BÉLA TARR

La fibrillazione, mista a un po’ di tensione, si avverte nell’aria. E’ concreta, quasi visibile. Taglia gli occhi di ragazze e ragazzi che attendono il Maestro. Sferza il viso di chi, con estrema difficoltà e invidiabile professionalità e passione, porta avanti uno scrigno raro chiamato cinema Adriano. A volte non conoscere davvero l’aurea di chi si dovrà intervistare aiuta a percepirla, quella forza, senza preconcetti. Perché c’è. Un taglio di luce attraversa la città, sfiora le case della parte alta, quelle storiche, penetra l’antica piazza diventata parcheggio. L’auto si ferma proprio in quel momento. Il vento è freddo e si alza all’improvviso. Leggermente piegato su se stesso, la sigaretta già pronta in mano, Bela Tarr scende dalla vettura e alza la mano, a mo’ di saluto, quasi con scherno. Ad attenderlo, sono ancora solo le 18 e il film verrà proiettato due ore dopo, già una ventina di persone. L’applauso scatta spontaneo. Così come i sorrisi.

Osservatore esterno, di un mondo che non è proprio il mio, avverto il legame che c’è in quel momento. Che c’era anche prima di quell’arrivo, formatosi nell’ammirare le sue opere, formatosi nel crearle quelle opere d’arte.

Il Maestro, lo scienziato della telecamere ungherese, e il pubblico di appassionati, sembrano essere un tutt’uno. Il regista, vestito di nero dal collo ai piedi, dove però il colore lo danno delle sbarazzine Converse, alza gli occhi al cielo e vede una scritta che ha il sapore di Storia: “Cinema Adriano”.

A me, personalmente, ha sempre ricordato, come il cinema – non più in funzione – Lux del mio paese, quel romanticismo malinconico di “Nuovo Cinema Paradiso”. Vorrei dirglielo ma mi mordo le labbra, capirebbe che le mie conoscenze per la settima arte sono ferme ai film “classici” italiani. Lo capirà lo stesso e non so come.

Fuma la sigaretta, scambia qualche parola con gli organizzatori, guarda dal basso, scruta, vede. Osserva. Chiede solo un attimo per poter entrare nella sala, da solo, e ammirare la luce della proiezione, capire se il suono è quello giusto. Insomma immergersi nella sua opera per un attimo. Il Cinema Adriano sa di Storia, ha fatto la Storia ma è anche presente. E Futuro difficile. Ed è quel luogo ideale che – credo – ogni regista cerchi per i suoi film. Non un “copia e incolla” di solite sale che mostrano film, ma un cinema che fa parte del film stesso. La cornice ideale. Esce dalla sala il Maestro e sa che ha nell’agenda due interviste.

Scruta me e il collega, critico cinematografico, Donato d’Elia. Ho la giacca, figlia del tg appena letto e non certo per vezzo dell’intervista. Mi è rimasta indosso per il vento freddo che si è alzato. Donato è meno formale, più attento al Maestro, la sua aurea la conosce da tempo, vive per il cinema, lo studia, è cronista – se così si può definire – dei festival. “Prima mi intervisti tu – mi indica il regista ungherese – sei quello che sa meno di cinema, farai domande meno specifiche”.

Ci ha preso e non so come abbia fatto. Indico a mia volte un salottino al piano superiore, mi guarda e contro indica la sala cinematografica. Casa sua. È lì che parliamo di cinema e resistenza, di luoghi d’arte e possibilità di farcela. Di entusiasmo.

È lì che mostra la sua aurea anche a me, narratore di un mondo che non conoscevo e che per una serata ho vissuto.

Informazioni su La Mosca

Presunto(so) giornalista, in realtà disoccupato
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