I decreti dell’odio e la vera integrazione

Con la cancellazione dei decreti Salvini (e Conte I) si eliminano l’odio legalizzato e una legge che non aveva testa né coda lasciando, paradossalmente, più clandestini sul territorio italiano e meno possibilità di integrazione. Empiricamente era una legge, che al di là delle valutazioni personali, era monca: a un certo punto non diceva più che cosa si doveva fare con il richiedente ma vivere in un limbo. Pericoloso. Al di là delle disamine sui decreti (che furono), sulle quali non credo di avere le capacità, mi piace però l’idea che cambiare quei decreti possa contribuire a una mutazione di mentalità, consapevole che si tratta di un percorso tortuoso e pieno di ostacoli e forse senza un traguardo univoco.

E allora, proprio questa foto, di tre anni, forse è un segno del destino di come un altro mondo, anche nell’integrazione, è difficile ma possibile.Era una sera d’autonno, fredda. Con l’Insteia, squadra di calcio a 5 di Polla, ci stavamo allenando nel campetto del paese. Un campetto che è luogo di possibile integrazione perché chi vive tra Sprar e centri vari se usato ancora meglio. Lo sport unisce. Un linguaggio comune anche per chi parla lingue diverse. Da favorire. Giuseppe Metitieri presidente della squadra (amatorialissima), ben prima di questa foto aveva deciso di avere un richiedente asilo nella società. Una splendida idea. Quell’ottobre del 2017 ci stiamo allenando e lasciamo gli spogliatoi aperti, tanto non è mai accaduto nulla. E invece alla fine dell’allenamento la brutta sorpresa, manca un cellulare a uno di noi. Rubato. Cerchiamo di capire cosa possa essere accaduto e riusciamo tra tecnologia e contatti personali a individuare chi possa essere stato l’autore del furto. Un ospite minorenne di un locale centro di accoglienza. Due sono le strade davanti a noi, la denuncia o il contatto. Scegliamo la seconda, contattiamo Giusy Salerno, responsabile di uno dei centri di accoglienza pollesi per parlare con il 15enne autore del furto. Lui, il ragazzo ha già capito di aver sbagliato e chiede alla sua responsabile e a Pape Gora Tall, il tutor, di poter chiedere scusa. Arriviamo alla sera della foto. Il ragazzo con alcuni suoi amici arriva al campo di calcetto, noi ci stiamo allenando, entra con gli occhi bassi e il cellulare in mano. Lo consegna al proprietario e chiede scusa con un discorso breve, toccante. Qualcuno ha gli occhi lucidi. E chiunque era lì, in quel campetto quella sera, chiunque è in questa foto oscurata, è cresciuto, è integrato. Non sbagliare mai è difficile, sbagliare e chiudere scusa è arduo. L’integrazione, vera, fuori dai decreti populisti, passa anche da momenti come questo.

Nota a margine: quel ragazzo ora è maggiorenne, sta bene, non ha problemi con la legge e il cellulare lo ha comprato lavorando regolarmente.

Informazioni su La Mosca

Presunto(so) giornalista, in realtà disoccupato
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