E’ solo un gioco

 

Ho paura mamma. È buio e le stelle non si vedono. Cullami mamma. Cullami e fammi volare come sai fare tu. Mamma perché non ti muovi, perché stai ferma. Apri gli occhi, mamma. Ti prego. Hai detto che sarebbe stata un’avventura, un gioco meraviglioso. E, invece, mamma non è un gioco, le onde sono troppo forti. Piangono tutti, tranne tu che sei immobile e io, mi hai detto che sei piango perdo. E non voglio perdere, ma ho paura, le onde sono troppo forti e tu, tu non ti muovi. Non mi piace più questo gioco. Voglio scendere. Le onde diventano sempre più grandi. Mamma aiutami. Ho paura. Piango anche io. Come gli altri. Fino a quando non piangiamo più. Non abbiamo finito le lacrime ma l’aria.

È solo gioco. E invece giocate con noi, con le nostre vite.

Avevo sempre sognato la sabbia, la riva del mare. Avevo sempre fantasticato di andare su una spiaggia a costruire castelli di sabbia. Ah che bel gioco che sarebbe stato. Creare castelli fatati e sorridere, sognare di viverci e di difenderli dall’assalto dei nemici. E invece, invece, eccomi su questa spiaggia. Maglia rossa, pantalone blu, il viso gonfio immerso nella sabbia bagnata. Sono andato via in un attimo, inseguendo un sogno. Sognando il mio castello di sabbia.

È solo un gioco. Un maledetto gioco

Con mia madre non potrò più giocare, e io amavo giocare con lei. Era la cosa che amavo di più. Me l’hanno portata via. Me l’ha portata via colui che chiamavo papà. E non era mio padre. Me l’ha portata per una lite, per delle urla. Io non lo capivo neanche cosa voleva, cosa chiedesse. Me l’ha bruciata. Uccisa in un freddo pomeriggio d’autunno. E con lei non potrò più giocare. Ha bruciato il mio amore.

È solo un gioco e voi non ci fate giocare.

Ho sempre desiderato  giocare ma sono prigioniero del mio corpo. Prigioniero di barriere che voi neanche vedete o immaginate e che io sento ogni volta che respiro. Ma sono anche prigioniero delle vostre barriere, della vostra indifferenza. Sono prigioniero dei vostri occhi, dei vostri giochi politici ed economici. Siamo in tanti a vivere la stessa prigione. Siamo in tanti e non vorremmo, credeteci. Scusate se siamo un disturbo. Ma respiriamo, amiamo, viviamo. E vorremmo giocare. Ma voi, voi create barriere, girate lo sguardo e vi sporcate le mani e le anime. Fateci giocare. Rimarremo prigionieri delle nostre malattie per sempre, ma vi imploro fateci essere bambini che possano sorridere.

È solo un gioco. Ma un muro ce lo impedisce.

Vi sento parlare in tv. Usate parole strane. Confine, barriere, muri, razze, soldi, potere. Le vostre parole non le capisco. Ma poi le vivo sulla mia pelle. Le vivo mentre perquisite mia madre e piango all’ombra di un muro messicano. Le urlate contro ogni parola eppure avete una divisa. Vi immaginavo eroi e invece, usate il manganello e la picchiate. Giocavo a fare la guardia e avete distrutto il mio gioco nel nome della vostra Giustizia. Della Giustizia dei muri e dei confini, delle razze e di non so qualche altra parola strana. Ma avete dimenticato cosa vuol dire essere bambino.

HO diritto di giocare.

HO diritto di essere felice, lo voglio e lo pretendo. Difenderò la mia felicità perché da grande voglio continuare a essere… felice. Magari me ne porterò un po’ dietro nel corso del tempo. Voglio continuare a giocare, non me lo impedirete. Sarò più forte di voi. Pensateci quando vi svegliate la mattina, quando mangiate velocemente o quando siete nervosi. Cosa dareste per tornare bambini? Non potete, mi dispiace. Ma potete permetterci di essere felici. E potete anche voi restare un po’ bambini per continuare a giocare. Magari insieme a noi.  E continuare a essere felici.

+++TRATTO DA STORIE VERE +++

*Nella foto di Gianluigi Casella, l’attore Orazio Cerino e Alessia Morrone

Informazioni su La Mosca

Presunto(so) giornalista, in realtà disoccupato
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