Giuseppe “strong man” De Rosa: l’ultramaratoneta

Da il Mattino del 6 novembre.

de rosa

“Giuseppe strong man”. Nella notte della Giordania si sente una voce che, in inglese, riempie il buio: “Giuseppe strong man”, “Giuseppe sei un uomo forte”. Poi spunta il sorriso di Giuseppe De Rosa a illuminare quel buio e le sue braccia che si allargano come per prendersi la vittoria, per abbracciarla, quasi per scacciare la fatica di 166 chilometri di marcia per una delle ultramaratone più dure del mondo. Tra dune e senza assistenza. E a vincerla è un atleta di Sala Consilina, Giuseppe de Rosa, 42 anni, muscoli flessibili, concentrazione massima e serenità invidiabile. Unico italiano in gara, tra i pochi ad affrontare queste prove ultra umane, tra le dune che hanno fatto da cornice, o meglio da ostacolo, dalla magnifica Petra fino al traguardo di Wadi Rum. Una gara durissima, in condizioni climatiche estreme, tra sabbia, dune e forse miraggi che l’ultramaratoneta di 42 anni ha affrontato grazie a eccellente preparazione atletica ma non solo. Con lui una una forza di volontà fuori dal comune. Un vero esempio di atleta e di persona che sa affrontare i propri limiti. E li sa battere. De Rosa è un barman di Sala Consilina, o almeno lo era fino a quando, probabilmente, ha scoperto di un essere un fenomeno in questo sport per super uomini. Un Cristiano Ronaldo – un po’ meno pagato – delle ultramaratone in autosufficienza. L’ultramaratona in autosufficienza è una competizione estremamente particolare e complessa. Si percorrono tratti lunghissimi, da un minimo di 165 chilometri o come in Australia, fino a oltre 800 chilometri suddivisi in 8 tappe. Con riposi in campi base non proprio a 5 stelle. E anche in Oceania il nostro atleta ha saputo fare grandi cose, arrivando tra i top. Quando già arrivare diventa una splendida impresa. Per autosufficienza si intende con nutrizione scelta dagli stessi atleti. L’organizzazione fornisce solo un litro e mezzo d’acqua ogni checkpoint (ogni 20 chilometri circa). Il resto dei rifornimenti è quello nello zaino dell’ultramaratoneta che si porta dietro lungo ogni singolo (e forse maledetto) chilometro della grande impresa. Non sono previsti aiuti, sostegni esterni. Soli contro tutti. Spesso anche contro se stesso. Nel zaino degli atleti c’è il kit medico obbligatorio, più siringhe per contrastare eventuali veleni (rettili e altri esseri mica sanno che si tratta di una gara), luci e coltellini per prestare soccorso a se stessi. Quando interviene un personale esterno c’è la squalifica. E quindi questi campionissimi difficilmente chiedono il classico Sos. Mozambico, Vietnam, Bolivia, Norvegia e altre nazioni sono i luoghi dove De Rosa si mette alla prova e porta con sé il Vallo di Diano e Sala Consilina. Dove prepara – ma ancora non può saperlo – la grande vittoria in Giordania. De Rosa si trasforma da “normale” barista in super eroe dal 2009 quando decise, quasi all’improvviso di partecipare alla maratona di New York senza aver mai fatto atletica in vita sia. “In tre mesi l’ho preparata e poi ne ho fatte 88. Mi sono fermato per un anno nel 2015”, racconta. Si ferma perché non ha più stimoli. Forse le maratone di soli 42 chilometri e rotti non lon stancano abbastanza. Ma arriva la svolta, quasi improvvisa. “Un anno dopo mi sono presentato a gareggiare in Senegal per la mia prima ultramaratona, e mi è cambiato il mondo. Da allora oltre 20 gara da super atleti senza mai arrendersi”. Un cambio dal punto di vista sportivo ma anche come uomo. Soprattutto come uomo. Le ultramaratone si snodano in scenari dal punto di vista ambientale unici ma attraversano luoghi poveri. Di miseria. “Durante uno gara in Senegal – racconta De Rosa – vedo in lontananza un’ombra. Pensavo a un miraggio. Capitano in queste gare. Invece era una bambina di 10, 11 anni con sulle spalle la sorellina. Mi chiesero in francese dell’acqua. Fu un brivido”. Da allora nello zaino De Rosa porta nello zaino un po’ di cibo in più per donarlo ai bambini che incontra. “Mi è capitato di incontrare mamme che mi chiedevano di salvare, portandoli via, i loro figli”. Ultramaratone per il fisico e per la mente che De Rosa affronta al meglio. Senza paura e battendo la fatica. Perché davvero è “Strong man”. Un uomo forte.

Informazioni su La Mosca

Presunto giornalista, in realtà disoccupato
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