Un Vallo di luoghi: il Cinema di Polla

Alziamo gli sguardi. Il verde sbiadito colpisce, quasi più dell’insegna. Le auto sono parcheggiate un po’ ovunque. Senza un ordine. Sono auto moderne. Stonano.

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Lui, il capo, si avvicina alla saracinesca. La alza con un sorriso sornione di chi sa cosa sta per accadere. Il rumore è forte. Brusco, quasi violento. Prima il buio, poi i confini di qualcosa di indefinito riempiono gli occhi. Quell’ingresso è un varco. Un passaggio verso un mondo che fu. Romantico e magico, dimenticato e nostalgico. Il mondo del Cinematografo. Del cinema dall’odore di pop corn e sigarette, di vestiti della domenica e profumo di colonia.

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Il varco ci porta indietro nel tempo. Lui, il capo, davanti,  noi esploratori alle sue spalle. In un solo luogo si concentrano diverse epoche, diversi momenti, diversi stati d’animo. Il fascio di luce pare voler esplodere e invadere quella sala immensa ma viene trattenuto. Lo braccano oblio e negligenza, modernità e comodità di multisale senz’anima.

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Ci voltiamo alla nostra destra, un calendario bianco resiste aggrappato al muro. E ci fa tornare al 1990. Gli ultimi sussulti di vita di una scatola magica che ha regalato sogni senza bisogno di dormire e viaggi senza la necessità di una partenza. Che ha regalato a migliaia di persone un momento di fuga da se stessi, da un paesino del sud, da una vita complicata. Una scatola magica che si apre piano davanti agli occhi. Lui, il capo, colui che ha avuto tra le mani questa scatola da anni, da generazioni, ha occhi che viaggiano ancora. A volte brillano di emozione, altre di rammarico. Ripercorrono le gioie, le difficoltà, i momenti di soddisfazioni, quelli di frustrazione.

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Ci porta verso il cuore di tutto. Laddove il fascio ha origine. Alla sorgente di vita. Attorno ci circondano pellicole e manifesti, “pizze” e locandine, pare ci guardino invocando di tornare a essere ancora una volta vivi. Saliamo le scale. Siamo in galleria. Guardiamo verso il basso, le sedie di legno sono vicine, strette, centinaia. Pare si abbraccino. Un grande abbraccio per accogliere le immagini di Fellini, di De Sica, di Scola, di Monicelli. Ma sono sedie tristi. Aspettano inutilmente il calore umano. Sul fondo della sala: ecco lo schermo. Attende che il fascio di luce lo baci, lo attraversi. Attende che quel rapporto d’amore scoppi di nuovo in tutta la sua energia.

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Saliamo gli ultimi scalini. Ecco il cuore. Inerme. Il proiettore: maestoso ed elegante. Una bocca da fuoco pronta a eruttare lingue di luce. Frammenti di sogno.  Che punta verso l’amata tela a decine di metri di distanza. Un amore tanto forte tanto tormentato. Da anni si guardano senza potersi sfiorare, baciare, dir nulla. Inermi e innamorati.

C’è malinconia. Il capo carezza quello che sembra un animale mitologico, metà macchina e metà emozioni. Scende una lacrima. “Andiamo”. Torniamo verso l’uscita. Sentiamo quell’aria ferma, piena di vibrazioni, ma bloccata, dimenticata. Sentiamo anche un odore di sigarette. Impossibile, qui non entra e non ci fuma più nessuno da tempo. Suggestione di un viaggio nel passato. Usciamo fuori, ritroviamo la luce, le auto disposte male e stonate, il verde sbiadito, l’insegna spenta. Lui, il capo, chiude la saracinesca, chiude di nuovo la scatola. Sospira.

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Fine.

Anzi no. Ora che la saracinesca è di nuovo chiusa. Il proiettore lancia le sue lingue di fuoco verso l’amata tela. La carezza, la bacia. Le immagini riempiono lo schermo. Il volto di Alberto Sordi, la pernacchia ai lavoratori, i Vitelloni che viaggiano lungo la strada. Sulle sedie si accomodano persone con il vestito della domenica che profumano di colonia. Un uomo in fondo alla sala accende una sigaretta, lancia cerchi di fumo. I pop corn inebriano le bocche degli anziani e sporcano le mani di bambini urlanti.  E’ il Cinema. E’ la scatola dei sogni che diventano reali.

Il Capo: Francesco Paura.

Gli esploratori: Paolo, Gaetano, Luigi, Giuseppe, Miriam

*Foto di Paolo Ippolito all’interno della mostra “Intervallo”.

https://passorrentino.wordpress.com/2015/07/08/intervallo/

Informazioni su La Mosca

Presunto giornalista, in realtà disoccupato
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