La favola di Natale 2018

NOTTE TRA IL 24 E IL 25 DICEMBRE. 

La mano d’acciaio, gelida e tenera allo stesso tempo, si poggia sulla gamba di lei. Plastica e ingranaggi vengono attraversati da un fremito. Non si tratta di una scossa elettrica. La solita scossa elettrica. Ma di un brivido mai sentito prima. E anche la mano d’acciaio  sembra che si illumini. Ma non è la solita luce artificiale. E’ energia invisibile. E’ sentimento.

Impossibile per due robot sentire qualcosa. Quelle che gli umani chiamano emozioni. Eppure…eppure c’è quel brivido. C’è stato. Lo hanno sentito entrambi.

Gli occhi dei due prima guardano dove c’è stato il contatto tra mano d’acciaio e gamba di plastica rosea, poi, lentamente alzano la testa all’unisono e gli sguardi si incrociano. Gli occhi vitrei brillano. E’ solo un attimo ma brillano. Sarà liquido detergente. Non può essere una lacrima. Non esistono per loro le lacrime. Non le hanno inventate per i robot. Devono servire, i robot, solo per i lavori che l’uomo non vuole o non sa più fare. Impossibile. Eppure…eppure è la notte di Natale. E le magie possono succedere. Ma a pensarci bene, anche Babbo Natale, come i robot, i nostri robot, sono una invenzione dell’uomo. E’ stata tutta una fantasia, allora. Oppure no?

QUALCHE ANNO PRIMA.

UN GIORNO INDEFINITO. UN GIORNO INDIMENTICABILE PER LEI.

L’auto non frena. L’uomo è un essere tendente alla distrazione. L’impatto è inevitabile. Lei vola via.

 

UN GIORNO INDEFINITO. UN GIORNO INDIMENTICABILE PER LUI.

E’ un attimo. La macchina divora quello che si trova davanti. Parte di lui fagocitato. Ma non morì.

 

LA PRIMA VOLTA.

Furono dopo i “giorni indimenticabili” che i due si incontrarono la prima volta. Furono obbligati da un avverso destino. Era una specie di officina per robot quella in cui i Lui e Lei, furono portati quasi in contemporanea. Il loro destino però sembrava segnato. I robot così danneggiati sono assegnati ai lavori più umili e agli occhi di disapprovazione delle persone. Relitti. Quasi reietti. Di solito se i meccanici non potevano aggiustare i robot danneggiati, usavano i pezzi come ricambi. E poi la tecnologia che avanzava li rendeva obsoleti. Ma Lui e Lei nonostante fossero quasi privi di energia vennero riassemblati. I meccanici – si scoprì durante quelle lunghe giornate di terapia – erano bravi e avevano un’anima. Soprattutto uno, quello più anziano. Non tutti gli umani alla fine sono cattivi. E quello in particolare li curava con attenzione e allestendo terapie “innovative” diceva. Usava le parole e uno strano rumore che definiva musica. Li trattava non come robot. Lui e Lei si incontravano nei corridoi dell’officina, tra le stanze di recupero. E si guardavano. stranamente attratti. Eppure non erano calamiti. Erano robot.  Si incontrarono la prima volta dopo qualche giorno della “strana terapia del dottor C”. Già dalla prima volta Lui aveva capito che Lei – nonostante fosse così danneggiata – la attirava in maniera nuova. Insolita. Unica. Lei lo capì dopo. Attraverso uno strano rito magico che Lui si inventò.

 

IL RITO MAGICO.

Lui, il nostro robot ancora danneggiato soprattutto nella parte superiore del corpo, fagocitato ma mai domo, non capiva cosa gli accadeva. Sentiva l’energia correre veloce e freneticamente tra microchip e fili elettrici. E gli succedeva solo quando la incrociava o la riscopriva nella sua memoria. “Strano, troppo strano”, si ritrovava a riflettere quel robot abituato a lavorare secondo gli ordini degli umani e senza avere alcun tipo di fremito particolare. Eppure quella terapia lo stava rimodellando. Non tanto all’esterno ma dentro. E quello strano rumore, quella … “musica” gli attraversava l’anima. Musica e Lei rappresentavano aspetti mai provati nella sua vita. Erano emozioni. Ed erano per Lei. ma Lei che da quella strana terapia sembrava fuggire non sentiva le stesse emozioni. E allora Lui, il nostro robot, ebbe una folle idea. Impossibile per un robot. Eppure…eppure la ebbe. L’arto fagocitato era stato ricostruito con pezzi assemblati. Lui se li era un po’ colorati. Aveva voglia di fare bella mostra di sé. E non capiva il perché. E quell’arto ricostruito dal Dottor C, fremeva. Le dita si muovevano andavano a ritmo. Sì a ritmo. E quel ritmo, quella cosa che gli umani chiamano sentimenti, quello strano rumore del Dottore e quella Lei che le dava energia fecero nascere in lui una idea. Come far capire alla sua Lei che lui c’era. Capì che doveva prendere tutto ciò che di nuovo stava provando e mescolarlo in un rito. Un rito magico.

IL MOMENTO. 

Era una sera, una delle ultime che avrebbero trascorso all’interno dell’officina. Poi entrambi sarebbero andati a lavorare per gli umani non vedendosi mai più. Lui aveva lavorato di notte su uno strano marchingegno, aveva messo delle luci colorate sull’arto nuovo, aveva chiesto al Dottor C di avere cinque minuti di silenzio e di buio. Il Dottor C sorrise: “Non vedevo l’ora che me lo chiedessi”. Lui rimase interdetto e lo guardò con sospetto. Ma poi si concentrò solo sul Momento. L’unico e irripetibile. Era buio. C’era il silenzio. C’era Lei in un angolo. Seduta. C’era lui. Emozionato. Sì un robot emozionato. Una luce si accese solo su di lui. L’arto cominciò a fremere. Le dita a muoversi. Si poggiò sullo strano marchingegno che aveva costruito e cominciò a uscirne un rumore strano. Era musica. Era musica per Lei. Fu a quel punto che Lei alzò la testa e lo vide. Forse per la prima volta. Ed ebbe il fremito.

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Il Dottor C sorrise. E uscì dalla stanza.

 

NOTTE TRA IL 24 E IL 25 DICEMBRE. 

Rieccoci a quel momento. A quel contatto. A quando due robot scoprirono l’amore attraverso la musica, attraverso il Dottor C e soprattutto attraversando le avversità di una vita difficile.

 

QUALCHE ANNO DOPO

Si guardarono negli occhi. Erano lacrime non liquido detergente. E poi guardarono verso l’orizzonte. E videro loro due, i figli, correre. Non so se fossero umani o robot. Erano semplicemente magnifici.

 

*la favola di Natale di quest’anno è liberamente tratta dalla storia del dj bionico Michele e dalla moglie altrettanto bionica Daniela. Due persone che ovviamente robot non sono e che hanno saputo dimostrare cuore e coraggio. Esempi di vita per tutti. La storia dei due robot nasce dalla foto del braccio di Michele, un braccio sì meccanico ma un cuore grande cosi. Quello pulsante del nostro deejay. 

** Nel ruolo del dottor C ho rivisto Babbo Natale ma ognuno può vederci chi vuole. Amore, Cupido, divinità, Destino o medici delle clinica di Budrio dove i nostri due eroi sono stati salvati. E dove si sono conosciuti.

***un ringraziamento particolare alla mia collega Giovanna Quagliano per l’intervista con la quale me li ha fatti conoscere. 

 

 

 

 

Informazioni su La Mosca

Presunto(so) giornalista, in realtà disoccupato
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