D(‘)istruzione

Questa è la storia di un minuscolo segno nella storia. Forse insignificante. Forse no.

Una mattina, tra quattro mura e due finestre, subito dopo un suono tanto improvviso quanto atteso due occhi si concentrarono sull’immagine che avevano davanti.

Era una figura minuta, gli occhiali, tondi, sulla punta del naso e lo sguardo puntato verso il centro delle lenti. La figura minuta era seduta, la testa inclinata davanti di poco, quel poco per scorrere una lista di nomi. Quel registro era una sentenza mattutina come l’ordine perentorio che quel figurino lanciava ogni mattina, che fosse primavera o pieno inverno: “Cambiate l’aria, aprite tutto”. Tutti ascoltavano con timore e preferivano il gelo al diniego. Compresi quei due occhi che lo fissavano ogni mattina quando fuggivano da casa ancora assonnati. L’altro ordine era: “Quando non ci sono io, c’è una linea gialla immaginaria ma voi la vedete, è davanti alla porta. Chi la supera è finito”. Qualcuno a dir la verità l’aveva superata. Divenne sempre il primo. A essere interrogato. Anche in gita. Quel registro era una sentenza ogni mattina. Il figuro, a volte con occhio losco, a volte con un sorriso bonario, era capace di far tremare quei ragazzi così spavaldi dietro ai banchi e tra i compagni. Ma era capace anche di insegnare. E non solo nella sua materia ma nella scuola della vita. Quei due occhi, così come gli altri, lo avevano percepito. Praticamente da sempre. Nonostante le rigide regole e la pioggia di insufficienze. Lo capirono ancor di più quando durante una gita quel figuro minuto si mise tra loro e un esagitato autista. Per difenderli. Proprio lui che li castigava ogni volta possibile.

Quel minuto figuro che aveva personalità e carattere, mezzi rozzi e intelligenza fine. È stato un esempio più che un professore. È stato un piccolo segno nella mia vita. Un apostrofo.

Lo stesso che riesce trasformare il desiderio di distruzione in voglia d’istruzione.

Informazioni su La Mosca

Presunto(so) giornalista, in realtà disoccupato
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