La festa della Schiavitù (è successo davvero)

larussa

Il colpo viene esploso all’alba. E’ un soleggiato 25 aprile del 1945, quando il colpo di pistola echeggia tra il popolo esultante. E’ un urlo che si spegne troppo presto per dire che sia spontaneo. L’ultimo partigiano è stato ucciso in una piazza gremita di persone affamate ma in festa lo stesso. Sono state trascinate lì da uomini e donne in camicia nera per assistere al lugubre momento. L’ultimo partigiano ucciso con un colpo al cuore, una scelta ponderata, perché quel senso di ribellione, quella necessità di liberazione va colpito al cuore. Non può più battere. Non batterà più.

Settanta cinque anni dopo, il Coronavirus costringe la popolazione a restare in casa. Ma non deve, non può non farlo. Non può non celebrare la festa di quel 25 aprile del 1945. Loro la chiamano la “Festa del fascismo libero”. Lo sanno bene che si tratta di un ossimoro ma se ne fottono. Qualcuno nel sottobosco di una resistenza mai sopita e in qualche chat oscurata dal controllo la chiama “festa della schiavitù”. Ma non si può dire. La Censura lo vieta. E comunque va tutto bene lo dice l’istituto Luce sui canali pubblici. Esistono solo questi, e non c’è bisogno di altro. Ma con giornalisti dalla schiena dritta come Feltri o Giordano possiamo stare tranquilli, diranno solo la verità. Non può neanche dire che il governo sta sbagliando nell’aderire al Mes. Il Mes lo ha imposto la Germania, e imposto con il solito fare arrogante che ha da quando ha vinto la seconda guerra mondiale. E ha vinto anche la terza, scoppiata per pur vaneggiamento del popolo ariano. “Siamo ariani – hanno detto – e ci divertiamo”. E non ci sono più ebrei che possono raccontare quanto accaduto nei campi di concentramento. Anzi, non sono mai esistiti né gli ebrei né i campi di concentramento. Lo sostengono solo alcuni complottisti. E pur se in quarantena non possiamo lamentarci per essere schiavi di Trump (sì lui c’è lo stesso) e di Putin, dell’Europa teutonica, dell’Europa figlia di Franco e Adolf. E’ pur sempre la festa della schiavitù e loro ne sono grandi fautori, Putin e Trump i degni eredi. Non esiste il diritto al lamento, tanto meno sui social. Già che esistono i social è una manna e dobbiamo ringraziare la benevolenza del governo che ci ha regalato il Fasciobook. Tutti dobbiamo dire che va tutto bene. Non abbiamo il diritto di scriverlo su Fascibook, per iscriversi c’è bisogno della tessera e girare video su Voitube (il lei resta abolito), sono tutti canali sotto controllo. Le nostre menti oramai sono assopite dal controllo. Non è dittatura, è controllo intelligente. Dicono. Non possiamo neanche lamentarci che ci impongono di restare in casa con il coprifuoco e con la polizia. Questo lo fanno sin da quel 1945 da quando hanno vinto, da quando hanno trionfato loro. Quelli del Ventennio trasformato in Secolo.

Alle 18 dobbiamo uscire tutti sui loro cari balconi per cantare una canzone di Povia, il loro guru artistico. Dobbiamo esporre drappi neri al balcone, e cantare il Piave mormorava nella versione del Povia. Non siamo neanche essere liberi di non farlo. E’ imposto. E sarà controllato. E lo dobbiamo fare – come da protocollo – con mento verso l’alto, camicia nera, saluto romano e mascherina con il volto di Santo Benito. Divenuto tale con la libertà concessagli dalla chiesa. Schiava chiesa in schiavo Stato.

E ora che ho scritto la cronaca del momento, mi aspetto l’arrivo di una squadra di correttori di bozze e di volti. Non dovevo farlo. E ho paura perché loro ci fottono con la paura e non accettano la ribellione, la resistenza, la Libertà.

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Il nostro 25 aprile poteva essere così, poteva essere una festa della schiavitù. Poteva essere la festa di non aver idee diverse, la festa dell’odio e dei soprusi. La festa dell’oblio. Odio e soprusi restano, ma li possiamo combattere con libertà e resistenza. E si può liberamente non condividere quanto ho scritto, è la Libertà (conquistata), bellezza.

 

Informazioni su La Mosca

Presunto giornalista, in realtà disoccupato
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