Alle fiera della scuola

La scuola cosa è? O almeno cosa dovrebbe essere?

Una serie di domande, che dopo il video dell’aggressione di un professore allo studente, dei giorni scorsi, tornano attuali laddove fossero mai andate fuorimoda.

E’ diventata, la scuola (o meglio il sistema scuola), anche se forse lo è sempre stata, ma ora ancor di più, anche luogo di interesse e di interessi, di conflitti di interesse. Si potrebbe anche dire. Nel Vallo di Diano – ma credo un po’ ovunque – con le varie riforme, la scuola è diventato anche luogo di “ricerca dei clienti”. Laddove i clienti sono gli studenti e la ricerca è la promozione della propria scuola. E si badi bene non parlo del solo istituto scolastico in questione, ma di tutti gli istituti scolastici. Un concetto di commercio che stride con l’istruzione, con il formare gli uomini e le donne del futuro. O che forse li prepara al mondo che sarà: sempre più spietato. Il “commercio scolastico” ha creato dei veri e propri mostri. Lotte interne ed esterne, scintille tra comuni e amministratori, gestori delle scuole che sono diventati negozianti con il rischio di superare il confine. Lo dimostrano le liti tra scuole, tra dirigenti scolastici, tra politici per questa o quella scuola. E come ogni promozione, anche come ogni spot si evidenzia il meglio del proprio prodotto e se si può si fa notare il peggio dell’altro. Ecco la scuola sembra essere diventato un prodotto più che un luogo di crescita, un prodotto da vendere, tutelare e promuovere. Marketing al post dell’istruzione. Un luogo da vendere come novelli Giorgio Mastrota o Wanda Marchi, con offerte strabilianti ma che più che altro accecano. Da tutelare a ogni costo, anche rischiando di diventare luogo che insegni l’omertà. Perché sta passando anche questo messaggio: dire ciò che accade nella scuola è sbagliato. “La prima regola della Scuola, non parlare mai della Scuola”. O almeno delle magagne che accadono tra le mura scolastiche. I panni sporchi si lavano in famiglia, ma la scuola non è famiglia. E’ comunità.

Io adoro parlare delle belle cose che si fanno a scuola e il “Pomponio Leto” (lo prendo a esempio perché è il luogo del video) è una miniera di belle cose. Ma non si può solo parlare del bello di ogni scuola. O di ogni ambito.

In merito al video, al di là del cervellotico sdoganamento della violenza tra centinaia di commentatori social (e non solo social) del video (personalmente non credo che con la violenza si insegni alcunché), altre accuse sono state rivolte a chi ha girato il video stesso. Qualcuno ha sostenuto sia una trappola. Non credo, ma se pur fosse, se qualcuno ha ideato la trappola è perché c’era qualcosa o qualcuno individuato come “nemico” da catturare. E se il nemico viene visto un professore, qualcosa non va alla base. Giusto, i cellulari non devono essere portati in classe. Ci possono essere provvedimenti in tal senso e le regole vanno rispettate. Allo stesso tempo, però, ho sempre creduto che ognuno si difende con le risorse che ha: se gli studenti si devono difendere a scuola (e questa frase mi inorridisce perché uno studente a scuola si deve sentire protetto) con il cellulare, allora ben venga ciò che hanno girato. Allo stesso tempo, ben vengano provvedimenti e sanzioni verso studenti che portavano avanti l’atavica pratica del bullismo (a miei tempi si chiamava nonnismo) o che non rispettino i ruoli. Anche punire gli studenti sembra essere passato di moda per evitare che si sappia che la scuola sia severa, sempre nel nome della vendita del prodotto.

Senza quel video si sarebbe saputo dell’aggressione? Sarebbero stati creduti? Non è mia intenzione ragionare per categoria, ci sono studenti che sbagliano e ci sono professori che eccellono, ma l’andazzo pare sempre andare contro i primi. Da sempre si punta sui giovani ma se poi fanno cose che agli adulti non piacciono sono i primi a essere penalizzati. Alla fine l’impressione è che i giovani siano solo ottimi argomenti per riempirsi la bocca di buoni propositi e gli studenti clienti di un prodotto che è diventata la scuola dove gravitano interessi dei più grandi.

Tristi commercianti dell’istruzione.

Informazioni su La Mosca

Presunto(so) giornalista, in realtà disoccupato
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