Dal Vallo di Diano per raccontare le guerre del mondo: l’esperienza di Lorenzo Peluso

Lorenzo Peluso ha il racconto che gli scorre tra le vene. E’ una pregio, un modo di essere. Quasi un’esigenza. Raccontare, far vedere, far riflettere. E lo fa con tutti i mezzi che può. Perché questa esigenza ha bisogno di essere consumata. Vissuta. Al di là del mezzo, al di là dell’argomento. Lorenzo Peluso è un giornalista, originario di Sanza, che scrive, fotografa, riprende, racconta. Narra. Ecco, narra. Lo fa dal Vallo di Diano e – da qualche tempo – anche dai vari fronte di guerra sparsi nel mondo. Lo fa per Radio Alfa, per la Città o il Corriere del Mezzogiorno, per quasimezzogiorno.org, ma – conoscendolo bene -, lo fa soprattutto per se stesso. E’ un’esigenza.  E come tale ha bisogno di emergere. Di diventare realtà. Lorenzo è tornato da poco. L’ultimo viaggio lo ha intrapreso tra i palazzi bombardati e le vie distrutte del Libano.

Negli ultimi anni è diventato un inviato sui luoghi di guerra. Come è nata quest’avventura?

“In realtà nasce quasi per caso. Chi fa questo mestiere, credo, deve sempre sentire la necessità di scoprire, di capire, di conoscere. In tale contesto mi ha sempre appassionato il ruolo del reporter, inviato di guerra. Credo che questo sia l’unico modo per rendere davvero merito ad un mestiere che per sua natura ha il compito di raccontare, tutto, senza filtri. Vivere dunque le realtà e le vite di persone che vivono sulla loro pelle la guerra, i conflitti, l’odio, ritengo sia un dovere di chi sente che con la propria penna e le proprie foto, vuole raccontare al mondo i colori, gli odori, le lacrime ed il dolore, ma anche i sorrisi e le speranze di popoli che lottano e che muoio alla ricerca di una vita possibile, così come la immaginano e la desiderano. Ho quindi scelto questa strada perché la ritengo mia, perché è quello che sento di dover fare, per interpretare al meglio questo mestiere che è l’essenza stessa della mia vita”.

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Come si prepara al viaggio?

“Credo che ogni viaggio, ogni partenza, cambia, definitivamente, lo status quo. Ritengo che al ritorno, infatti, nulla sarà più come prima. Ogni viaggio ci cambia dentro, ci rende diversi. Forse migliori, ma non è scontato. Dunque, prepararsi significa studiare il teatro dove si andrà; significa acquisire elementi utili che potranno poi essere determinanti, una volta in teatro, al fine di fare un buon lavoro. Ma non solo. Occorre studiare la cultura, le tradizioni, i costumi dei popoli che si incontreranno. Occorre studiare gli elementi di fondo che creano la contrapposizione tra i popoli in conflitto; è necessario per comprendere le singole posizioni che le persone che poi si avrà la fortuna di incontrare, ti offriranno quale ‘verità’ soggettiva. Dimenticavo: occorre preparare la valigia, piccola e non ingombrante. Ma soprattutto occorre preparare, coccolare, la mia Nikon; la bic blu ed il taccuino”.

Dove e quanti sono i viaggi sui luoghi di guerra fatti finora?

“Negli ultimi quattro anni sono stato in più occasioni nel Balcani, ho seguito il conflitto e la fase di stabilizzazione di Bosnia e Kosovo. Sono stato in Afghanistan, due volte. In Medio Oriente, due volte, tra Libano e Siria. Ho lavorato anche sui temi dell’integrazione dei Paesi dell’est Europa con viaggi in Romania ed Ungheria. Infine, sentivo il bisogno di conoscere e raccontare il processo di integrazione tra la Repubblica Democratica Tedesca e la Germania ovest, dopo la caduta del Muro di Berlino, con alcuni viaggi a Berlino”.

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Cosa si prova nel raccontare le storie dei luoghi di guerra?

“Non so rispondere a questa domanda. Credo che scrivendo e fotografando, si prova a raccontare ciò che si vede, si ascolta, si percepisce, sperando di riuscire a comunicare a chi ha la pazienza di leggere, soffermarsi su una fotografia, ascoltare, ciò che ci colpisce; ci affascina. Sinceramente è questa la speranza che ci si porta dentro. La speranza di riuscire a raccontare un pezzo di mondo che in quell’istante si sta vivendo, condividendolo con gli altri. La speranza di riuscire a dare voce a chi lo chiede. Riuscire a fornire un ulteriore punto di vista su un conflitto, su una guerra, su un popolo. La speranza di essere compresi, apprezzati; forse questo ti fa sentire bene e ti da l’energia per continuare in questo percorso”.

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L’esperienza più emozionante?

“Difficile davvero estrarne una, una sola esperienza. Credo comunque che il luogo che mi ha segnato di più è certo l’Afghanistan. Può sembrare scontato, lo so; ma l’incontro con i bambini dei villaggi remoti nella landa desolata dell’Afghanistan. I loro sorrisi, i piedi nudi nella polvere. I loro abbracci. Quelli li porto nel cuore. Straordinario poi l’incontro con Suraya Pakzad, ad Herat. Una donna che ha cambiato il mondo afghano con il suo coraggio e la sua determinazione. In Kosovo poi, ricordo sempre con emozione l’incontro con i bambini di Camp Garibaldi. Li chiamano così perché vivono in un campo allestito dalla Brigata Garibaldi quando entrò in Kosovo la prima volta, nel 1999. Sono orfani di guerra. In Medio Oriente: i campi profughi palestinesi e l’incontro con i profughi siriani”.

Quella più preoccupante?

“Un lungo viaggio da Herat, in Afghanistan verso sud. La minaccia di attentati annunciata ai convogli con militari e giornalisti stranieri. Quindi l’attentato suicida di un kamikaze che stava cercando di portare un camion-bomba vicino alla zona degli edifici pubblici di Herat City. Noi eravamo li. A pochi passi”.

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Raccontaci l’ultimo viaggio in Libano…

“In realtà un viaggio breve; solo nove giorni. Un ritorno. La situazione in Libano è molto complessa e delicata, ora più che mai. Infatti, al conflitto israelo-libanese, ora si è aggiunta la minaccia dell’Isis che da nord e da est spinge per destabilizzare l’apparente fase di calma apparente che da un po’ di tempo sta vivendo il Libano. A Nord, a Tripoli ed Arsal, violenti scontri tra le Laf, le forze armate libanesi, ed i jihadista hanno fatto centinaia di morti. Attualmente fa temere il rapimento di 27 tra militari e civili nelle mani degli jihadista. Ma in tutto questo ho avuto modo di apprezzare anche il grande lavoro che fanno i militari italiani, che li operano sotto l’egida dell’ONU. Una grande professionalità che riscuote consenso internazionale. Per certi versi, ma questo in verità ho avuto modo di riscontrarlo anche in Afghanistan ed in Kosovo, il modo di operare degli italiani è unico. Un grande orgoglio per chi crede ancora che questo Paese, l’Italia, vale; che questo Paese può rinascere dal lavoro e dalle capacità degli italiani”.

Il rapporto con le popolazioni locali?

“Di rispetto e di curiosità. Quando si viaggia bisogna aprire la mente ed il cuore. Solo così nascono amicizie che poi, anche se magari non ci si vedrà più, restano salde ed ancorate alla nostra memoria. Credo sia il modo giusto per comprendere un popolo, una religione, un’ideologia diversa dalla propria. Non ti nascondo che in ogni teatro ho lasciato rapporti di amicizia che custodisco gelosamente. Anche se per brevi periodi, quando si ha la voglia di entrare nelle vite degli altri e soprattutto di fare entrare gli altri nelle nostre vite, allora si creano rapporti straordinari che superano i confini geografici ed ideologici; rapporti che ci rendono diversi e migliori”.

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E con l’esercito italiano?

“Con i nostri militari ho un rapporto speciale. Ho imparato ad apprezzarli, a conoscerli, a capire il loro modo di essere. A loro debbo riconoscenza. Sono loro che garantiscono la mia incolumità, mettendo a repentaglio le loro stesse vite, soprattutto quando chiedi di vedere, parlare, fotografare, situazioni di pericolo. Loro, con grande attenzione, professionalità e coraggio, si sforzano di aiutarti a realizzare il progetto che hai in testa. Sanno che raccontare, fotografare, è l’essenza del nostro mestiere e lo rispettano. Anche in questo caso si ha la possibilità di incontrare ragazzi con cui poi si rimane legati per sempre. Con alcuni addirittura ci si scrive e ci si sente spesso. Una grande famiglia, ecco cosa rappresenta l’Esercito per me. Una famiglia di cui sono orgoglioso di fare parte, anche se in modo collaterale”

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Il Vallo di Diano visto dalla trincea?

“Con tutti i problemi, e sono tanti, rimane il nostro approdo naturale. E’ la terra dove siamo nati, è vero. Ma è certo la terra dove abbiamo deciso di vivere; questo ha un peso. Spesso in determinati teatri, capita di rivedere atteggiamenti, usi e costumi, persino simili. Sempre più spesso, quando sono all’estero, mi capita di pensare che il Vallo di Diano non crede in se stesso. Una terra straordinaria che ha perso, da tempo purtroppo, la bussola. Un territorio che forse si è arreso. Gente che ha perso l’orgoglio dell’appartenenza. Una terra che necessità di una rivoluzione. Gente che forse meriterebbe di vedere, con i propri occhi, cosa significa lottare e combattere per il futuro dei propri figli. Per il principio di appartenenza. Per una bandiera. Guardare il Vallo di Diano dall’Afghanistan, dal Libano, dalla Siria, dai Balcani, spesso rende consapevolezza di quanto la gente sia abituata al poco che ha senza neppure sperare di poter avere di più e meglio. Una circostanza che ti fa incazzare. Una terra che non guarda al merito ed al meglio ma che troppo spesso si adegua alla mediocrità. Questo non lo sopporto”.

Informazioni su La Mosca

Presunto(so) giornalista, in realtà disoccupato
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