La tregedia di Auletta letta da e su Il Mattino

IMG_20180920_100417_129La cronaca
AULETTA. Miriam (il nome è di fantasia) è arrivata in Italia da circa un anno. Da un mese è nel centro migranti di Lontrano, in una zona montana, isolata di Auletta. È sfuggita alle guerre, almeno questo racconta ai chi la ha accolto per prima. La fuga dalla Nigeria, il “solito” percorso dei migranti, tra carovane, deserti, soste in Libia e viaggio sul Mediterraneo. La morte – Miriam – l’ha vista diverse volte. L’ha vista in Nigeria tra le battaglie entiche, dalle quali ha riferito di essere fuggita. L’ha vista tra dune e sudore, sete e paura. E ancora in Libia in attesa del pass verso l’Europa. Poi tra le onde fino all’approdo in Italia. L’ultima volta, la morte Miriam l’ha vista nella notte tra ieri e martedì quando dopo aver partorito ha rischiato di morire per il mancato distacco della placenta ed è stato fondamentale l’intervento del primario Francesco De Laurentiis dell’ospedale “Luigi Curto” di Polla. Ma per comprendere come si è arrivati nella notte in una sala operatoria del “Curto” occorre fare un passo in dietro di qualche ora. Nel centro di accoglienza di Lontrano, un ex agriturismo, Miriam è in bagno. Partorisce un bimbo di 25 settimane. Poi recide il cordone ombelicale, avvolge il nascituro in una asciugamani e lo porta in un secchio all’esterno della struttura. Certo sono diversi i punti che non tornano, che sono quanto meno da accertare. Pare complesso che possa aver fatto tutto da sola, soprattutto il taglio “netto” del cordone. Appare probabile che la sera precedente abbia ingerito delle sostanze per un aborto. È certo, invece, lo fanno sapere dalla cooperativa Namasté che abbia nascosto la gravidanza. Ad accorgersi che c’è qualcosa che non va è un altro ospite della struttura. Trova sangue in bagno, chiama l’unica responsabile presente in struttura, poi Miriam viene trovata in condizioni precarie. Viene allertato il 118. L’ambulanza si arrampica tra le stradine montane al confine tra Auletta e Pertosa, il personale medico interviene e capisce subito cosa sia accaduto: un parto. Questo nonostante la reticenza della donna nel dirlo. Immediata scatta la chiamata ai carabinieri. Pochi minuti e anche i militari si trovano sul posto. Gli uomini del capitano Davide Acquaviva cercano di ricostruire l’accaduto e anche di cercare il corpicino. Sperando sia vivo. Non sarà così. La ragazza all’inizio svia le domande, poi indica il bagno, lo scarico. Ma i carabinieri non le credono, continuano le ricerche e trovano il neonato privo di vita nel secchio. La piccola salma viene trasportata all’ospedale e l’autopsia disposta chiarirà molti punti tuttora oscuri. Il principale: se il bambino sia nato già cadavere oppure no. La 25enne viene denunciata per infanticidio e occultamento di cadavere. Ma prima viene portata all’ospedale. Sta male, non c’è stato il distacco della placenta. Occorre intervenire. Ed eccoci al momento in cui Miriam vede ancora una volta la morte affacciarsi nella sua vita. Il primario però le salva la vita. Ora toccherà agli inquirenti capire se Miriam invece ha tolto la vita al suo piccolo. Capire se ha ingerito delle sostanze la sera precedente capire chi sia il padre e comprendere se su, in quel centro così isolato dal paese a circa tre chilometri dalla prima casa, si possa fare integrazione e se ci siano altri aspetti da chiarire in questa vicenda. Gli accertamenti sono diversi e saranno diverse le persone che verranno ascoltate: la responsabile del centro, chi fa da custode ai 33 migranti e le due ragazze che lavorano all’interno. Ma ovviamente la testimonianza più importante è quella di Miriam che ha visto tante volte la morte affacciarsi nella sua vita e che ora, forse, la perseguiterà per sempre nel ricordo di un neonato gettato in un secchio.

 

La situazione dell’accoglienza nel Vallo di Diano

AULETTA. In principio fu un agriturismo, anche di successo, poi trasformato, negli ultimi anni in un centro di accoglienza per migranti. Una decisione che ha creato dissapori e liti istituzionali e anche familiari. Familiari tra i proprietari per quanto riguarda la scelta e decisione del cambio di destinazione di uso della struttura di Lontrano; istituzionali, invece tra il sindaco di Auletta, Pietro Pessolano e la Prefettura. Il primo cittadino si è sempre dichiarato contrario alla decisione intrapresa dalla Prefettura senza – disse il sindaco all’epoca dei fatti – far sapere nulla all’amministrazione comunale. Pessolano accusò, circa due anni fa, il prefetto di arroganza e convocò un consiglio comunale proprio all’esterno della struttura per ribadire il no all’accoglienza “senza interloquire con chi vive il territorio. Questa struttura non è adatta allo scopo”, tuonò all’epoca. In quella occasione duro fu lo scontro verbale con la responsabile della cooperativa Namasté, la dottoressa Mattia, che si occupa della gestione del centro. C’è un particolare da aggiungere. All’epoca della trasformazione della struttura la gestione dei migranti era stata affidata a Enzo Faenza, uomo di cultura e di accoglienza, una vita vissuta al centro del sociale, al fianco dei lavoratori e degli ultimi. Tra Pessolano e Faenza nacque una forte rivalità. Durante un intervento pubblico di Pessolano, Faenza si posizionò con pugno alzato davanti al sindaco. E il centro – occorre anche aggiungere – pur se distante oltre tre chilometri dal centro abitato era vissuto anche da diverse cittadini di Auletta e Pertosa che andavano a trovare le famiglie ospiti. Con la morte di Faenza qualcosa è cambiato. Lo fanno sapere alcune volontarie che non sono più andate nel centro a trovare le famiglie – per lo più nigeriane – e il contatto con la popolazione è stato abbastanza raro. Sempre di più nel corso del tempo. Il sindaco dopo quel consiglio comunale non è più salito a Lontrano e sulla tragedia che si è consumata ieri mattina non ha voluto rilasciare dichiarazioni. “Non è il momento”, ha solo aggiunto. Nel Vallo di Diano e nell’Alto Tanagro sono una decina i centri di accoglienza e Sprar presenti. Per la gran parte dei casi il clima è disteso e anche l’integrazione coi cittadini è buona. Alcuni migranti lavorano per i Comuni, altri hanno trovato un posto nelle aziende del territorio e soprattutto in tanti giocano nelle squadre di calcio del territorio. Ma esistono però anche delle situazioni problematiche. Come il centro aperto e poi chiuso in poco tempo a San Pietro al Tanagro. Un centro di prima accoglienza in un ex albergo poi risultato inadatto e respinto da amministrazione e cittadini. Anche perché il centro che già opera nel piccolo paese (gestito da Iskra) è un fiore all’occhiello dell’accoglienza valdianese. Così come lo sono gli Sprar di Polla, Padula e Atena Lucana. Ma proprio ad Atena Lucana si è registrato un episodio di intolleranza con una persona del posto che ha picchiato una operatrice e un ospite perché “sgraditi”. Opposta la situazione che è registrata a Sanza dove un migrante ha stalkerizzato con atteggiamenti violenti gli operatori. Ed è stato arrestato. Una situazione che però, nel complesso, conserva più lati luminosi che oscuri.

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Presunto giornalista, in realtà disoccupato
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