La storia di Libera (il nome è di fantasia) e di come è venuta alla Luce

La porta di ferro si apre all’improvviso, una luce intensa e afosa penetra nella stanza senza finestre, la polvere si alza in uno sbuffo che scompare subito. La stanza buia fino a quel momento si palesa per un solo momento. Il sole non riscalda l’umidità stagnante della dimora di pietre e fango. La puzza di stagno resta viva. Corre sulla pareti e termina sulla pelle. Le ombre di non si sa quanti uomini, tutti vestiti uguali, rompono quel fascio accecante in un attimo fugace. La porta si richiude con stridente calma. Cala l’oscurità. Lei è seduta in un angolo alla destra della porta, le pareti ai suoi fianchi. Unica, inutile e vacua protezione. Si stringe a sé portandosi le ginocchia al petto. Un uovo, sembra un uovo. Un uovo che uomini senza cuore, senz’animo distruggono. Fagocitano. Ma con lei non ci riescono. Non le distruggono il cuore, non l’anima. Lei il cuore ce l’ha e batte forte, più forte di quell’odio di quegli uomini privi di scrupoli.

La porta di ferro si riapre, stavolta lei corre verso la luce. Deve fuggire, non può tornare nella sua casa, nel villaggio maghrebino dal quale è partita per lavorare trovando l’Odio ad attenderla, non può farlo per quell’altro cuore che ora batte dentro di sé. Aveva tentato di eliminare entrambi i soffi dell’anima, ma quell’alito di vita è stato più forte della debolezza e della paura. Forse un’entità superiore ha voluto così. E allora non resta che fuggire, andare verso quella luce che ora si tinge di azzurro. L’azzurro del mare, di una barca scassata. Un azzurro che sa di puzzo di gasolio. Le urla di scafisti ben pagati e poco gentili invitano, anzi ordinano, di salire su mezzi che sono poco più di zattere. Lei tocca la sua pancia, la carezza, con un gesto lento e affettuoso circumnaviga l’ombelico. “Andiamo a scoprire la luce. Quella vera”. Sussurra con Amore.

Le onde arrivano all’improvviso, schiaffeggiano la barca. Le decine di persone a bordo, occhi stanchi e impauriti, donne e uomini con cicatrici evidenti e nell’anima, ballano una danza di paura. Una danza comandata dal Mediterraneo che quando si mette sa essere atroce. Tuttavia a un certo punto decide che può bastare così e gli occhi dei passeggeri puntano verso la prua, perché la speranza si mostra nella sua concretezza: quella della terra in vista all’orizzonte. Lei carezza di nuovo il suo ventre, dall’interno la risposta è un calcio delicato. Forse di giubilo.

Siracusa è già di per sé divina, lo è ancor di più per chi ritrova la gioia di vivere. Dura poco, perché è solo un punto di passaggio, ma la luce sicula stavolta riscalda davvero, un sole settembrino dà il benvenuto in Italia. Due giorni dopo saranno gli occhi pieni di amore delle operatrici della casa di Miriam, a San Pietro al Tanagro, a emanare calore umano per Lei e quell’altro cuore, quello che batte spavaldo contro il seme dell’Odio. Lei con i suoi trent’anni di età, su per giù, con la sua esperienza di vita, con le paure e le speranze, racconta tutto. La stanza, gli uomini senza cuore, la voglia di non proseguire, l’Amore che trionfa, o almeno spera trionfi. Le operatrici raccolgono, consigliano, si muovono. Per la commozione c’è solo spazio nei momenti intimi. Non si possono far vedere fragili.

Quell’altro cuore cresce protetto. Lei lo carezza, lui risponde calciando. Si muove, si muovono. Altri ostacoli però li attendono. Gli uomini, le persone, anzi, non sempre sanno essere luce. Non sempre sanno abbracciare con il sorriso e coccolare con la voce. Anche se indossano camici bianchi. Ma di fronte a quello passato in Libia, questi atteggiamenti sono virgole, hanno il tempo di un pausa ma poi si va avanti, dimenticandosene. E poi ci sono anche camici bianchi gentili che, un po’ per destino, po’ perché il mondo è pieno di angeli custodi, si svelano proprio a pochi giorni dalla scadenza dei nove mesi. La luce è vicina. Il secondo cuore vuole battere da solo.

E comincia a farlo in una notte di neve. Fredda fuori da quella stanza ma non tra le mura dell’ospedale che si riscalda quando quel cuore comincia a battere forte nel petto della piccola Hura (il nome è di fantasia), un cucciolo di donna che ha battuto l’Odio ben prima di venire al mondo, un cucciolo di donna che emana Luce. Quella che riscalda, che fa sciogliere i fiocchi che si poggiano sulle finestre, quella che fa piangere, stavolta di gioia, la sua mamma. Il primo vagito cancella le violenze, le cattiverie, le ombre della morte, e trasforma la Vita in qualcosa di meraviglioso.

Informazioni su La Mosca

Presunto(so) giornalista, in realtà disoccupato
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Una risposta a La storia di Libera (il nome è di fantasia) e di come è venuta alla Luce

  1. Caterina Labriola ha detto:

    Da rabbrividire… Soffrire aspettare sperare zittire ascoltare carezzare incoraggiare… Vedere la luce!

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