La polvere della memoria

Questa è una storia vissuta da tutti, e che volevo scrivere senza motivo concreto, per sfogo o malinconia. Per paura. Pensando a chi questa scena ha vissuto già.

Mi siedo sul pavimento, incrocio le gambe. Una posizione Yoga direbbe qualcuno, la mia seduta più comoda, dico io. Il freddo delle vecchie mattonelle supera la tuta che indosso, mi provoca un brivido lungo la schiena. O forse sono le scatole che ho di fronte a provocarmelo. Decine, dal colore uguale, di forme diverse. Sigillate. Sono lì da tempo. La mia memoria non riesce a risalire a quando, quella stanza fosse stata vuota. La ricorda sempre come la “Stanza delle scatole”. La polvere è un sigillo in più. Segno che quegli scrigni non sono stati toccati da Nessuno.

Se non dal Tempo.

Tiro a me quello più vicino. E’ grande quanto un televisore da camera da letto, mi ricorda il mio vecchio Mivar poggiato sul mobile di fronte al letto nella camera da studente universitario. Divago con la mente perché non voglio rompere quel sigillo. Stento anche a togliere la polvere. Ho delle pezze stropicciate al mio fianco che mi aiuterebbero nel compito, ma mi sembra un oltraggio anche quello. Anche togliere la polvere. Forse non un oltraggio ma una barriera da non superare. La memoria è quella dei ricordi vissuti insieme, non quella degli oggetti. Dei suoi, dei nostri. Sono, sarebbero, le emozioni, che dovrebbero raccontare ciò che era. Che sarà. E invece quelle scatole mi aspettano, soffio sul primo strato di polvere, uso lo straccio, prendo il coltellino e taglio il nastro. Un primo sbuffo di odore mi raggiunge le narici. Sa di sugaro. Apro, viaggio. Piango. Le prime lacrime scendono senza che manco me ne accorga, lo scopro quando noto il cartone inumidirsi. Allungo la mano senza guardare, tocco un indumento. Un vecchio indumento. Liso. Lo tiro su. E’ la sua seconda pelle. Piango. Non c’è più, ma c’è ancora in quella sua seconda pelle.

E piango.

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Informazioni su La Mosca

Presunto(so) giornalista, in realtà disoccupato
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