Mia

Ingrano la terza, con la sinistra stringo lo sterzo. Accelero con forza. Guardo avanti. La cerco, l’ho intravista. Prendo il cellulare, suona ancora a vuoto. Cazzo rispondi. Digrigno i denti, stringo gli occhi. Perché non rispondi? Attraverso i fasci dei lampioni, aumento i giri dell’auto. La devo trovare. Guardo il display del cellulare, non legge i miei messaggi? Mia ha visualizzato ma non vuole rispondere. Come si permette?

Ho paura, le mani tremano e stringo più forte il volante per cercare di fermarle. L’auto vibra sotto di me e non so se perché le mani non si fermano o se perché sto accelerando troppo. I lampioni sembrano sempre più vicini. Il telefono suona. E’ sempre Lui, non voglio più rispondergli. Non ce la faccio più.

Butto il cellulare sul sedile del passeggero. Poi me ne pento. Potrebbe richiamarmi, potrebbe capire che è stato un gesto istintivo, ma se lo meritava. Che la amo. Anzi la possiedo. Guardo il sedile passeggero, il cellulare è capovolto, rallento un attimo, lo prendo di nuovo in mano e richiamo. Nulla. Do un’accelerata decisa e dopo la curva mi sembra di vederla.

Un fascio di luce appare nello specchietto retrovisore. Gli occhi vanno veloci, il cuore di più. Mi volto, è Lui. Il viso mi duole ancora di un altro schiaffo. Dell’ennesimo schiaffo. Nelle orecchie echeggia quella “troia, mi fai schifo”. Non ce la faccio più. Non sono sua. Nessuno è di un altro.

Stringo il pugno destro, la mano freme. Ha ancora voglia di colpirla. Giusto sia così, non può rispondere. Non deve. Accelero, la vedo oramai, le sto vicino, scalo una marcia, la supero e la blocco. Apro lo sportello e scendo lento, prima allungo la mano dietro il sedile. Deve avere paura di me. Lei è Mia.

Sono bloccata, tremo, piango. Scende dall’auto, si avvicina. Faccio in tempo a chiudere le portiere con la sicura. Cerco il cellulare, devo chiamare aiuto. Ma dove è? L’ho buttato chissà dove, per fuggire dai suoi messaggi. E ora come fuggo da Lui. Ma cosa diavolo ha in mano?

La vedo dal finestrino, fa finta di piangere, bastarda di una frignona. Ha messo le sicure. Rido di cuore, pensa di fermarmi. Io sono forte, sono il maschio che lei ha sempre desiderato. Alzo il braccio e faccio partire il bastone. I vetri si frantumano.

Entrano nella pelle, negli occhi, nella bocca. Sento le schegge ferirmi. Sento dolore ma poi arriva la paura. Il suo fiato puzza di odio. Chiudo gli occhi.

Sei Mia.

LIBERAMENTE TRATTO DA DIVERSE STORIE VERE

Informazioni su La Mosca

Presunto(so) giornalista, in realtà disoccupato
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