La maledizione dei libri chiusi e dei tre eroi che la affrontarono

“Stiamo morendo”.

“Dobbiamo resistere”.

“Ma come facciamo. Ci hanno abbandonati qui. È passato più di un anno. Moriremo senza essere letti. È la maledizione dei libri non aperti”.

“Smettila, non c’è alcuna maledizione. E poi torneranno ad aprirci e a leggerci”.

“Shh… sento un rumore alla porta”.

Click. Poi un rumore. Come se delle unghia graffiassero la lavagna. È la porta a vetro che torna ad aprirsi dopo oltre un anno e gracchia sul pavimento. La spinge Sow. Occhi curiosi, minuto, capelli corti. Leader già prima di nascere. Dietro di lui, a destra, lo spilungone Abdinur. Allampanato, occhi che più vivi non si può, capelli pettinati all’insù. Parlantina svelta. Troppo svelta. E poi – a sinistra- Momo. Il gigante. Cappello colorato con visiera verso il cielo. Muscoli poggiati orgogliosamente su un metro e 90 di ragazzo e un sorriso buono. Quasi timido. Sono loro gli eroi di questa storia.

Sow fa due passi dopo aver superato la soglia. Vive per leggere. Per scrivere. Per raccontare. È arrivato dalla Guinea a 13 anni. A Polla prima e San Rufo poi. Ribelle. Coraggioso. Testardo. Talmente testardo che quando ha scoperto che esiste una biblioteca a pochi metri da lui e non ne può usufruire si è ribellato e ha cominciato un pressing senza sosta. Troppo forte l’amore per i libri per potersi fermare contro burocrazia, no e pregiudizi. Il cuore gli batte forte quando apre quella porta. Quando sente il profumo delle pagine chiuse da troppe tempo. Al suo fianco Abdinur, somalo, due anni trascorsi in Libia tra botte e paura prima della traversata in mare e dello sbarco. Parla come un rapper. E senza respirare.

“CelabbiamofattaSow”. Dice d’un fiato.

“Aspetta dobbiamo ancora capire se è tutto vero”, risponde il più basso dei tre. Con tono fermo. Deciso nei suoi dubbi.

Il gigante è guardingo. Lancia sguardi ovunque. Cerca qualcuno o qualcosa nell’ombra. Ha un po’ di timore. Tace.

Camminano lenti. C’è un’altra porta. Chiusa a chiave. Si bloccano.

Nel frattempo dall’interno qualcuno bisbiglia.

“Vengono a salvarci”.

“Macché ora ci bruciano tutti. Siamo tornati nell’epoca buia. Ho paura”.

“Zitto libraccio del malaugurio. Ora silenzio. Stanno entrando”

È ancora Sow che apre la porta. Non è un gigante ma ha coraggio da vendere ed entra senza timore. Ha le spalle coperte. Momo e Abdinur lo proteggono. Entrambi poggiano la mano sulle spalle. Una catena. Inossidabili. Varcano la soglia. Entrano nello scrigno. Entrano nella stanza dei preziosi. Decine di libri sono stipati tra gli scaffali. Da troppo tempo. Stanno morendo. Entrano con lentezza. Cercano l’interruttore. Nel buio lo trova Momo. La luce. La stanza non è grande. E le pareti sono coperte da libri e polvere. I tre si dividono. Sow in fondo. Momo a sinistra. Abdinur a destra. Carezzano i libri. Usano i polpastrelli delicatamente. Hanno quasi paura di rovinarli. Forse di farsi giudicare male da ombre indefinite. Ma poi Sow prende l’iniziativa. Con indice e pollice a tenaglia tira fuori un tomo.

“Se questo è un uomo”. Legge ad alta voce. Il libro sembra tremare sotto le sue mani. O sono le mani che vibrano.

“Piccolo principe”, urla Momo.

“Linsostenibileleggerezzadellessere”. Interviene Abdinur. E aggiunge. “Celabbiamofatta”.

Sow scuote la testa. “Dobbiamo aprirla sempre questa biblioteca. Non solo ora. Questi libri devono vivere e devono arrivarne altri. E altri lettori”.

“Ce la faremo”. Sorride Momo.

È iniziata più o meno così la storia della biblioteca di San Rufo riaperta grazie ai giovani migranti non accompagnati, grazie a Emiliana e Salvatore, degli operatori di Iris, e grazie al sindaco Michele Marmo. È iniziata e continua. I bambini di San Rufo vanno a studiare, i ragazzi a leggere o semplicemente incontrarsi, gli adulti a prendere in prestito libri con Sow che segna ogni cosa protetto dai suoi amici.

EPILOGO.

“Sono andati via?”

“Sì, ma ritornano presto. Per fortuna”.

“Ci hanno salvati. E ora?”.

“Tocca noi, facendoci leggere uscire dalle ore più buie”.

“Che libro saggio che sei…”.

Informazioni su La Mosca

Presunto(so) giornalista, in realtà disoccupato
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