Il mondo del piccolo G.

Ha i capelli ricci e lunghi, piccolo Beethoven. Così mi appare anni dopo l’ultima volta ho incrociato le sue corse. I suoi balzi e i suoi silenzi. Quei capelli non erano così lunghi e non gli disegnavano il volto quasi da artista come lo vedo ora. Corre e sorride. E io mi mordo le labbra perché mi ritrovo a pensare che il mio mondo sia quello giusto e non il suo. Il mio è il mondo normale, non il suo.


Normale, la parola che tutto giustifica e tutto differenzia. La nostra normalità e il loro mondo. Da una parte la normalità, dall’altra…


Ha meno capelli dell’altra volta ma riconosco il suo volto. Mi appare più vecchio rispetto a qualche anno fa quando correvo perché volevo dire la mia e ancora nessuno mi capiva e lui mi guardava con quello sguardo che non sopporto. Quello sguardo di ora, quello che ritrovo in quasi tutti coloro che attraverso in silenzio e correndo, ma non in quello di mamma, i suoi occhi sotto i capelli biondi mi danno l’unica cosa che cerco: amore. E’ questa per me la normalità.

La parola che dovrebbe essere usata per coinvolgere l’altro: la mia normalità, la tua normalità…e così via. Ma ora voglio correre, è la mia energia che mi spinge a farlo.


Eccolo là, corre di nuovo. Mi ha guardato strano, che io abbia qualcosa che non va, mi controllo la patta del pantalone se è aperta, i capelli – pochi – se sono ordinati, se sulle labbra ho un resto di maionese del panino che ho mangiato. Nulla. E allora perché mi guarda strano? Rispetto a qualche anno fa è diverso, più attento ma non mi piace quello sguardo. Vabbè ma è diverso, lui ha problemi.

Perché mi guarda ancora così, sono cresciuto e ho lavorato molto su di me. Non voglio certo essere come lui, la sua normalità è triste, in bianco e nero, non vede il mondo a colori come me, la mia tavolozza magica da artista che mi fa disegnare il mondo come lo voglio io. E allora perché mi guarda strano? Rispetto a qualche anno fa è diverso, più anziano e ha gli occhi più stanchi. Vabbè ma è diverso, lui ha pregiudizi.


Lo guardo ancora, corre, salta, ancora una volta. Poi mi sorprende. Si ferma, mi fissa e sorride. Almeno mi sembra l’abbia fatto. E’ stato un attimo, fugace. Forse me lo sono immagino. Mi sembrava di aver scorto un’esplosione di colori dietro quel sorriso. Ma è stato un attimo, troppo veloce. Sarà stata la mia fantasia, ogni tanto mi rispunta all’improvviso come quando ero bambino e avevo amici immaginari, vedevo giocattoli muoversi da soli. Tanto tempo fa, quando ero stolto.


Mi sono un attimo fermato a guardarlo. L’ho fissato e ho pensato. Io so cosa è la felicità, tu l’hai dimentica. Gli ho sorriso sperando che la possa ritrovare. Tutti dobbiamo essere felici. Ora scusatemi, ho un amico da inseguire, dicono sia immaginario ma io lo vedo. Esiste. E lui non mi guarda strano come fanno tutti gli altri, lui mi guarda come mia mamma. Con amore e rispetto.

Informazioni su La Mosca

Presunto(so) giornalista, in realtà disoccupato
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