L’Amore

Le chiavi dell’auto sono poggiate sul mobile all’ingresso. Altrimenti le dimentico sempre. La mia testa ogni tanto è un po’ svagata. Vado. Mi porta il cuore e anche la mia vecchia auto. Spero. Guardo fuori dalla finestra, c’è il sole, come piace a te quando siedi dietro la porta a vetro e osservi chi passa. Guardo l’orologio. Sono le 4 quasi. Vado, altrimenti faccio tardi e chi ti vuole sentire poi. Le chiavi. Dove sono le chiavi. Ah già sul mobile all’ingresso, altrimenti le dimentico. Vado. Non vorrei ma vado. Scendo le scale, piano. Ho una certa età. Guardo verso il basso a ogni passo e vedo le mie scarpe. Quante ne ho vendute nella mia vita. Mi perdo nel passato, di quando ci sposammo. Giusto 70 anni fa. La mia testa ogni tanto si perde ma su questo no. Assolutamente. I momenti passati con te li ricordo tutti. Però mi distraggo e devo andare. Sono le 4. Vado. E le chiavi? Sul mobile. Le metto sempre là. Ecco la porta e il mobile. Le chiavi sono lì che luccicano. Per fortuna altrimenti le dimentico. Le prendo. Ciao Felicetta vado. Torno presto. Stasera il brodo va più che bene. Prima di uscire mi fermo un attimo, aspetto la risposta. Poi esco. Vivo in una specie di curva che dà sulla strada. Sento dei ragazzi che mi salutano. ‘Ciao zi’ Pasquale’. Rispondo con meno sorrisi del solito. Perdonatemi. L’auto è nel parcheggio. Apro lo sportello, mi sistemo lentamente. Mi siedo e guardo i pedali. Le mie scarpe. Quante ne ho vendute nella mia vita. Hanno fatto vivere me, mia moglie, studiare mio figlio. Si occupa della testa degli uomini. E ho aiutato anche i miei nipoti. Mi sono distratto di nuovo. Sono le 4.15. Vado. Altrimenti chi la vuole sentire. Prendo le strade interne, quelle di campagna. Mi ricordano il nostro Venezuela. Venti anni vissuti lì, oltre il mare. Rallento. Osservo. Poi dò un colpo di acceleratore, non voglio far tardi al nostro appuntamento quotidiano. Superate le curve e un po’ di salita parcheggio. Le chiavi me le metto nella tasca del pantalone. Cosi non le dimentico. Scendo le scale. Sono tante. Guardo in basso, le mie scarpe. Lo sapete che vivo anche grazie a loro? Che silenzio che c’è qui. E quanti amici. Ciao Rosario, uè Carmine. Caro Tonino. Li saluto tutti, ma non mi fermo. Ho un appuntamento. Aumento un po’ il passo. In mano ho i fiori. Per fortuna non li ho dimenticati come ieri, sono dovuto tornare indietro. Ecco. Sono arrivato. Prendo la sedia di paglia. La lascio qui per sicurezza. La metto di fronte a te. Poi carezzo il tuo viso, con delicatezza. Non ti piacciono le moine in pubblico. Lo so. Poggio i fiori. Tolgo quelli di ieri. Mi siedo. Ti guardo negli occhi. Piango. Quanto mi manchi Felicetta mia. Si fa tardi. Il sole tramonta e devo andare. Devo. Non voglio. Ma devo. Tranquilla. Torno. Torno domani. Torno sempre da te, da oltre 70 anni. E sarà sempre così. Torno sui miei passi. Saluto i miei amici che sono andati via da un po’, salgo in auto. Le chiavi sono nella tasca. Le scarpe impolverate. Ma sono vita. Parcheggio davanti casa. Entro in casa. Poggio le chiavi sul mobile all’ingresso, altrimenti le dimentico. Sono tornato Felicetta. Il piatto con il brodo è a tavola. Tolgo le scarpe e mi siedo. Alzo gli occhi e ti guardo. Ti carezzo. Siamo in casa e qui posso farlo. Ti guardo e sussurro. Ti amo. Oggi come 70 anni fa. E ovunque tu sia, io sono con te.

Informazioni su La Mosca

Presunto giornalista, in realtà disoccupato
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