Diano carol (Il canto di Natale)

Christmas-Carol-the-Movie.jpgAntefatto dell’antefatto

“Buon Natale capo. Io andrei a casa”. Viso spento e intimidito.

“Natale? Io odio il Natale  e qui bisogna ancora chiudere i conti. Andrai dai tuoi figli quando tutto sarà finito”.  Occhi semichiusi. Magro e anziano. Leggermente curvo su stesso.

“Ma mi aspettano”. Implorante.

“Allora vai. Ma non tornare più. Sei licenziato!”. Soddisfatto.

“Resto”. Lacrimoso.

 

Antefatto dell’antefatto. Atto secondo.

“Zio Diano festeggiamo insieme?”. I nipoti conoscono il carattere di Diano ma ogni volta ci provano. Inutilmente.

“Non c’è nulla festeggiare”. Caustico.

Ma possiamo stare insieme almeno per una sera”. Imploranti

“Insieme? Non ne ho bisogno”.  Netto

“Ma è Natale”.

“Il Natale, bah! Il Natale non è altro che una stupida festività creata per non lavorare”.

 

Antefatto

Il vecchio e burbero Diano odiava il Natale. Lo odiava profondamente. Le feste – per lui – erano una grande perdita di tempo. E di denaro. I regali, gli auguri, lo spirito natalizio? “Stupidaggini“.

E il suo dipendente, Tanagro, poco pagato, povero e affamato non poteva che obbedire. Per non morire. Cosi fu costretto a trascorrere la vigilia alla luce fioca di un lampada chinato su fogli e brogliacci. Diano era alle sue spalle, seduto alla sua scrivania, la finestra alle spalle e banconote tra le mani. Nevicava senza convinzione. Ma qualsiasi clima ci fosse fuori da quella finestra il freddo restava nel cuore di Diano.

Poco prima di mezzanotte e solo a lavori terminati, liberò il suo assistente che poté raggiungere la sua famiglia e si diresse verso casa. Voleva dormire e ricominciare a lavorare. Non ricambiava i saluti di chi incrociava per strada, ritardatari in cerca di regali. “Imbecilli. Ancora hanno tempo e voglia per pensare agli altri”. Sogghignò. A pochi metri da casa, però, vide una immagine funesta. Vide l’immagine di Alburni, un suo vecchio socio scomparso da qualche anno. Una visione fugace, che però lo turbò. Si morse le sottili labbra, alzò il bavaro del giubbotto nero ed entrò nella sua casa. Abitava da solo, pochi mobili, finestre sempre chiuse, buio pesto con leggeri bagliori da luci soffuse. Accelerò i preparativi per andare a dormire, voleva chiudere gli occhi prima dell’arrivo di mezzanotte. Nel letto, quasi assopito, pensavo che il giorno dopo avrebbe chiesto i soldi a quel tale “Curto”, e con un bel po’ di interessi.

“E se ancora una volta mi dice di non avere un lavoro beh, allora raddoppio gli interessi”. Si addormentò con questo pensiero. Felice.

 

Il fantasma del passato

“Il terremoto”. Urlò.

Il letto sobbalzava. Diano in pigiama e cappello di lana in testa si svegliò con il cuore in gola. “Il terremoto!”.

“Ah ah ah”. Un sorriso profondo. Tenebroso.

“Chi sei?”. Diano guardava nel buio. Inutilmente. E con la mano sinistra cercava l’interruttore. Invano.

“Ah Ah Ah. Un amico. Forse”. La voce era roca, di chi ha fumato sigarette e sigari. Di chi ha vissuto una vita nell’umidità.

Diano cominciò a delineare la sagoma che aveva ai piedi del letto. Sembrava fosse altissimo e con una testa a cilindro. Aveva un bastone in mano. “Non uccidermi”. Pregò.

La sagoma con il bastone spinse l’interruttore e accese la luce. Era un uomo distinto, sui 60 anni, in vestito da sera, con cilindro e cappello.

“Chi sei?”. Urlò Diano.

“Rilassati”, rispose con modi serafici. “Ora forse è meglio che chiedi chi sei stato”.

“Chi sei stato?”. Implorò

Quella sagoma si sedette ai piedi del letto, tirò giù le coperte, tirate fino al naso nel frattempo da Diano e toccò la mano di Diano. “Sono lo spirito del Natale del passato. Ti porto a fare un giro. Vieni”. 

Ma…“. Tentò di obiettare.

Nessun ma. E’ un ordine“. Con voce calma e ferma. Lo prese per mano e uscirono volando dalla finestra. Diano in pigiama, il fantasma in abito da sera elegante. Mentre volavano, la neve scomparve e spuntò il sole. Lontano un rumore noto, Diano trasalì.

“Stazione di Atena Lucana!!!”. Urlava qualcuno dietro una casa rossa.

Ma cosa è?”. Chiese impaurito Diano.

“Una stazione. Viva”. Rispose poggiando i piedi a terra. “Ricordi, avevi un treno. Collegava tutto il tuo territorio”.

Diano si commosse.

Andiamo. Ti voglio portare a vedere altre due cose”. E volarono di nuovo.

“Io questi uomini e queste donne con una mantella nera li ho vinti per tanto tempo. Che ricordo“. Diano era curioso e preoccupato. Emozionato e timoroso.

Giudici e avvocati. Ti ricordi? Avevi un Tribunale!“. Sorrise con gusto. E ripresero il volo.

E quei bambini che giocano. Quanti sono? Decine. Che belle giornate trascorse lì. Fantasma perché mi fa vedere questo?“.

“Sono i bambini del Centro sportivo. Era un posto fiorente questo. Ricordi?” E gli mise una margherita nell’occhiello del pigiama. Sorridendo.

Diano non capiva cose stesse accadendo. E guardò il fantasma stralunato.

Ripresero il volo e cominciarono a entrare in uffici chiusi. Stanze di bottoni, luoghi di potere e di poltrone. C’era Diano, un po’ più giovane che urlava con altri suoi simili.

Ecco vi state dividendo il territorio per avere un po’ più di potere personale e così lo impoverite”. Il volò continuò tra riunione più o meno segrete, tra rifiuti sotterrati di notte e anche una cena fatta in una terra lontana.

E questa?“. Chiese il sempre più sbigottito Diano. “Perché mi fai vedere questa?”.

La cena nella quale si è perso il tribunale“. Sentenziò il fantasma che riprese per mano Diano e da un’altezza dalla quale si poteva vedere tutta la sua terra lo lasciò andare. Diano cominciò a urlare. E si risvegliò.

“Era tutto un sogno. Un incubo. Maledetto!”. Poi guardò il taschino e vide la margherita. Non ebbe il tempo di emettere un suono, quando sentì la porta spalancarsi.

 

Il fantasma del presente

Una donna castana. Di una bellezza da togliere il fiato. Pelle bianca e labbra carnose. Lo guardava dai piedi del letto. Anche lui i vestito da sera, elegante. Da gala.

“Chi sei?”. Le labbra del vecchio Diano tremavano.

“Ovvio. Lo spirito del Natale presente”. Con voce suadente. Quasi provocante.

“Lasciatemi stare. Vi prego”.

“Ti farò vedere il mondo che ti circonda. E’ un ordine. Tocca la mia mano”.

Con paura Diano lo fece. La mano tremava, ma sfiorò quella dello spirito presente. Era fredda. Gelida. La stanza cominciò a volare, il pavimentò diventò trasparente e Diano poteva vedere ogni cosa.

La famiglia Tanagro. Povera, senza cure da anni che pur voleva festeggiare il Diano. Il dipendente di Diano alzò il calice. “Al mio padrone, sarà anche burbero ma in fondo ha una luce che dentro, da qualche parte, gli brilla“. Sua moglie e i suoi figli storsero la bocca e guardarono la casa. Era mal ridotta e alla prima pioggia abbondante sarebbe crollata. “Per quel poco che ci paga, rischiamo di morire per causa sua”. Sibilarono.

Diano non credeva ai suoi occhi. “Come è possibile che sia questa la loro condizione?”.

Lo splendido spirito sorrise. “Basta guardare e osservare per capire e non chiudersi in se stesso”. 

E ripresero il volo. Ecco una nuova immagine.

Quel tale Curto, debitore verso Diano, che tossiva al freddo, avevi abiti logori, senza un cappotto per potesse riscaldarlo. Soffriva. Diano lo guardò. Si morse il labbro inferiore

Il volo continuò.

Ecco i nipoti di Diano in una casa tutta addobbata. Brindavano al Natale. “A nostro zio Diano, non è felice, non vuole la nostra gioia ma noi continuiamo ad amarlo. E non emigreremo”.  Una lacrima solcò il viso rugoso e aspro di Diano.

Lo spirito del Natale presente a questo punto guardò Diano, sorrise con fare ammiccante, lasciò la mano e lo fece scivolare fuori da una finestra. Diano urlò mentre precipitava. La strada si avvicinava sempre di più. Così come la morte.

 

Il fantasma del futuro. 

Ahhhhh“. Diano urlava disperato.  La strada era vicina. Chiuse gli occhi. Ma non sentì alcuno schianto. Era di nuovo steso sul letto. Smarrito. Si sedette sul letto e guardò verso la porta. Questa si aprì all’improvviso. La stanza accanto era luminosa. Quasi accecante. Poi passò un’ombra che oscurò il tutto ed entrò nella stanza di Diano. Era una immagine da gelare il sangue. E infatti il sangue di Diano gelò. L’ombra lo avvolse e lo portò verso una bara chiusa. Due persone sconosciute parlavano a pochi metri.

“Nessuno lo piangerà. Non aveva futuro e non lo dava ai suoi cari”. 

E l’altro. “Aveva tante ricchezze ma le ha tenute per sé. E ora nessuno può goderne l’eredità”.

“Uno così era meglio perderlo che trovarlo”. Risero e andarono via.

Diano guardò l’ombra. “Dimmi chi c’è in quella bara. Ti prego”. Piangeva.

L’ombra non proferiva verbo. Riavvolse il corpo di Diano e lo portò sui resti di una casa. Era la casa di Tanagro. Diano si mise le mani sul viso. L’ombra gliele tolse. Tanagro singhiozzava. “E‘ bastata una pioggia e l’ondata ha portato via la nostra casa”. 

Diano implorava. “Basta, ho capito, riportami a casa”. 

L’ombra era un serpente nero che non voleva rispondere ma solo far vedere il futuro. Lo Spirito del Natale del futuro, non ebbe pietà e rapì nuovamente Diano. Era un territorio devastato. Piramidi di ferro in lontananza sputavano liquido nero. Petrolio. Da alcuni terreni fuoriuscivano bidoni di rifiuti. Tossici.  Diano si ribellò. O almeno tentò di farlo. “Non può essere questo il mio futuro”. L’ombra lo strattonò e lo portò davanti a una lapide. C’era scritto “Curto. Morto per noncuranza e venduto al migliore offerente”.

“Noooo!”, si piegò su se stesso Diano. L’ombra non si fermò e lo porto dai suo nipoti.

La casa era vuota. “Dove sono?”. Diano ebbe timore per un tragico epilogo.

L’ombra per la prima volta parlò. “Sono emigrati. Andati via. Non hai saputo curare chi ti stava vicino, non hai saputo prestare attenzione per le cose ti circondavano e il futuro…”

A questo punto l’ombra avvolse tutto e attorno a Diano ci fu il buio. Diano ancora una volta urlò. Fu risucchiato da un vortice. Diano sentiva che la vita gli stava scivolando dalle mani. Era disperato. La spinta del vento nel buio era incontenibile e lanciò Diano. Ma il suo atterraggio fu morbido. Ancora una volta finì sul letto. Fuori c’era il sole.

 

Epilogo

Diano si alzò. Andò alla finestra e chiese a un bambino che passava sotto casa.

“Ehi tu. Che giorno è oggi?”.

“E’ Natale!!!”.

Diano rise di gusto. Di gioia. “E’ Natale!. Auguri allora mio caro”. 

“Auguri signore”.

Diano era allegro come un bambino il primo giorno di vacanze da scuola.  Si vestì con il suo abito più elegante e corse fuori dalla strada. Vedeva ciò che lo circondava in maniera diversa. Corse dai nipoti. Li abbracciò e disse loro. “Buon Natale”. 

Rise davanti agli occhi sorpresi dei suoi eredi.

“D’ora in avanti penserò a voi. Al vostro futuro. A fare le cose insieme per voi, per essere migliori”.

Li salutò. E corse da Curto. Era seduto su un marciapiede. Diano lo guardò cupo. Curto pensò che voleva chiedergli i soldi. Curto invece si aprì in un sorriso contagioso. “Stai sereno mio caro. I tuoi debiti sono annullati. E da domani lavoreremo insieme per farti tornare ricco come eri una volta. Sei fondamentale per tutti noi”. 

Diano aveva speranza ora. Correva a perdi fiato. E attorno a lui vedeva ciò che non aveva mai visto. O che almeno aveva dimenticato. Ricchezze. Ivan e gli asini, Willy e le sue telecamere, Cinzia e il legno, le lumache sassanesi, la Grotta, la Certosa, il centro storico di Costanza, i dipinti del santuario, la cipolla, i fagioli, Antonio e i suoi maiali,il “Pettirosso” di Ivan.

Diano correva, vedeva e sorrideva. Andrea talentuoso attore simbolo di un territorio. Vedeva la Cantina di Enzo. I libri di Michele e di una nuova libreria appena aperta. Vedeva i suoi nipoti combattere contro chi voleva “violentare” le loro terre. Comitati e cittadini uniti fuori da partiti. Vedeva vita e talento, gioia e speranza.

Diano era felice. Era una Natale felice. Si sedette in ufficio soddisfatto. Aveva un futuro, bastava contare su di sé. Arrivò anche Tanagro. In ritardo. Diano lo guardò.

“Ti sembra l’ora?”

“Mi scusi. non succederà più”.

“Mi sembra ovvio. Anche perché tutto cambierà”. 

Tanagro tremò con la voce. “Sono licenziato?”. 

Diano lo guardò torvo. “Ora statemi a sentire signor Tanagro. Non sono disposto a tollerare questo genere di cose. E pertanto… E pertanto… Ho preso la decisione di aumentarvi il salario. E d’ora in avanti aiuterò a ristrutturare casa tua. Perché è anche casa mia”. 

Diano capì finalmente che dentro di se esisteva la magia del Natale. E che poteva essere sprigionata ogni giorno. E sorrise di vita.

Buon Natale, gente.

 

 

 

 

 

 

 

 

Informazioni su La Mosca

Presunto giornalista, in realtà disoccupato
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...