un nostro errore sul lavoro è rimediabile, quella del personale sanitario spesso ha delle conseguenze pesanti. Ma io e voi nel nostro lavoro non rischiamo la vita. Non rischiamo di morire come medici, infermieri, personale oss, equipe del 118, ausiliari. Loro, in questa guerra non possono restare in quarantena, comodamente seduti sul divano e forse vorrebbero farlo più di ognuno di noi. Loro devono indossare una mascherina, un camice, dei guanti e non sapere se hanno a che fare con il nemico durante le otto ore al lavoro. E soprattutto non sanno se quel nemico assassino lo portano a casa, lo portano a uccidere un proprio figlio, un proprio genitore. Tu che commenti con rabbia, che vuoi essere curato da un altro ospedale, che odi il mondo e chi in questo momento sta rischiando la vita per noi sei sicuro di fare sempre il tuo dovere?

E allora smettiamola in questo momento storico di continuare ad avere quell’atteggiamento di prima del Covid, quell’atteggiamento da commentatori seriali, cerchiamo di resistere, di sostenerci.

Si chiamano Maria, Sonia, Gerardo, Maricarmela, Alfonso, Jose.

Si chiamano Giovanna, Rosalba, Luigi, Vincenzo, Teodoro

Si chiamano Armando, Patrizia, Pasquale, Michele.

Sono medici, infermieri, oss, stanno rischiando di morire. Lo fanno per noi anche mentre andiamo su un balcone a cantare un inno che conosciamo solo per le partite della nazionale o mentre ci lamentiamo che non possiamo andare a correre.

 

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I giorni

tramonto

Sono lunghi i giorni. Giorni di attesa del nulla, di qualcosa che non puoi vedere se è già arrivato e sapendo che quel nulla ti può far male. Ti può uccidere. Sono eterni i giorni durante i quali, chiuso in casa, pensi a chi hai incontrato, pensi se quella persona con cui hai parlato al supermercato possa aver avuto contatti con altre persone che magari potessero essere stati colpiti dal mostro. Sono giorni troppo lunghi e le ore cadono piano mentre rimugini, mentre ti perdi negli occhi dell’amata cercando le parole per tranquillizzarla. Non ce ne sono. E la guardi e la ami. Non puoi fare altro. E allora i minuti non passano, perché attendi qualcosa che non sai se e come arriverà. E poi pensi, se arriva, se tocca a me, ho fatto del male anche ai miei genitori, ai miei parenti, ai miei amici. A lei.

E così non terminano mai i giorni, pensi che ne debbano finire quindici, almeno, pensi che possano essere anche venti. Sono eterni ma servono per guadagnarsi una vita intera. Per salvare chi ci sta intorno. Ma poi tossisci, un piccolo colpo di tosse, il petto che brucia un attimo e il mondo ti crolla addosso. Il mostro ti tortura senza esserci, solo con la minaccia della sua presenza. Poi non vedi i tuoi genitori, tuo fratello, la tua famiglia da giorni e quel mondo pare non abbia senso. I giorni sono infiniti e più passano e più sembrano allungarsi. Una tortura subdola che si insinua tra i secondi, che distorce i minuti e ti fa odiare l’orologio perché non sai se quel giorno che è appena finito è uno in meno verso la fine dell’incubo oppure uno in meno per l’arrivo del mostro.

I giorni sono infiniti, si riempiono di ansie, di paure, di riflessione, di passeggiate tra mura che si stringono senza che te ne accorgi.

Sono giorni che non dimenticheremo mai, ma che vorremmo dimenticare al più presto.

*foto Gianluigi Loco Casella (archivio)

*

 

 

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Il segreto dell’Arcobaleno

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Rosa ha sempre visto il mondo a colori. I suoi colori. Le emozioni, per Rosa, non hanno avuto solo nomi ma tonalità. E così ha sempre cercato di raccontarlo, a chi la circonda, il suo mondo. O il mondo e basta. Soprattutto a chi si assopisce nel grigio della noia. Sì, pensa Rosa, che il colore lo porta nel nome da quando è nata, la sua missione è colorare il mondo. A maggior ragione ora che il Nero della paura sta conquistando il mondo.  Non il suo, ma quello dove da tempo è stata inviata.

Rosa è venuta al mondo in una notte verde. No, non era una notte strana, ma solo quella dell’aurora boreale, quella di lassù al nord, dove Rosa, toccò per la prima volta la terra. O almeno dove Rosa conserva il suo primo ricordo. Fu lì che catturò, il primo colore. Lo fece d’istinto, senza sapere il perché. Lo face perché Rosa venne al mondo, è il caso di dire, già bambina. E già con un sacco sulla spalla di paglia con all’interno uno strano bigliettino “Devono essere sette”, c’era su scritto. Verde speranza. Per lei era la speranza di continuare a vivere a colori la sua vita.

Rosa girava per il mondo con il suo colore verde ben conservato nel sacco e camminava senza una meta. Quando passò la notte, e guardò il verso l’orizzonte una strana luce la attirò in modo sublime. Dovette mettersi la mano davanti agli occhi per evitare di accecarsi. Poi vide la cosa più bella che aveva mai vista. Sentì delle persone chiamarlo Sole. Un sole Giallo. Giallo vita. E lo prese, lo mise nel sacco che cominciava a illuminarsi.

Era felice, Rosa, di come procedeva il suo cammino. Incontrava persone e vedeva gente. Uno che incontrò aveva uno strano vestito, bianco. Purezza. “Da dove vieni?”, gli chiese. “Dal mare”, rispose fischiettando, “sono un marinaio”. “Il mare? Voglio vederlo”. Si sentì attirata come se fosse una calamita. E camminò fino ad arrivare alla spiaggia e vide quel mare piatto e meraviglioso. Splendeva di blu. Blu infinito. Il blu dell’ottimismo. E lo prese subito quel colore. Doveva portarlo con sé. Assolutamente.

Rosa sorrideva. E correva in un prato, verde come l’aurora, correva forte come solo le gambe di una ragazzina possono permettere. A un certo si fermò, attratta da un puntino, che le rapì la coda dell’occhio. Era un fiore. Stava ergendosi tra fili di prato. Un gambo verde intenso e dei petali di un colore emozionante tanto fosse puro. Un violetto intenso. Rapiva. La Forza. Pensò Rosa. Raccolse quel colore e lo infilò nel sacco. Fece un passo e sentì la vibrazione scorrere il sacco. Si fermò, lo apri, e notò un nuovo colore, nato dall’abbraccio tra Violetto e Blu: l’Indaco. L’Indaco come la rigenerazione.

Capì allora che doveva creare qualcosa di mai visto. Rosa quando vide la rinascita capì perché era stata messa al mondo. Doveva creare un sorriso. Per tutti.

Era felice, Rosa, di aver compreso la sua missione. Anche se sentiva qualcosa che incombeva o sul mondo. Il nero della paura per qualcosa di misterioso che non voleva che realizzasse il suo compito. Che voleva spegnere quel sorriso. Il Nero avanzava tra indifferenza e cattiveria.

E allora a quel punto Rosa capì che doveva chiedere aiuto, aiuto a tutti i bambini e le bambine che aveva conosciuto nel suo percorso. “Colorate il mondo con i miei colori”. Ma i cinque da lei catturati non bastavano. Qualcosa non andava per il verso giusto. Si ricordò del bigliettino. “Devono essere sette”. Ne mancano due. Correva all’impazzata sapendo che il tempo stava terminando, che la paura stava per vincere. Il Nero era ovunque oramai. Stava per catturare anche lei, fu salvata da un ragazzo nascosto dietro un angolo. Aveva un cappello in testa. Lui appena la vide glielo regalò per proteggerla dal Nero. La sua chioma catturò lo sguardo di Rosa. I suoi capelli Rossi erano la passione per la vita. Si innamorarono subito e Rosa prese il suo colore e lo poggiò al petto. Sentì la vibrazione ancora far muovere il sacco. E vide il colore nato dal loro amore: Arancione. Era sette i colori. Rosa rise come mai prima e la curva della sua bocca aveva tutti e sette i colori.

L’arcobaleno che cominciò a scacciare il nero dal mondo. Le bambine e le bambine aggiunsero gli ultimi due colori e dipinsero il proprio mondo di arcobaleni. Insieme. Fu così che scacciarono il Nero e vissero per sempre felici, contenti e colorati.

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Lettera nella bottiglia di… Corona

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Vi scrivo, cari amici, da un luogo isolato. Sono fuggito via, sono stato un codardo, lo so, ma sono fuggito via per la paura. Vi scrivo una lettera nella bottiglia perché qui dove sono io, non c’è linea, i cellulari non sono utilizzabili e non riesco ad accedere a internet  o ad altre fonti di informazioni e comunicazione. Ho una penna, un foglio e una bottiglia e mi sento un po’ nel Medioevo, non come voi che siete già nel futuro.

Sono fuggito e sono stato un codardo. Ho avuto paura, lo ammetto. Non me l’aspettavo che potessi fare una scelta del genere. A un certo punto ho visto il baratro e sono scappato a gambe levate senza salutare alcuno. E’ bastato un virus, un Coronavirus, e il terrore ha scavato il mio cuore. Forse è il re dei virus, con quella corona in testa, altro che la peste e mi ha paralizzato, mi ha sconvolto. E sono fuggito, sono arrivato qui, in questo posto isolato e il mio cuore ha cominciato a battere un po’ meno forte.  Mi sono tranquillizzato e ora vi scrivo, con questa bottiglia, che scherzo del destino è proprio di una corona. La birra,  intendo.

Ora sono solo e non ho paura. Non ho paura. Finalmente. Mi sono tolto quel magone che  ha conquistato giorno dopo giorno, post dopo post, il mio animo. Mi sento libero.

Non ho più paura del mio vicino di casa, mi ha detto che ha attraversato in auto il Veneto, non si è fermato, ma aveva il riscaldamento acceso. E l’aria da dove l’ha aspirata l’auto? Dall’esterno, ovvio. E che ci vuole che un coronino sia entrato nell’impianto e lo abbia infestato e poi lui lo abbia respirato. Mi ha detto che è andato all’ospedale  pur se non aveva febbre o tosse per farsi fare il tampone e quelli, quei pazzi scriteriati, non avevano il tampone. Secondo me è la mafia dell’Asl che ha sequestrato i tamponi per farsi soldi facili. E al mio vicino intanto lo hanno rimandato a casa. I classici medici e infermieri che non vogliono lavorare. Ora non ho più paura della collega. Federica, la folle, ha continuato ad andare in palestra, eppure glielo avevo detto. ‘Ma ‘ndo vai, hai un bimbo piccolo”. Niente ha continuato ad andare e a un certo punto l’ho sentita tossire da dietro al computer. Folle e insensibile. Meno male che sono fuggita anche da lei. Ora, in questo posto isolato, non ho più paura di andare a prendere un caffè al bar. La barista mi ha detto che un suo cugino è stato al nord, credo nelle Marche o nel Molise, e che si sono sentiti per telefono. Sto coronavirus è bastardo, è dilaga anche virtualmente. Metti caso che …, non ci voglio neanche pensare. Certo, qui, in questo posto isolato, non ci sono né bar né caffè e un po’ mi mancano, ma è un sacrificio che faccio volentieri. Comunque è un bastardo virtuale sto Coronavirus, fa venire la febbre e la psicosi. Più la psicosi che la febbre, ma vabbè. Nessuno si fida più di nessuno. Quando ho incontrato quel tipo che mi chiedeva chi fosse in isolamento per insultarlo e per evitarlo, ho pensato anche io ad evitarlo e insultarlo. No, non al tipo in quarantena, al tipo che mi ha chiesto chi fosse. Ecco, ho paura di diventare un disumano. Ne ho visti tanti, troppi in quei giorni apocalittici, di aggressione al diverso. E il diverso è diventato chiunque non sia io. Brutta gente quella che non sono io. E per questo sono scappato via. Non ce la facevo più. Ho avuto paura della gente in maschera, no, non quella che ha acquistato la mascherina pur se sana come un pesce (beati i pesci, pare che nelle acque il coronavirus non va. Non è  una fake news come quella dei giornalisti pagati dai padroni), ma quelli che vestiti da politici hanno cavalcato senza vergogna questa situazione. Solo per un voto o un clic in più. La cosa peggiore è che li ho invidiati, perché mi è venuta voglia di scrivere sul virus per avere una risposta dal web. Web, cazzo, rispondimi, dammi una visualizzazione in più. E l’ho scritta qualcosa sul web, mi sono sentito un po’ meglio, altro che ascoltare i medici e gli esperti. Tanto litigano anche loro sul web e poi scrivono libri per farsi i soldi. Meglio il web. Tanto sulla tastiera ho versato litri di amuchina rigorosamente fatta in casa, l’altra quella che dicono sia originale creta dalla mafia dell’Amuchina (china guarda un po’) non l’ho trovata. Ma la ricetta l’ho trovata su internet e non può essere sbagliata. Per ogni evenienza ho comunque usato anche l’acqua di quella boccetta a forma di donna con la corona blu in testa, nonna me la buttava sempre addosso. Non può che fare bene.

Insomma ora non ho più paura.  Sono solo e sto bene. Vi scrivo questa lettera per dirvi che se stiamo tutti soli è meglio. Ogni tanto ho un po’ di timore perché mi chiedo chi possa aver bevuto la bottiglia di corona nella quale vi ho inviato il messaggio e se la birra e il virus possano essere collegati, ma non ho sintomi e quindi credo di stare bene, anzi sto bene, perché sono solo. E di voi, cari amici, che siete rimasti lì, mi manca poco. Anzi nulla. Soprattutto non mi manca la vostra disumanità dalla quale sono fuggito.

P.S. Certo, mi sorge un dubbio, se gli umani non li sopporto e sono fuggito per non aiutarli e non stare insieme per affrontare un problema,  non è che il disumano sia io?

Nooo, non credo, sono sempre io dalla parte del  giusto. L’ho letto da qualche parte, forse il web o forse era Libero. Ecco, sì, mi sento proprio Libero. Nel mio mondo solitario e disumano.

Ciao amici.

 

 

*la bottiglia pare sia stata trovata dal mago Williams Antonio Lamattina…la foto è sua, corre sul web e non può che essere vera.  Non può mica aver fatto un fotomontaggio così bello.

 

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La stanza dei giochi perduti

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C’è una infanzia perduta nel rosa di pareti tristi. Uno strappo invisibile squarcia i raggi di sole che penetrano malvolentieri nella persiana semichiusa. E ci sono lacrime che solcano visi di bambole e guance di pupazzi. Ci sono libri che rischiano di non essere mai letti, che temono che non saranno mai sfogliati dalle mani di chi avrebbe dovuto. Dalle mani di una bimba alla quale era stati regalati. Troppo piccola ancora per leggere, ma che un giorno avrebbe voluto viaggiare tra pagine e parole magiche. Avrebbe dovuto. I libri giacciono su tavoli minuti e sono polverosi sovramobili. Contronatura.

3

Ci sono vestitini abbandonati per sempre in un armadio lilla. Troppo piccoli, ora, pur se dovesse tornare. Vestiti divenuti inutili per colpe non loro.

Ci sono numeri che partono spediti ma che si fermano presto. Troppo presto. C’è il numero “1” appoggiato a un muro. Il “2” un po’ più distante, quasi si guardano. Manca il tre. Non è tra questa mura. Non sarà mai qui, smarrito nel correre del tempo e delle decisioni adulte che di adulto hanno poco.

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C’è un fiocco ancor ben legato, un fiocco che non è stato sciolto da mani delicate vogliose di prendere il manubrio e preparsi per tagliare il vento della primavera su una bici da piccina.

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E così i giocattoli sono tristi. Lo sono in questa stanza. Lo sono in troppe  altre. Non sono destinati alle lacrime ma a partecipare ai giochi, a essere vita e vitali. A loro manca la loro compagna. Manca per poter essere felici, per poter adempiere sorridendo al proprio destino. E invece, ancora, una volta nei giochi tra grandi, la vittima è chi a quel gioco non vorrebbe proprio partecipare. E quei giocattoli chiusi e rinchiusi da troppo tempo diventano monumento della cecità.

Degli adulti.

C’è una infanzia perduta. Ci sono lacrime che solcano visi di bambole e guance di pupazzi. Ci sono libri che non saranno mai letti. Ci sono disegni mai completati e chissà se mai un giorno Sofia li riuscirà a terminare.

C’è una stanza dei giochi perduti. E non è l’unica e non sarà l’ultima, nelle sempre più tristi storie di adulti.

 

*foto di Rossana Romano. 

 

 

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Il Vallo Perduto (che non si ritrova) un anno dopo

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A breve ricomincia il Vallo perduto, la trasmissione che cerca i luoghi perduti e tenta di  scoprire cosa non sia andato per il verso giusto. Ma cosa è cambiato – se qualcosa lo è – per i luoghi e le storie raccontate nella prima edizione?

OMICIDIO ISABELLA PANZELLA (PERTOSA). Il caso resta archiviato. Nessuno ha ucciso Isabella abbandonala in mezzo alla strada. L’unico sospettato è morto, gli eventuali complici inesistenti.

LO SCONOSCIUTO DI PETINA. Trovato senza vita in montagna a Petina, forse un per un suicidio, del caso si è interessato anche la trasmissione “Chi l’ha visto?”. La sua identità resta ignota.

IL CENTRO SPORTIVO MERIDIONALE (SAN RUFO). I Comuni continuano a litigare su oneri e onori, il parco giochi continua il suo deterioramento così come le strutture dell’ex Masseria.

LE STRADE DEGLI ALBURNI. Restano al palo, tra frane, buchi, rimandi e denunce.

LO SCIALANDRO (MONTESANO). Il Comune ha emesso un bando per chi voglia prenderlo in affidamento. Per ora si muove poco.

LE TERME (MONTESANO). Ci sono stati alcuni lavori ma si attende sempre l’esito dalle aule dei tribunali.

LA CHIESA DEL ROSARIO (POLLA). Il Comune ha messo in sicurezza alcune aeree e si stanno effettuando dei lavori, purtroppo è stato scoperto il furto dell’altare. Si potevano fare verifiche prima…

LA CHIESA DI SANTA MARIA (POLLA). I soldi finanziati dal governo Renzi sono nel limbo e la chiesa continua a vivere nell’oblio.

LA POLVERIERA DI MANDRANELLO. Il Comune ha affidato dopo un bando l’area a un tour operator di Salerno: 70mila euro l’anno per un’area turistica. I lavori ancora  non sono iniziati.

I DIPENDENTI DELLA TREOFAN. I 76 dipedenti dell’azienda battipagliesa continuano la loro battaglia contro il licenziamento. Sempre con più difficoltà.

LA PISCINA DI BUONABITACOLO. Lo stato dell’area è la medesima: abbandonata.

IL PALAZZETTO DI CAGGIANO. Un anno dopo, un anno in più di lavori bloccati.

LA FRANA DI AULETTA. Festeggiati i sei anni della frana, a marzo iniziano i lavori. Forse.

IL PASTIFICIO DI SANT’ARSENIO. Tutto bloccato, tranne l’erba che cresce e il degrado nella struttura.

L’AVIOSUPERFICIE (TEGGIANO). I lavori si sono bloccati di nuovo e altro che aerei in arrivo. Sul cielo solo nuvoloni.

CAMPO DI CALCIO (SAN PIETRO AL TANAGRO). L’erba è stata tagliata. Almeno. E il resto?

ARCHEODROMO (MONTE SAN GIACOMO). Molte promesse per il museo della preistoria. Ma anche il 2019 è passato senza apertura.

IL TRIBUNALE E IL CARCERE DI SALA CONSILINA. Restiamo  un territorio senza presidi di giustizia.

La pagina Facebook per rivedere le puntate.

https://www.facebook.com/IlValloPerduto/

 

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Ham ammett

hammamet

Ham ammett che piacciono i leader con le ombre. Con la mano lunga che fanno cadere le briciole per sfamarci di illusione.
Ham ammett che sono figli nostri, del nostro sogno di essere così. Dominatori e finti magnanimi per dare un balsamo al nostro animo.
Ham ammett che i padri padroni che amiamo sono da idolatrare sempre. Anche quando ne escono le cattiverie o peggio ancora i reati. Che siano leggi razziali, che siano mani pulite, che siano amicizie con la mafia, che siano parentele con le banche, che siano verdi di odio fino a riempire 49 milioni di buco.
Ham ammett che giustifichiamo i peccati dei capipopolo per giustificare i nostri.
Ham ammett che la Storia non insegna tanto se non che si ripeterà.

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Tredici

tredici

Tredici è il numero degli scommettitori. Numero di antica memoria, di schedine al Totocalcio e domeniche di serie A. Di radio, del calcio minuto per minuto. Di Ciotti e Ameri. Tredici per vincere un futuro o almeno sognarlo per novanta minuti. Tredici: il numero degli scommettitori. E di chi forse, come loro (o noi), scommette, ancora e per sempre sull’Amore.

Abbiamo bisogno di scommesse e di amore. Del brivido dell’imprevedibile. Di un futuro da costruire e ricostruire. Di una emozione improvvisa, di un gol al novantesimo, fuori casa, che sblocchi il risultato. Di adrenalina. Di amore e adrenalina. Abbiamo bisogno anche di Dalila e – pur se meno – di Michele. Di un amore e di un futuro da disegnare insieme. E loro così fanno. Di una sopravvivenza universitaria, tra libri, amori, liti e mani che vogliono creare. Mani divine. E di una officina che prende forma e viaggia nel mondo reale. Ma è qualcosa da sogno.

Un tredici che nasce nella città. Anche se i nostri eroi sono eroi nostrani. Eroi come tutti coloro che resistono alle intemperie. Alle paure.

Il mare di Salerno, ottobre, il tramonto e un romanticismo che non ti aspetti. Un pezzo di legno che traspare vita.  “Può diventare qualcosa”. Dice uno dei due. 

E allora la schedina per il tredici comincia a essere compilata durante la passeggiata, mano per la mano. Forse. Ma di certo cuore nel cuore. Come chi sa di essere amato e di amare.

“Iniziamo ad intrecciare il filo di ferro”. E allo stesso tempo intrecciare le vite. Imparano l’uno dall’altra. Dallo stappare la birra con un accendino, all’unire dei pezzi di stoffa con ago e filo. Chi insegna cosa a chi, è facilmente deducibile.

“Lo scatolone si riempie, l’officina prende forma. È ora di uscire allo scoperto”. Lo urlano a loro stessi. Poi agli altri.

Febbraio dell’anno scorso, tredici ovviamente, ecco “OFFICINATREDICI”. Il lavoro che diventa amore. O viceversa, i confini sono labili. Indefiniti.

“Tredici perché è la maglietta che indossavo quando riscaldavo le panchine”, lo dice lui. Tredici perché è una scommessa ma loro, troppo giovani e troppo innamorati non lo possono sapere. Ancora.

Officina perché si usano le mani e “poi perché suonava molto bene. E nel caso fortunato è meraviglioso che voi incontraste un nostro lavoro, un nostro progetto, non avrete di certo difficoltà a riconoscerlo. Sarà quello brevilineo, grezzo, poco arrogante, che assomiglia ad una cosa fatta con amore, amore inteso come un mazzo di poesie non ancora scritte e una discreta predisposizione ai baci, insieme. Mal che vada, e a conti fatti, ci saremo divertiti, sul serio”.

Come è giusto quando si compila una schedina del Totocalcio, la guardi ancor prima che inizino le partite e ti sembra talmente buona da essere già vincente, tanto che vorresti ritirare il montepremi sin da subito. E sogni per quella scommessa che potrà cambiarti la vita.

La scommessa dell’Amore.

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Personaggio dell’anno 2019: Michele Gentile

michele gentile

Sognatore, visionario, un po’ Don Chisciotte e un po’ Willy Wonka, Michele Gentile, l’ideatore del “Libro sospeso” e lo scambio libri con la plastica è l’uomo dell’anno per il giudizio insindacabile della Mosca.

 

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La favola di Natale 2019. Gennaro l’eroe. E i suoi aiutanti

COVER_DEF.jpgTutto ebbe inizio in un freddo 29 ottobre. Gennaro venne alla luce tra pianti e sorrisi, come ogni bimbo che si rispetti. Ma non sapeva, il nostro protagonista, di essere un eroe. Di essere come una formica, forte e tenace.

Lo saprà dopo. O ancora non lo sa e continua a esserlo.

E’ un eroe e da vero eroe neanche nella giornata di oggi vuole lasciare i suoi amici del Bambin Gesù. Si, è vero, aveva scritto a Babbo Natale per tornare finalmente a casa e trascorrere il primo Natale a casa coi suoi, ma Santa Claus ha deciso che dovrà restare ancora un po’ con i suoi amici per dar loro la forza di resistere.

Tutto ebbe inizio, dicevamo, in un freddo 29 ottobre del 2018 che – a dir la verità – subito si scaldò di fronte a quegli occhi grandi come perle. E all’inizio gli Dei della rarità lasciarono stare un po’ Gennaro, il nostro eroe in miniatura. Gli fecero gustare i piacere dell’essere un bebè normale, quasi con la malignità di fargli sapere cosa potesse perdere. Se non fosse stato Gennaro l’eroe, ovviamente.

Dopo un mesetto, ecco il primo cenno, il primo ghigno degli “Dei della cattiva rarità”. Gennaro pian piano comincia a diventare giallo. I pediatri, all’inizio, dicono che è ittero fisiologico che passerà. Ma ci sono degli aiutanti nella storia del nostro piccolo guerriero della Luce: sono mamma e papà. Capiscono che qualcosa non va e allora non cedono di un passo e a Lagonegro trovano il problema che gli Dei maligni della rarità hanno riversato su Gennaro: l’atresia delle vie biliari. Gennaro praticamente non ha i tubicini all’interno del fegato dove passa la bile per andare nell’intestino. Un bel guaio per un bambino che a soli 40 giorni di vita dovrà effettuare un primo intervento. La nostra storia ci porta al 19 dicembre quando un bebè che ha la forza di un gigante entra in sala operatoria per la prima volta per effettuare un intervento assai delicato. Che non tutti … bhe avete capito. Anche gli eroi più forti rischiano. Ma Gennaro ha una vitalità innata, stupenda. Invadente e coinvolge genitori e sorellina, parenti e amici. Sono tutti più forti grazie a lui.

Tuttavia il nostro eroe ha bisogno di un altro aiuto per battere il Male, un fegato nuovo ma a quell’età come potrebbe fare. Già come potrebbe fare? Alza gli occhi il piccolo e guarda negli stessi, ma più grandi, del padre. La nostra favola al giorno quando prima il suo papà e poi Gennaro entrano in sala operatoria, un intervento lunghissimo perché in sala operatoria sono insieme e la mamma vive ore d’ansia fuori. Ma gli eroi sono due, il papà, infatti, nel frattempo ha cambiato stile di vita e il suo fegato è perfetto. L’intervento riesce perfettamente. Le sfide però per il nostro immenso Gennaro non terminano qui. Deve affrontare ancora, con gli uomini in bianco che forse lui vede come nemici ma che lo aiutano nel far ardere quella scintilla che gli brucia dentro, sfide complesse. E’ un anno arduo, il primo di vita di Gennaro. I muri dei dei maligni aumentano e Gennaro aumenta la forza per abbatterli, distruggerli, annientarli. E’ un supereroe come quelli dei fumetti, è un esempio per chi lo vive e per chi lo conosce anche in modo indiretto.  Gli ostacoli non smettono di essere messi sul cammino della sua vita. Poi piano piano, passettini, passettini, Gennaro è pronto per essere trasferito in reparto dopo un mese di sala intensiva. Ma ancora altri guai e altri muri da abbattere. E’ un super eroe forte e paziente il nostro amico, non c’è che dire.

Il 14 agosto finalmente esce dalla ospedale purtroppo per pochi giorni. Ma tutti cominciano a conoscere l’identità di un esempio così piccolo e così grande. Altro ricovero, altra prova di forza. Il 23 settembre si esce dall’ospedale e si torna nell’amata Sala Consilina. E’ una festa. Per tutti e gli Dei del Male sono invidiosi. Non si stancano mai e allora un altro ricovero. Proprio a pochi giorni dal Natale.

Gennaro scrive a Babbo Natale per vivere il primo Natale a casa, ma ancora una volta Santa Claus o forse il Grinch, o chissà chi per loro, ha un disegno diverso per Gennaro. E anche oggi sarà in ospedale con i genitori e gli amici, gli altri eroi di questa favola che ancora non ha il lieto fine ma ha una morale: gli eroi sono ovunque ci sono esempi e l’esempio di Gennaro e della sua famiglia è un fuoco vivo.

L’esempio di quanto la vita sia meravigliosa, e di come Gennaro con la sua vitalità debba trascinarci nel vivere un Natale e una vita di sorrisi, mettendo da parte falsi problemi e lamenti pretestuosi.

Buon Natale.

*il fumetto che raffigura Gennaro è di Emanuele Sabatino, uno dei fumettisti più bravi della Provincia di Salerno. Un talento del Vallo di Diano che ha visto così il nostro SuperGen

 

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Il buio di Natale

Lontano da casa, sperduto chissà dove. Mi perdo nel mio mondo, perché il vostro mondo mi ha emarginato ben prima. Sì, anche il mondo di un paesello sperduto tra monti e una immensa vallata. Ovunque ci possiamo perdere, pur se circondati da un migliaio di abitanti e pur dove diciamo di conoscerci tutti. Ma mi perdo, mi perdo lo stesso. Il mio Natale è buio, l’albero non ha luminarie ma rami rotti.

Lontana da casa. Mi chiamo Giovanna, ho 16 anni. Lavoro in questo sottoscala e faccio materassi. Li faccio per un po’ di soldi e per affrontare meglio la vita. Il mio Natale non c’è più da oltre dieci anni. A casa mia il posto me lo conservano, sempre, nel cuore e forse a tavola, ma non sarà mai un Natale felice. Per un lavoro sottopagato e un datore di lavoro senza scrupoli. Come tanti.

Dove è la mia casa? Mi sento perso tra alberi e oscurità. Non ricordo come ho cominciato. Mi annoiavo forse tra piazze tutte uguali e paesi troppo piccoli. Lo facevo con gli amici, lo facevo per l’indifferenza che mi circondava e ora non riesco più a smettere. Ne ho bisogno. Sono perso e ho solo un modo per ritrovarmi e il mio Natale lo trascorro tra una bottiglietta di acqua e un acido di felicità.

Lontano da casa, portata via da mia mamma fino in Russia e mio padre non so dove sia. Vorrei stare con entrambi, sono i miei genitori e invece litigano per me. Si, lo fanno per me, è colpa mia. E piango. Abbraccio mio padre solo in un Tribunale. Abbraccio mia mamma di nascosta. Mi chiamo Sofia e mi manca Teggiano.

Lontano da casa. Ho superato il mare e sono arrivato qui da solo. Mamma non la vedo da anni e papà è stato ucciso in una guerra che non ha motivo. Almeno per me. Vivo tra occhi che mi guardano di sbieco, anche se in un paesino dove in tanti sono andati via. Hanno fatto come me, non hanno superato il Mediterraneo ma le Alpi o forse l’Oceano, eppure sembriano alieni. Il mio Natale è vissuto da solo. Senza un sorriso a riscaldarmi.

No, quest’anno non è Natale. Hanno rubato gli attrezzi di lavoro di mio marito e mia figlia deve lottare ogni giorno per arrivare a vedere quello successivo. Ha bisogno di cure, ha bisogno di umanità. Voi non lo siete stati.

Mi sfruttano, da due anni non mi pagano e hanno licenziato tutti gli altri. Non so che ci faccio qui. Quando mi pagavano dovevo anche restituire parte dello stipendio. E’ il Vallo e così funziona dicono. Poi nella vita che mostrano dicono di essere pure lottatori di diritti. I vostri. Maledetti.

L’ombra attraversa i miei occhi e in questi giorni che per gli altri sono di festa, torna sempre più minacciosa. Vai via, puttana. Non voglio smetterla e tu però insisti, ombra. Smettila, voglio resistere, voglio vivere. Ombra, cazzo, se fai così mi affascini.

Il Natale buio è attorno a noi, è nel Vallo di Diano, tra storie da favole e lumiarie scintillose, tra tavole imbandite e vestiti profumati. Il buio è tra noi e noi non lo vediamo solo perché ci fa comodo così.

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L’uomo della rivalsa

andrea di maria

Alzi la mano chi, anche solo per un attimo, non abbia avuto un pizzico di orgoglio nel vedere una persona che conosce, che “sape”, in tv, sulla Rai, fare cose da artista vero. Cose straordinarie, farle con Vincenzo Salemme e farle in diretta. Non solo una persona del proprio territorio, ma proprio uno che quando lo vedi in tv, dici “questo lo conosco, è un mio amico”.

Ecco la forza di Andrea. Andrea è davvero il ragazzo della porta accanto. Anzi conoscendolo al meglio, il ragazzo del tavolino del bar a fianco, quello che alza il bicchiere di birra e invita al brindisi con un sorriso sornione. Magari da provolone (ma badate bene solo nella fase single).

Ecco la forza di Andrea, almeno nel Vallo di Diano, è l’essere quello sorridente e a disposizione. Fuori dal Vallo, invece, il suo muscolo più grande è il talento artistico. Il talento che però non è stato lasciato crescere in modo selvaggio, ma coltivato con studio e attenzione. Quel talento che lo ha portato lontano da casa a soli 14 anni inseguendo un sogno chiamato Teatro. E lo ha fatto da solo, a Napoli da adolescente, da 14enne sprovveduto e forse impaurito. Il forse è d’obbligo perché Andrea ha un aspetto del suo carattere: non fa vedere il suo lato debole. Questo perché lo si è abituato a vedere protagonista, stella della serata, ovunque vada. Magari io l’ho visto così quando a un carnevale, aveva 12 anni forse, era mascherato da preservativo. Una testa di ca…volo. E invece, invece questo proprio non è.

Non lo è perché mi va di rilevare un po’ di aspetti da dietro le quinte. Di chi, due anni fa ha rischiato di chiudere il sipario. Era Capodanno e per poco Andrea non ha lasciato spazio alla sua controfigura. Per sempre. Non una piega, non un selfie del lamento, che tanto vanno di moda. L’ho visto, piegato perché non ce la faceva a stare in piedi, non negare un selfie a un infermiere o a un altro paziente. Certo non è famoso come Savino o Leo, ma certo è non vuole essere da meno su un palco, dietro una telecamere, su un video web e soprattutto tra la gente.

Andrea ha sofferto fisicamente ma – pur se non lo ammetterà mai – soprattutto nell’anima nell’affrontare i guai, che ovviamente, ognuno di noi affronta. Tuttavia il cielo stellato nel quale brilla viene visto come un mondo magico, incontaminato. E allora vi racconto di quando ha gioito nell’essere stato scelto da Ermanno Olmi. E’ come se – se sei un giocatore di talento – per una partita di calcio importante, uno come Ferguson decidesse di metterti titolare. Oppure di quando ha sofferto all’ennesimo provino andato bene, essere stato scelto come secondi. “Per il regista sei ok, anzi saresti il top, ma…”. Ecco il ma non lo completo ma il mondo del Cinema è come il mondo del Giornalismo o qualsiasi altro mondo, spesso dietro un ma si nasconde un cognome importante, o una raccomandata non postale ovviamente. Oppure ancora quando ha capito di essere diventato un protagonista importante di Gomorra e di essere sfuggito alla Mattanza per fiction e per verità.

Andrea si è messo tutto nel suo bagaglio, si è messo le scintille che non ti aspetti, i rivali che pensavi essere colleghi, i cambi di destino dietro un ciak mancato o un click aggiunto e ha attraversato la quarta e la quinta parete insieme. Ha sbalordito critica, Salemme e pubblico con il suo Rocco Pellecchia (anche se a teatro l’ho visto interpretare il “Tronchetto della felicità” ed è stato ancor più divertente di Vincenzo nazionale), è entrato dalle tivvù nelle nostre case ed è stato ancora una volta Andrea, quello che conosco, quello che beve con me. Quello che ride e fa ridere. E mai una persona che combatte ogni giorno per portare in alto il suo nome ma anche quello di un territorio intero.

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La ragazza dei sogni

Conosco alcune persone solo dopo. Dopo, quando sono ricordo e dolore, quando i loro profili sono delineati da lacrime e racconti. Lo faccio per lavoro, è uno dei punti più bui del mio mestiere: raccontare chi era una persona senza conoscerla davvero. E ancor più difficile, nel mio caso, è che la maggior parte di quelle persone avrei voluto conoscerle, dopo aver saputo chi fossero.

La ragazza dei sogni, Mariapia. E’ uno degli esempi. Mariapia l’avrei voluta conoscere prima, come Finestrino, come Annamaria, come Giovanna, come Mariano, come tanti altri ancora che hanno attraversato la mia penna o quella dei miei colleghi. Purtroppo.

Per raccontare le persone, dopo, si incontra e si parla con chi ha avuto la fortuna di conoscerle prima. Ecco, la definizione che mi hanno dato su Maria Pia mi ha colpito:  “era una ragazza piena di sogni”.

La ragazza dei sogni. I sogni che si frantumano dopo una frenata, mentre l’auto si schianta. I sogni che si sgretolano in un attimo. Tremendo. Struggente. I sogni di Maria Pia però continuano. Devono continuare. Come? Maria Pia e i suoi genitori ieri hanno permesso di continuare a far vivere i sogni di un’altra persona. Pochi istanti dopo l’ultimo saluto a Mariapia è arrivata una chiamata di urgenza. Serve il fegato, altrimenti. Altrimenti c’è un’altra persona da raccontare, dopo. E così la scelta di Maria, la scelta dei suoi genitori ha soffiato sui sogni di un’altra persona permettendo che continuassero ad ardere. Ancor più forte, perché racchiudono la forza di due. E così anche gli altri organi di una ragazza da sogno che viveva per gli altri. Ecco, i suoi sogni continueranno con quelli degli altri. Come i sogni di Giosi o di Giuseppe o di altre persone che vivono ancora. Anche se non ci sono più.

E così per chi ha avuto la fortuna di conoscerla ancora sorridente, per chi ha avuto la sfortuna di conoscerla solo dopo, e per chi potrà sognare ancora grazie a lei, Mariapia, potrà essere per sempre la ragazza dei sogni.

 

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Il cacciatore dei giocattoli perduti

vigile del fuoco

Babbo Natale ama vestirsi di rosso. O almeno la Coca Cola ama che si vesta di rosso. Ma fatto sta che quel colore gli sta davvero bene e anche quando Babbo Natale decide di mostrarsi in un’altra veste, il rosso resta sempre il suo colore preferito. Ecco perché qualche anno fa decise di vestirsi da vigile del fuoco. Questa favola inizia da una tragedia. E ancora non ha un lieto fine. Ma ha visto come protagonisti tanti eroi e persone dal cuore nobile. Esempi, per dirla meglio.

C’era una volta e c’è ancora – ma con fatica – un posto fatato. Si chiama Norcia. Qualche anno fa, per più volte, il terremoto ha cercato di distruggere l’anima di un luogo stupendo. Non ci è riuscito, lo diciamo subito, perché gli umbri e gli italiani hanno resistito, facendo squadra e reagendo. Tra mille sofferenze, spazzando via polvere e lacrime, macerie e tristezze. Babbo Natale si è trasformato in diversi personaggi durante quella tragedia. Mai da politico, purtroppo. Una volta si è trasformato da vigile del fuoco. Il rosso gli dona. Lo sa. Lo sappiamo. Un vigile del fuoco speciale: un cacciatore di peluche.

Un cacciatore di peluche. Vestito di rosso, come un Babbo Natale coraggioso, ma che invece di portare nuovi doni ai bambini, riporta loro i giocattoli abbandonati sotto le macerie di case terremotate. E già perché sotto pietre e macerie, mobili distrutti e vite spezzate, giacciono anche i giocattoli del bambini. Quelli che segnano l’adolescenza e quelli che ognuno si porta dietro nel suo crescere. Forse non nel concreto ma nel fantastico mondo dei ricordi dell’infanzia. Vi ricordate il vostro? Il mio era una piccola auto nella quale ho sempre sognato di entrare. E forse con la fantasia l’ho fatto. Giocattoli che sono fondamenta di ogni bambino. E allora al nostro vigile del fuoco tutto speciale viene assegnato il compito particolare: trovare i giocattoli perduti. E per tutti i bambini i giocattoli sono vivi. E sono vita per gli adulti.

Il suo compito e quello dei suoi compagni diventa quello di picchettare le strutture diroccate e recuperare insieme ai residenti i beni più preziosi. Oro, gioielli, ricordi e … soprattutto giocattoli. Sì, giocattoli. Il nostro Babbo Natale è partito dal Vallo di Diano per compiere l’ardua missione. Lui e gli altri vigili del fuoco chiamati in causa per un missione da film di Disney ma invece è una favola reale. I nostri eroi così, pochi giorni dopo il terremoto visitano decine di case e recuperano peluche e giocattoli per i bambini di Norcia. Vengono ripagati da sorrisi e abbracci, con grigliate e pasti caldi. E bambini che riabbracciano i giocattoli e in qualche modo scacciano paure e brutti pensieri. Il nostro babbo Natale recupera giocattoli e sorrisi. Poi torna nella sua tenda, lo aspetta una slitta a forma di camionetta dei vigili del fuoco e con le renne che si trasformano in cavalli del motore. Toglie la divisa rossa, il casco, toglie dagli occhi le tragedie di persone che non ce l’hanno fatta, di famiglie senza casa e di mamme in lacrime, immagini che posiziona in fondo al cuore e rivede solo il sorriso allegro di quell’ultimo bambino a cui ha ridato l’orsacchiotto. Il bambino ha abbracciato lo strano Babbo Natale e il peluche. Con l’orsacchiotto ha parlato e poi ha anche ascoltato una misteriosa risposta.

Quindi ha detto al vigile del fuoco: “Lui si chiama come te. Si chiama Bruno”. Poi è corso via con l’orsacchiotto poggiato sul petto, la testa del pupazzo sulla spalla. Il vigile del fuoco lo ha guardato e l’orsetto gli ha fatto l’occhiolino. Sorridendo.

 

 

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Una bimba di nome Piuma

piuma

Novecento grammi, una piuma da prendere in braccio in un palmo di mano. Piuma potrebbe essere il suo nome. Piuma, il nome di una donna nata per combattere. Sin dal primo vagito in cui è scritto il suo destino.

E Piuma, così piccola e indifesa, è già un simbolo. A sua insaputa. Almeno lo è per me perché rappresenta la fragilità ma anche la forza di vivere. La scintilla per non mollare, per non morire. Più forte del suo destino. O del destino che vogliono disegnarle addosso.

La fragilità di una donna che deve combattere sin dall’inizio. E Piuma dovrà farcela. Dovrà farcela per dare coraggio a tutte quelle altre donne che – magari non combattono da quando vengono alla luce – ma che cominciano a farlo poco tempo dopo. Piuma deve essere quel simbolo. Deve esserlo nel Vallo di Diano dove le piume sono tante e vengono spazzate vie da soffi di vento gelido. Torbidi tornadi che nascono in luoghi che non ti aspetti.

Piume come Annamaria Mercadante e Giovanna Curcio. Piume bruciate dallo sfruttamento del lavoro e dall’indifferenza di chi sapeva e non ha fatto nulla. Ma bruciate anche dopo, nel ricordo svanito come una piuma al vento. Solo il peso d’affetto di Enzo Faenza continuava a farle vivere. Dimenticate.

Piume come quelle donne che pur desiderando un figlio devono temere la gravidanza per non perdere il lavoro. Nel Vallo di Diano succede. Spesso. Succede in ogni paese, succede che datori di lavori non rinnovano il contratto, licenziano o minaccino di farlo. Preservativi dello sviluppo sono. Sono ovunque. Succede troppo spesso.

Piuma come chi soffre tra schiaffi d’amore. Non esistono, è una bestemmia di tre parole.

Piume come chi affronta ogni giorno i pregiudizi velenosi per essere quel che si è, per scegliere la via che si vuole, per affrontare la vita a modo proprio. Piuma chi asseconda l’idea del capo in attesa di un moto di ribellione interno. Lo sente divampare dentro quel moto. Piume per colpa nostra, per colpa di chi le vede piume, le fa sentire tali, e cerca di soffiarci sopra quando non servono più.

Piuma – nata troppo presto – sin dalla nascita, coi suoi 900 grammi di vita pura, dovrà affrontare una vita di battaglia, dove in pochi aiutano e in tanti sono pronti a soffiarla via.

Senza pietà.

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Il mondo fantastico di Brachetti

FB_IMG_1575103028641.jpgNel suo mondo. Anzi no. In un altro mondo dove tutto è possibile.  Dove puoi volare, dove le tue ombre diventano luce, dove puoi essere chi e ciò che vuoi. Dove forse sei semplicemente te stesso. Finalmente.  Senza alcun giudizio e pregiudizio.

Nel suo mondo che poi diventa il tuo ti senti libero, fanciullo, coinvolto. Solo, sì, ma con le fantasie che ti fanno compagnia. Che ti prendono per mano. In quel mondo chiuso tra pareti di una casa fatta di ricordi si apre la mente, si apre il cuore e le fantasie diventano emozioni.

Come quando canti con il phon in mano e ti senti Freddy o Micheal. Anzi lo sei davvero e dallo specchio appannato spuntano un ricciolo e un guanto bianco. Eppure sei nudo e calvo. Forza della fantasia.

Nel mondo parallelo, nel mondo della fantasia viaggi e affronti meglio quello reale. Anche se confonderli, fonderli, renderli entrambi parte di te sono l’unica via verso la felicità. Un viaggio che diventa vita. Il viaggio che Arturo Brachetti ha reso possibile in un’ora e mezza di spettacolo onirico. Un viaggio dove la fantasia fa da pilota e il fanciullo che è dentro di te bussa più volte per uscire. E ce la fa.

Così il suo viaggio è diventato il viaggio di tutti gli spettatori.  Un viaggio che andrebbe fatto spesso, alla ricerca delle emozioni pure. Di danze con cari che non ci sono più,  di giochi con oggetti lasciateci in eredità da nonni ispirati. Un viaggio di pura, meravigliosa, fantasia. Tra sorrisi perenni e bocche semi aperte per lo stupore. Un viaggio tra mondi di granelli di sabbia che diventano storie e animali che conquistano le ombre. E alla fine l’ombra dell’essere sempre realista evapora sotto i colpi dolci della luminosa fantasia.

È stato tutto questo e molto più “Solo”, lo show di un artista internazionale che ha riempito di luce il PalaDianflex e gli occhi di chi lo ha ammirato.

Personalmente mi ha trasportato nel mondo delle fantasie che aleggiano in me, in un mondo dove il fanciullo che ero e, ancora un po’ sono, ride felice e non ha ombre. Quel mondo dove mi trasformavo in un telecronista di partite di calcio tra automobiline diventate calciatori, quel mondo dove con la maglia bianconera numero 10 diventavo Platini. Quel mondo dove tutto era possibile. Quel mondo in cui voglio credere ancora.

Con questo spirito sono tornato a casa dopo lo spettacolo. Ma una cosa strana mi è successa appena prima di chiudere la porta. Sul muretto di fronte casa un ragazzo un po’ fumoso mi ha salutato sorridendo. Mi è sembrato di riconoscere Giupeppe – rigorosamente senza “s” – il mio amico immaginario che ha accompagnato le avventure fantastiche e fantasiose della mia infanzia.

Potere di Brachetti. Potere della fantasia.  Potere soprattutto di un mondo che continua a essere vivo in ognuno di noi.

Va solo vissuto di più.

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La speranza e il temporale

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La nube sembra un enorme grumo di panna montata alla liquirizia. Riempie il cielo. Copre l’ultimo raggio di sole.  Fa buio tutto attorno. Le prime gocce arrivano solitarie e distanti l’una dall’altra. Sembrano i primi bambini in fuga dalla scuola dopo il suono della campanella. E infatti il gruppo, folto e rumoroso, arriva subito dopo. Gocce pesanti che si schiantano senza pietà su ciò che trovano sotto. Fredde e grandi come un polpastrello, sono lacrime pesanti su una giornata già nera per Mimmo.

Mimmo alza la testa e le vede arrivare sempre più forte. E’ poggiato sul muro del municipio di Atena Lucana, le mani incrociate all’altezza dei reni, le gambe accavallate, gli occhi tristi e la testa coperta dal cornicione. Le sue lacrime si confondono con le gocce del temporale. Un pomeriggio triste. L’ennesimo e non per quella pioggia che sta rendendo fiumi le strade. L’ennesimo senza lavoro per Mimmo, l’ennesimo alla ricerca di un futuro per sé e per la sua famiglia. Ricerca vana da mesi.

La nube si fa sempre più simile a quelle astronavi da film apocalittici. Spuntano anche lampi che tagliano il cielo senza ferirlo. Il vento sposta l’acqua ma le gocce sanno già quale è il loro destino e puntano dritto al suolo. Senza paura. Con adrenalina. Un brivido di paura, imprevisto, scivola sulla schiena di Giuseppe. Sta uscendo dal municipio di Atena Lucana quando viene sorpreso da un frastuono. Un tuono. Si desta, scrolla le spalle e guarda l’auto dall’altra parte della strada. Toccherà fare uno scatto per dribblare gocce e pozzanghere. E così fa. Ma gocce e pozzanghere sono più rapidi di lui e in auto ci arriva fradicio. Prova ad asciugarsi con il riscaldamento e con la coda dell’occhio le vede. Vede gocce di acqua che bagnano un viso già umido. Vede Mimmo.

“Vuoi salire? Vuoi un passaggio”. La voce arriva all’improvviso quasi quanto il tuono di pochi istanti prima. Mimmo abbassa il volto e vede quel ragazzo offrirgli un aiuto da un finestrino abbassato appena un dito. Riguarda in alto e pensa che quella nube si è affezionata a quell’angolo di cielo e non se ne andrà facilmente. Decide di accettare. E’ più rapido di Giuseppe ma lo stesso perde la gara dei dribbling con pozzanghere e gocce. Sale in auto e approfitta anche del riscaldamento.

Giuseppe gira la chiave e dà un colpo di gas, si affida ai tergicristalli e alle luci. Si avvia verso la parte bassa del paese. Guarda Mimmo e gli sorride. Lui ringrazia con un sorriso. Si avviano. Le gocce si infrangono sul vetro e rompono il normale silenzio che regna tra due sconosciuti. E fanno da colonna sonora fino a quando Giuseppe quasi senza accorgersene gli chiede. “Che fai da queste parti? Senza di me ti bagnavi come un pulcino”.

“Cerco lavoro, da mesi e non trovo nulla, speravo di trovare qualcosa oggi, ma niente. Farei qualsiasi cosa ma non sono fortunato o sono incapace”. Mimmo guarda fuori dal finestrino. Ha sputato quello che ha detto più come sfogo che come risposta a Giuseppe. Poi se ne è vergognato. E ora si aspetta il silenzio o le solite parole vuote di conforto.

Giuseppe si sente spiazzato, ma quelle parole sono arrivate come il lampo di poc’anzi. E poi giunge il tuono. “La mia azienda cerca personale da tempo, ma abbiamo difficoltà nel trovarlo”. Guarda la nuca di Mimmo e come se folgorato capisce che può essere la persona giusta. Non si sa spiegare il perché ma sente che è così. Mimmo gira lentamente il volto e lo fissa negli occhi. Sorridono. Poi guarda nello specchietto e trova un arcobaleno che ha interrotto il temporale e dissolto la nube nera fatta di panna e liquirizia.*

Ieri Mimmo ha cominciato il suo nuovo lavoro. In bocca al lupo.

*tratto da una storia vera.

La speranza è un sentimento complesso da provare e portare avanti. Ma è da coltivare sempre. Anche oggi, anche sotto la pioggia e il temporale. Anche nel Vallo di Diano. Anche in Italia. La speranza deve esistere negli occhi altrui, in incontri fortuiti, nella caparbietà, nello scacciare l’odio, nell’affrontare il temporale non attendendo che smetta. 

** foto di Gianluigi Casella

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Giuseppe “strong man” De Rosa: l’ultramaratoneta

Da il Mattino del 6 novembre.

de rosa

“Giuseppe strong man”. Nella notte della Giordania si sente una voce che, in inglese, riempie il buio: “Giuseppe strong man”, “Giuseppe sei un uomo forte”. Poi spunta il sorriso di Giuseppe De Rosa a illuminare quel buio e le sue braccia che si allargano come per prendersi la vittoria, per abbracciarla, quasi per scacciare la fatica di 166 chilometri di marcia per una delle ultramaratone più dure del mondo. Tra dune e senza assistenza. E a vincerla è un atleta di Sala Consilina, Giuseppe de Rosa, 42 anni, muscoli flessibili, concentrazione massima e serenità invidiabile. Unico italiano in gara, tra i pochi ad affrontare queste prove ultra umane, tra le dune che hanno fatto da cornice, o meglio da ostacolo, dalla magnifica Petra fino al traguardo di Wadi Rum. Una gara durissima, in condizioni climatiche estreme, tra sabbia, dune e forse miraggi che l’ultramaratoneta di 42 anni ha affrontato grazie a eccellente preparazione atletica ma non solo. Con lui una una forza di volontà fuori dal comune. Un vero esempio di atleta e di persona che sa affrontare i propri limiti. E li sa battere. De Rosa è un barman di Sala Consilina, o almeno lo era fino a quando, probabilmente, ha scoperto di un essere un fenomeno in questo sport per super uomini. Un Cristiano Ronaldo – un po’ meno pagato – delle ultramaratone in autosufficienza. L’ultramaratona in autosufficienza è una competizione estremamente particolare e complessa. Si percorrono tratti lunghissimi, da un minimo di 165 chilometri o come in Australia, fino a oltre 800 chilometri suddivisi in 8 tappe. Con riposi in campi base non proprio a 5 stelle. E anche in Oceania il nostro atleta ha saputo fare grandi cose, arrivando tra i top. Quando già arrivare diventa una splendida impresa. Per autosufficienza si intende con nutrizione scelta dagli stessi atleti. L’organizzazione fornisce solo un litro e mezzo d’acqua ogni checkpoint (ogni 20 chilometri circa). Il resto dei rifornimenti è quello nello zaino dell’ultramaratoneta che si porta dietro lungo ogni singolo (e forse maledetto) chilometro della grande impresa. Non sono previsti aiuti, sostegni esterni. Soli contro tutti. Spesso anche contro se stesso. Nel zaino degli atleti c’è il kit medico obbligatorio, più siringhe per contrastare eventuali veleni (rettili e altri esseri mica sanno che si tratta di una gara), luci e coltellini per prestare soccorso a se stessi. Quando interviene un personale esterno c’è la squalifica. E quindi questi campionissimi difficilmente chiedono il classico Sos. Mozambico, Vietnam, Bolivia, Norvegia e altre nazioni sono i luoghi dove De Rosa si mette alla prova e porta con sé il Vallo di Diano e Sala Consilina. Dove prepara – ma ancora non può saperlo – la grande vittoria in Giordania. De Rosa si trasforma da “normale” barista in super eroe dal 2009 quando decise, quasi all’improvviso di partecipare alla maratona di New York senza aver mai fatto atletica in vita sia. “In tre mesi l’ho preparata e poi ne ho fatte 88. Mi sono fermato per un anno nel 2015”, racconta. Si ferma perché non ha più stimoli. Forse le maratone di soli 42 chilometri e rotti non lon stancano abbastanza. Ma arriva la svolta, quasi improvvisa. “Un anno dopo mi sono presentato a gareggiare in Senegal per la mia prima ultramaratona, e mi è cambiato il mondo. Da allora oltre 20 gara da super atleti senza mai arrendersi”. Un cambio dal punto di vista sportivo ma anche come uomo. Soprattutto come uomo. Le ultramaratone si snodano in scenari dal punto di vista ambientale unici ma attraversano luoghi poveri. Di miseria. “Durante uno gara in Senegal – racconta De Rosa – vedo in lontananza un’ombra. Pensavo a un miraggio. Capitano in queste gare. Invece era una bambina di 10, 11 anni con sulle spalle la sorellina. Mi chiesero in francese dell’acqua. Fu un brivido”. Da allora nello zaino De Rosa porta nello zaino un po’ di cibo in più per donarlo ai bambini che incontra. “Mi è capitato di incontrare mamme che mi chiedevano di salvare, portandoli via, i loro figli”. Ultramaratone per il fisico e per la mente che De Rosa affronta al meglio. Senza paura e battendo la fatica. Perché davvero è “Strong man”. Un uomo forte.

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Gerardo

Come si permettono di buttare le lattine vuote sotto il cespuglio. C’è il cestino qui, non lo vedono? Che gentaglia che c’è. Ah se non ci fossi io. Questa cosa qui, questa con il nome così difficile con alberi e fiori, sarebbe uno schifo. Sono il giardiniere di questo posto. E poi il mio zampillo. Lo trattano sempre male, lo fanno schizzare. Ma un po’ di rispetto non potrebbero averlo. E’ mio certo, ma loro lo possono usare. Basta avere accortezza.

Meno male che ci sono io, controllo e metto a posto. Hanno paura di me. Prendo il foglio e la penna. Ieri me l’hanno data un’altra penna, solo quella con il pulsante. Altrimenti non la prendo. Deve fare click sennò non la voglio. Vado a fare il mio giro di perlustrazione. Il fischietto lo tengo, sono il comandante dei vigili urbani e devo controllare il mio paese. Parcheggiano come selvaggi, sono incivili e poi guardano me come se fossi io il diverso. Fiuuuuuu. Senti come fischia questo fischio, e vedi come spostano le auto. Mi temono. Sono il comandante dei vigili urbani.

Guarda qua, urlano e litigano tra di loro. Sembrano pazzi. Ora lo scrivo però, ho l’agenda con me. Me l’hanno regalata, o forse era mia e l’hanno ritrovata. Non ricordo. Prendo la penna dal taschino e scrivo. Sono giornalista. Mica come quelli che non scrivono nulla, io scrivo la verità. Guarda, guarda come mi guardano che scrivo. E ora vi faccio finire in tv. Voi litigate mica io. Io racconto di quanto siete barbari e animaleschi che manco ve ne accorgete.

Ora entro da Carlo, quanto è grosso Carlo e taglia la barba. La taglia anche a me. Senza farmi pagare. Sarà perché sono un comico. Entro, dico qualcosa e tutti ridono. Ridono di quello che dicono, non di me, sia chiaro. E io la ripeto sempre quella cosa, così ridono, perché io sono un comico, da Carlo sono felice e poi mi taglia la barba senza farmi pagare. Mica devo pagare. Sono un attore famoso e tutti mi salutano e scattano le foto. Non mi piacciono tanto le foto. Ma li faccio felici e me le faccio fare.

Fammi andare a mangiare, dovunque vada mi offrono qualcosa di buono. Sanno che sono un famoso chef e capisco bene di mangiare, basta che allungo il dito e me lo danno. A volte mi chiedono di ripetere le cose, sono tutti un po’ sordi non perché parlo male, ma poi mi capiscono. Buono questo cornetto alla crema, secondo me li fanno buoni per me. Sono sempre un vigile giornalista che sa fare il giardiniere e ha un passato da chef.

Beh è tardi. Vado a casa. Ho freddo. Sì, mi dicono che è ancora estate e io ho il giubbotto e il maglione e il cappello, ma io ho freddo perché gli altri mi devono dire che non devo aver freddo? Qualcuno fa uno strano gesto con il naso, come se sentisse un cattivo odore. Sono io? Io non sento nulla. Allora è lui e manco mi interessa. Ognuno può fare ciò che vuole, basta che non tocchino il mio giardino e parcheggino bene.

Entro a casa, è buio. Vado a letto ed eccoli, lì sento urlare. Anche stavolta. Ragazzini che mi insultano da anni. Passano gli anni ma i ragazzini sono sempre della stessa età. “Scemo, scemo, Gerardo è scemo”, gridano. Ma perché mi trattano male, mi buttano le cose, mi insultano. Esco dalla casa, urlo anche io. Loro fuggono. Perché fuggite. Vi sto solo dicendo che anche io sono bambino.

Lo sono sempre stato.

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La favola di Lua

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Le nuvole nere e gonfie di odio e pioggia riempivano il cielo. E lo facevano sia il giorno, sia la notte. Anzi, lì in quel regno pregno di cattiveria, non si capiva quale fosse il giorno e quale la notte, tanto l’Oscurità a essere sempre predominante. Un buio illuminato da poche fiammelle che fiancheggiavano la strada che portava al castello del generale Rett. Un generale famigerato per la sua cattiveria, il suo odio verso la vita e verso chi aveva occhi più belli dei suoi. E contro di loro scatenava una terribile maleficio.

Lua aveva occhi del colore di dove mare e cielo si incrociano. Lua aveva gli occhi più belli del reame, i pittori si ispiravano a loro per dipingere l’azzurro, e riempiva di orgoglio quelli della mamma, la coraggiosa Agnese. Che coraggiosa lo era, ma ancora non lo sapeva quando Lua venne alla luce. Se ne accorse quando, qualche mese dopo, al compimento del primo anno, Lua fu rapita dagli uomini dell’Oscurità.

Rett aveva saputo di una bambina speciale, dagli occhi emozionanti, diventata già leggenda nel regno della Luce. E lui, invidioso e brutale, aveva deciso interrompere quel sogno. E così mandò il suo esercito a rapirla per portarla nel suo castello. La strapparono dalle braccia di Agnese e la portarono via, nascondendola nella cella più alta, sulla torre del Buio.

Rett, la mezzanotte di una notte senza luna, salì sulla torre e mise in atto il suo maleficio. “I tuoi occhi daranno l’impressione del Vuoto e il mondo attorno a te non sarà il tuo mondo. Al compimento del sesto anno, quando tutti i bambini andranno a scuola, tu dovrai restare a casa perché non ci sarà Scuola che ti vorrà”. E la rimandò a casa. Con gli occhi spenti e un destino atroce scritto nel suo futuro.

Agnese piangeva giorno e notte senza la sua piccola tra le braccia. Smise solo quando la vide tornare accompagnata, si fa per dire, dagli sgherri di Rett, che sogghignarono quando gliela riconsegnarono. Agnese l’abbracciava forte ma si rese conto che Lua non rispondeva e i suoi occhi parevano vuoti. Uno degli sgherri di Rett, un austriaco dalla mente illuminata, però le spiegò cosa stava succedendo. Agnese a quel punto asciugò l’ultima lacrima e indossò quel coraggio che non sapeva di avere. “Andrai a scuola a sei anni disse a Lua”, che stranamente ricambiò lo sguardo come se avesse inteso.

Agnese cominciò la sua battaglia, chiamò a sé tutti coloro che potevano aiutarla. E scoprì che nel corso del tempo e nonostante gli ostacoli malvagi del generale Rett, di Buoni ce ne erano davvero tanti. Nessuno aveva mai tentato quell’impresa. Nessuno era riuscito a infrangere quel maleficio e le bambine rapite da Rett non erano mai andate a Scuola. Non solo Lua ma tante altre. Agnese combatteva anche per loro. Senza mai mollare. Neanche nei momenti di sconforto, neanche quando le barriere sembravano invalicabili. Quando Rett ci metteva lo zambino con burocrazia, cattiveria, togliendo soldi lì dove ce ne è bisogno.

“Andrai a scuola”, ripeteva Agnese a Lua che sembrava nel Vuoto ma che riempiva le giornate di chi la circondava. E fu così, dopo mille disavventure, che Agnese e i suoi aiutanti che si erano moltiplicati in un pomeriggio dipinto d’arcobaleno ingannarono Rett e lo sconfissero. Avevano lavorato nelle ore notturne, lontano da occhi indiscreti, e a un certo punto, portarono la piccola Lua davanti alla porta. Una porta magica. Lua guardò fisso quel varco dello stesso colore dei suoi occhi, la porta si aprì e…. si apri un mondo. Anche se era “solo” un’aula. Speciale. La musica usciva fuori come miele da ciambelle, i colori erano quelli dell’arcobaleno, e poi ogni cosa era magica, cuscini, materassi, oggetti di ogni specie. Era un’aula, l’aula della Scuola che avrebbe ospitato Lua e i suoi occhi che vuoti non sono mai ma sono semplicemente diversi. Speciali.

Così Agnese battè Rett e il suo governo del Male e così Lua con i suoi occhi insegnò a tutti che il Bene, alla fine, trionfa. Sempre. Anche a Sala Consilina, anche nel Sud Italia. Grazie al coraggio di Agnese, alla forza dei suoi aiutanti e agli occhi che oggi come nella favola ispirano pittori e poeti.

 

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L’odio

È l’odio che non pensavo di provare che mi fa paura. L’odio che mi prende dallo stomaco, che sale e mi rende torbido il sangue. Odio verso chi ha deciso che deve andare così. Verso chi ha imposto che deve essere un tuo caro a dover soffrire. E l’odio si alimenta di se stesso perché non si sa verso chi vomitarlo quell’odio. Odio questa terra avvelenata, odio il dio che non credo. Mi riscopro ad avere pensieri odiosi, pregni di cattiveria. “Perché lui e non un altro?”. Mi mordo le labbra, me ne pento. Ma quell’odio striscia tra le vene come un serpente subdolo. Non pensavo di poterlo provare. È rabbia. Pura. E l’odio nasce dal sentirsi impotenti, dal non trovare le parole giuste, dal non trovare il contatto giusto. Mi sembra tutto superfluo. Tutto inutile. “Cazzo ride quello?”, Mi trovo a pensare mentre passeggio per strada, mentre spingo il passeggino dei miei figli. Rabbia e odio mentre guido. Mentre lo accompagno all’ospedale, mentre deglutisco le lacrime per non far vedere che oltre all’odio e alla rabbia è la paura che mi fotte. La paura di perdere. Lui la battaglia, io…lui. Odio tutti, anche chi pensavo fosse amico. “Andiamo a mangiare una pizza?”, ma ti rendi conto che mi chiede, io sono qui che odio tutti e questi pensano alla pizza. Egoista. Questo pensiero mi attraversa la mente mentre parcheggio sotto questo ospedale che odio. Lo odio con tutto il mio cuore. “Prega e spera”, qualcuno mi ha detto. Non voglio pregare e la speranza è un’illusione che mi fa salire la rabbia. Saliamo le scale, questi hanno anche l’ascensore rotto e dobbiamo fare tre piani a piedi. Li odio. Ci sediamo, ho portato un libro nell’attesa che la medicina tenti di aiutarlo. Non ci spero. Non l’ho neanche guardato gli occhi prima che entrasse. Vedrebbe odio e paura e forse lo deluderei. Pensa che sia una persona che sappia amare, ma non voglio più farlo. Porta sofferenza. E questo lo odio. Abbasso gli occhi sul libro, non so neanche cosa sia, non mi va di leggere. Ma ho gli occhi bassi e non noto due persone che entrano dopo di noi. Una entra nella stanza a fianco a quella dove prima è entrato lui. L’altra si siede davanti a me. Vedo i suoi piedi da sotto il libro. Alzo gli occhi, almeno guarderò un’altra persona che come me, odia. Odia il mondo, questo schifo di mondo. E invece nei suoi occhi, nei suoi occhi c’è qualcosa di diverso. Sono lucidi, sì ha paura come me. Ma non odia. Non mi sembra che odi. È l’amore che continua a far trasparire. Ha circa 70 anni, capelli bianchi e capo chino, mi guarda alzando le palpebre. Una borsa di donna è poggiata ai suoi piedi. Nei suoi occhi ci sono lacrime che girano vorticosamente. Non odia, lo sento. E sento che l’odio che scorre nelle mie vene per un attimo ha un moto di ribellione. Viene attaccato da quel sentimento che ha riempito le mie giornate prima della Notizia. Odio e amore combattono in quel momento. Quando vedo quel signore che potrebbe essere mio padre e che ha voglia di piangere. Non è pena, non è compassione. Forse invidia, perché mentre io odio il mondo, lui pare continuare ad amarlo. Non capisco il perché. Incrocia il mio sguardo, in modo sorprendente mi sorride. Un lieve movimento di bocca. Mi dà serenità. Dove è finito il mio odio, quello che mi dà l’energia di continuare? Mi alzo e non so neanche io perché, mi avvicino, poggio la mano destra sulla spalla e gli chiedo. Ha accompagnato sua moglie? Lui alza la testa e mi guarda. Sospira.

“Mia figlia, è dentro da 2 ore”.

Parliamo per ore, senza fermarci. L’odio è scacciato, non so spiegarvi come. La paura è con me. Sempre. Ma l’odio no. L’amore che ho visto negli occhi di quel padre mi ha confuso, come fa ad amare ancora? Glielo volevo chiedere, poi ho capito. Il suo amore per sua figlia è forte dell’odio per il cancro. Il suo amore non so se aiuterà a vincere le battaglie ma servirà per affrontare il futuro. Forse meglio.

Continuo ad aver paura, sono arrabbiata, ma amo. Amo chi sta con me, chi lo è stato e chi lo sarà sempre.

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Il sortilegio di Villa d’Ayala

IMG-20190916-WA0037Il signor D. ci attende davanti al cancello. Appena ci scorge, sorride quasi timido e infila la sua mano callosa in tasca. Tira fuori una minuscola chiave o quanto meno appare tale tra le sue dita tozze, e con un’agilità che non gli si farebbe velocemente infila la chiave nella serrature e sblocca l’ingresso. Con l’altra mano stringe una delle inferriate e spinge. Villa D’Ayala si apre così ai visitatori. Appena varchiamo l’ingresso, gli uccelli tacciono per un attimo, gli insetti si fermano, una folata di vento sembra attraversare l’intero giardino di oltre 18 ettari anche se le foglie non paiono muoversi. Guardiamo verso il lungo viale d’ingresso in leggera salita, la porta diventa il varco. Lo attraversiamo.

Il signor D. ha sembianze taurine, se fosse stato creato da un pezzo di marmo, sarebbe frutto di un solo blocco neanche tanto lavorato. Le braccia sono muscolose, ma sembra non abbiano neanche il gomito tanto che sono compatte. Le gambe pure. Il collo non c’è, forse perché si è arreso alla testa massiccia. Il suo passo non è naturale, pare che debba pensare a come muovere gli arti per poi muovere il corpo. E la sua voce sembra abbia origine direttamente dalla pancia tanto è profonda e con una scia graffiante che entra in testa. Sembra la puntina che sfiora un vecchio disco. Ma le sue parole sono piene di contenuti, di passione, di amore verso un luogo che sente suo. E’ suo. Ricche di conoscenza ed è come un treno a vapore. E noi siamo passeggeri che grazie a lui riusciamo a guardare fuori dal finestrino e capire cosa stiamo ammirando.

E’ un viaggio tra giardini, statue, arte, cultura ma che sembra portare con sé qualcosa che non si vede, ma che comunque entra dentro. Una sorta di aurea. Così ci si avventura in questa splendida tenuta a Valva, secoli di vita e trasformazioni, si affacciano davanti ai nostri occhi. Le Quattro stagioni si guardano sorridendo con Diana che carezza il cervo in un moto di affettuosità. Le erbacce hanno “mangiato” i piedi della Dea della caccia e quasi pare che il signor D. ne soffra. “E’ solo una statua, che gli interessa”, penso.

Le statue, le edicole votive, i vescovi in marmo, spuntano tra alberi e sentieri, su fontane o impalcature di pietra. Sono scoperte quasi improvvise accompagnate dalle spiegazioni luminose e graffianti del Signor D. Parole che si allungano sui secoli, che spaziano da date a persone senza incertezza. Alcuna.

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Ercole è fiero e affronta il drago, il vescovo guarda l’acqua sgorgare dalla fonte, le tre Grazie ballano davanti al castello. Sono statue ma sembra che si muovano. Due dame si lanciano rose, ridendo. Le cinque Arti fanno bella mostra di sé. Il Signor D. le guarda da lontano, le carezza con la voce. La voce che poi sembra che si spezzi quando si risale. E i motivi sembrano essere due. Ma entrambi rispondono a un solo termine: il sentimento.

Il Signor D. ci accompagna in un sentiero che spunta senza annunciarsi, taglia il percorso iniziale e si allunga tra alberi secolari. Alla fine ecco spuntare due corpi che si stringono. Amore e Psiche in volo verso il rapimento del sentimento. Il Signor D. pare commosso. Sente il loro amore. Lo sentiamo anche noi.

E poi l’altro motivo della voce che si spezza. Stavolta non è commozione ma tristezza. E’ l’anfiteatro con i trenta spettatori pietrificati. “Una volta erano 43”, sottolinea D. “Sono scomparsi, tra furti e altre decisioni”. Eccola la voce profonda che si spezza. I trenta volti di marmo guardano un anfiteatro chiuso, circondato da una rete arancione che ne denuncia la pericolosità. Li dove per anni si erano esibiti altri artisti. Lì dove è tutto fermo da oltre un decennio. Villa d’Ayala pare che perda pezzi. Incuria e distrazione sono i colpevoli, i cavalieri di Malta – quelli di una volta – ne soffrono. Quelli di oggi non so. Ne soffre il popolo di Valva. E soprattutto se ne duole il signor D. E ancor di più soffre quando ci accompagna – dopo aver attraversato grotte da paura con Vulcano a far da guardiano e anfratti rapiti dalla Natura – in quello che forse ancor di più mostra il decadimento della bellezza: il “castello”.

Ricreato nel Novecento come se fosse stato costruito nel Medioevo, il suo giardino ha perso i pezzi. E si vede il vuoto. Si nota. All’ingresso che dà sul giardino i due cavalieri che – con coraggio – provano a difenderlo, ma dentro sembra il monumento al decadimento. Al vorrei ma non posso e quindi quasi non voglio più. Tra vetri rotti, muri scrostati, camini rubati, resti avanzati, le lacrime salgono e vengono trattenute a stento. Resta l’amaro in bocca. A signor D e a noi che abbiamo visto un posto meraviglioso e che ce lo porteremo con noi.

La visita sta per terminare, il signor D, apre la porta che dà sul cortile, lo attraversiamo, apriamo un portone in ferro e siamo all’esterno del “castello”. Il Signor D. ci offre la sua mano callosa, la stringiamo con gratitudine. Sorride timido, ci saluta quando il tramonto è a un attimo. Chiude la porta, attraversa il castello, supera alcuni giardini, raggiunge l’ingresso secondario nei pressi della porta di San Martino, c’è un piedistallo. Ci sale su, il sole cala dietro la montagna e il signor D. si trasforma in statua, un Minotauro destinato a raccontare la vita di villa D’Ayala per far sì che questo paradiso di Arte, Storia e Cultura non muoia. Le altre statue con la notte prendono vita, destinate a vagar nell’oscurità fino a quando il sortilegio di Villa d’Ayala non venga interrotto. Fino a quando non verrà rispettata per il patrimonio che è.

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L’Amore

Le chiavi dell’auto sono poggiate sul mobile all’ingresso. Altrimenti le dimentico sempre. La mia testa ogni tanto è un po’ svagata. Vado. Mi porta il cuore e anche la mia vecchia auto. Spero. Guardo fuori dalla finestra, c’è il sole, come piace a te quando siedi dietro la porta a vetro e osservi chi passa. Guardo l’orologio. Sono le 4 quasi. Vado, altrimenti faccio tardi e chi ti vuole sentire poi. Le chiavi. Dove sono le chiavi. Ah già sul mobile all’ingresso, altrimenti le dimentico. Vado. Non vorrei ma vado. Scendo le scale, piano. Ho una certa età. Guardo verso il basso a ogni passo e vedo le mie scarpe. Quante ne ho vendute nella mia vita. Mi perdo nel passato, di quando ci sposammo. Giusto 70 anni fa. La mia testa ogni tanto si perde ma su questo no. Assolutamente. I momenti passati con te li ricordo tutti. Però mi distraggo e devo andare. Sono le 4. Vado. E le chiavi? Sul mobile. Le metto sempre là. Ecco la porta e il mobile. Le chiavi sono lì che luccicano. Per fortuna altrimenti le dimentico. Le prendo. Ciao Felicetta vado. Torno presto. Stasera il brodo va più che bene. Prima di uscire mi fermo un attimo, aspetto la risposta. Poi esco. Vivo in una specie di curva che dà sulla strada. Sento dei ragazzi che mi salutano. ‘Ciao zi’ Pasquale’. Rispondo con meno sorrisi del solito. Perdonatemi. L’auto è nel parcheggio. Apro lo sportello, mi sistemo lentamente. Mi siedo e guardo i pedali. Le mie scarpe. Quante ne ho vendute nella mia vita. Hanno fatto vivere me, mia moglie, studiare mio figlio. Si occupa della testa degli uomini. E ho aiutato anche i miei nipoti. Mi sono distratto di nuovo. Sono le 4.15. Vado. Altrimenti chi la vuole sentire. Prendo le strade interne, quelle di campagna. Mi ricordano il nostro Venezuela. Venti anni vissuti lì, oltre il mare. Rallento. Osservo. Poi dò un colpo di acceleratore, non voglio far tardi al nostro appuntamento quotidiano. Superate le curve e un po’ di salita parcheggio. Le chiavi me le metto nella tasca del pantalone. Cosi non le dimentico. Scendo le scale. Sono tante. Guardo in basso, le mie scarpe. Lo sapete che vivo anche grazie a loro? Che silenzio che c’è qui. E quanti amici. Ciao Rosario, uè Carmine. Caro Tonino. Li saluto tutti, ma non mi fermo. Ho un appuntamento. Aumento un po’ il passo. In mano ho i fiori. Per fortuna non li ho dimenticati come ieri, sono dovuto tornare indietro. Ecco. Sono arrivato. Prendo la sedia di paglia. La lascio qui per sicurezza. La metto di fronte a te. Poi carezzo il tuo viso, con delicatezza. Non ti piacciono le moine in pubblico. Lo so. Poggio i fiori. Tolgo quelli di ieri. Mi siedo. Ti guardo negli occhi. Piango. Quanto mi manchi Felicetta mia. Si fa tardi. Il sole tramonta e devo andare. Devo. Non voglio. Ma devo. Tranquilla. Torno. Torno domani. Torno sempre da te, da oltre 70 anni. E sarà sempre così. Torno sui miei passi. Saluto i miei amici che sono andati via da un po’, salgo in auto. Le chiavi sono nella tasca. Le scarpe impolverate. Ma sono vita. Parcheggio davanti casa. Entro in casa. Poggio le chiavi sul mobile all’ingresso, altrimenti le dimentico. Sono tornato Felicetta. Il piatto con il brodo è a tavola. Tolgo le scarpe e mi siedo. Alzo gli occhi e ti guardo. Ti carezzo. Siamo in casa e qui posso farlo. Ti guardo e sussurro. Ti amo. Oggi come 70 anni fa. E ovunque tu sia, io sono con te.

 

 

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Volevamo solo raccontare favole

Gli occhi. Sono gli occhi a raccontare il dolore. E lo raccontano i piccoli tic. Movimenti inconsapevoli che tentano di esorcizzare lo strazio. O forse semplicemente affrontarlo sapendo di star combattendo una partita da sconfitti.

Gerardo, infermiere da 25 anni, molti dei quali trascorsi al Pronto soccorso si morde nervosamente il labbro inferiore. Ha occhi bassi. E’ una delle sue peggiori notti.

Fabio è una guarda giurata. Decenni di carriera alla spalle. La pistola nella fondina. Dovrebbe dargli forza. Gli occhi guardano nel vuoto. Piange e non vede l’ora di finire il turno, quel maledetto turno. Vuole abbracciare qualcuno nell’intimità di una luce soffusa.

Michele è il suo sostituto. Cammina velocemente e guarda la foto della nipote. Sente lo stomaco ribellarsi al dolore.

Davide è un capitano dei carabinieri. E’ sul posto. La testa la muove leggermente come se volesse dire di no a ciò che è accaduto. Deve restare lucido, solo il cuore può ricoprirsi di dolore. Ma quello che nessuno può e deve vedere.

Marzia è una consigliera comunale. E’ al telefono per capire, per sostenere chi gli è vicino. Respira a fatica. Guarda la famiglia, il lutto della comunità è nei suoi occhi.

Giuseppe è un sindaco. Incrocia le braccia dopo aver guardato la foto del figlio. Andava a scuola con Luigi. Muove leggermente la bocca verso il basso, così come lo sguardo e la testa.

Due carabinieri dell’Aliquota radiomobile si guardano negli occhi tutto il tempo. Cercano nel lavoro di scacciare il dolore. Ma lo sentono risalire senza scampo.

Roberto è … è colui che fa compagnia alle salme. Ne ha viste tante. Quella di Luigi non l’avrebbe mai voluta vedere. Luccicano i suoi occhi.

Di loro non ho scritto in questa tragedia. Sono cornice del dramma. Hanno, abbiamo, solo sentito il senso di quel dolore provato dai genitori. Dai familiari. Dagli amici. Lo abbiamo sentito come se fosse l’onda d’urto di una esplosione deflagrata nel cuore di chi abbracciava ogni giorno Luigi.

Gli occhi. I loro occhi raccontano il dolore e il dispiacere di ciò che hanno visto. Che abbiamo visto.

Tutti noi, ieri sera, avremmo voluto soltanto raccontare favole felici. Favole per Luigi e per noi stessi. Favole con lieti fine e principesse e cavalieri.

Favole senza lacrime. Favole che ogni bambino dovrebbe ascoltare, senza provare alcun dolore.

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