Il paziente salvatore

Paziente?

Sì sono io.

Nel senso di persona che sa aspettare senza ansie. Anzi come leggo sul vocabolario: “Abitualmente od occasionalmente disposto a moderazione, tolleranza o rassegnata sopportazione”.

Allora non sono io. O meglio lo sono, ma raramente ma sono un altro tipo di paziente.

E perché quando ho chiesto se è paziente ha risposto subito di sì?

Perché paziente lo sono, me lo hanno detto spesso ultimamente. Più volte ma non nel senso che intende lei.

Lei è un giornalista, un esperto di comunicazione ma devo dirle, caro mio, che non si esprime bene in italiano e non sa rispondere a semplici domande. Ripeto. Paziente?

Paziente al quadrato dire. Forse al cubo.

Mi sembra più pieno di sé che paziente. Presuntuoso oserei dire.

Forse è come dice lei, ma nell’ultimo anno sono un paziente paziente più che un giornalista giornalista.

Mi fa ridere lei, se non parlassimo di cose serie, si nasconde sotto un cappello di lana pesante, una sciarpa anonima e una mascherina e quello sguardo un po’ fisso che si perde nel vuoto. Dica la verità, le piace tirarsela.

Mi scusi se sono cosi, o se le do questa impressione. Mi levo il cappello se la fa felice. Anche se non potrei, fa freddo e devo difendermi. La mascherina la usavo già qualche giorno prima di questo pandemonio.

Ah, anche il timido fa. Magari ipocondriaco. E poi classico giornalista dallo sguardo finto stanco. So bene che la sua categoria non lavora poi tanto. Come diceva quello là “meglio giornalista che lavorare?”

È un luogo comune ma se le piace crederlo, glielo lascio fare volentieri. Sul fatto di essere ipocondriaco, beh, quello un po’, ma a ragione direi.

Si dà anche ragione da solo. Mi fa sorridere. Ma un sorriso d’ira, sa cosa vuol dire?

L’ira l’ho abbandonata da un po’, non fa parte del mio carattere.

Giustamente, si sente superiore a me e me lo fa notare con un po’ di finta superficialità. Ma va bene, la sto capendo. Ah, è anche rasato, tipico atteggiamento da giornalista di Libero, un po’ naif, un po’ nazist.

In realtà i capelli li perdevo da anni, poi, poi gli ultimi che sono rimasti mi hanno abbandonato. Spero ricrescano.

Non credo e comunque se li raserà, conosco i tipi come lei. Torniamo al termine paziente? Questo è un sondaggio e lei non risponde.

Paziente, nel 2020, lo sono almeno due volte. Forse tre. Al cubo le dicevo.

Esagerato. Davvero una persona esagerata. Un mitomane.

Abbi pazienza lei, ora e mi ascolti: ho vissuto una malattia che mi ha debilitato, mi ha fatto conoscere i dolori della chemio, l’ho affrontata con paura ma senza perdere il coraggio e la lucidità, poi è arrivato il Covid e ho dovuto affrontare la paura del virus mentre viaggiavo per combattere il tumore e poi il virus mi ha preso lo stesso e allora ho avuto nello stesso momento, dentro di me, Covid e tumore. Credo si siano presi paura uno dell’altro, o almeno lo spero, cosi sono fuggiti entrambi. Di certo io ho avuto paura di loro ma non sono scappato. Sono stato paziente, sì, due volte paziente. O come dicono gli acculturati degente. E ora mi piace raccontarlo con il sorriso, non di ira, ma di speranza. Il sorriso alla vita. Ho soddisfatto la sua domanda?

Suppongo di sì. Scusi se le ho fatto perdere la pazienza.

No, macché, resto paziente. Ma spero solo nel suo modo di intenderlo.

Informazioni su La Mosca

Presunto(so) giornalista, in realtà disoccupato
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