La “Dottoressa”, l’Africa e tanti bambini da curare. Serena Caggiano racconta la “sua” Tanzania

serenaGli stregoni, le mosche, le tradizioni locali, tanti bambini da curare e un po’ di timore per l’Ebola. E soprattutto un sogno che si realizza. Serena Caggiano, trentenne medico pollese, da due mesi è in Tanzania. Medico specializzando dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma è in Africa per una collaborazione con il “St. Gaspar Hospital” di Itigi. Una collaborazione voluta dal nosocomio romano e che porta enormi vantaggi alla popolazione locale che ha bisogno di strutture, medicine e, naturalmente, dottori. Così Serena, che il camice bianco ce l’ha nel sangue (figlia di due pediatri – ndr), quando ha avuto la proposta di partire per l’Africa non ci ha pensato due volte prima di accettare.

“Da quando ho sognato di fare il medico, mi sono sempre immaginato aiutare le popolazioni più in difficoltà come quelle africane. Non credevo di poter realizzare questo sogno e invece è arrivata l’opportunità. E’ stata una vera gioia”.

Serena lavora e lo fa con entusiasmo. Senza timore alcuno né per la mole di lavoro, né per una situazione complicata per un medico.  I familiari, naturalmente, hanno il fiato sospeso. Ma si fidano di Serena, delle strutture ospedaliere e di tutte le precauzioni che si mettono in atto. La dottoressa Caggiano (“Dottoressa” era il suo soprannome sin dall’infanzia – ndr) si concentra sui suoi piccoli pazienti e si racconta.

“Itigi è un piccolo villaggio rurale nella regione di Singida, nella parte occidentale della Tanzania. Lavoro in uno dei primi ospedali della nazione per i servizi medici di tipo specializzato offerti alla popolazione. Qui, nel reparto della Pediatria, gestito in tandem con l’Ospedale pediatrico Bambin Gesù, ogni giorno cresco umanamente e professionalmente, curando  bambini spesso colpiti da malaria, tubercolosi, Hiv, gastroenteriti, polmoniti, tifo, malnutrizione o intossicazioni da erbe locali”.

Colpa degli stregoni. E delle loro cure “alternative” che, in Africa, ancora sono troppo radicate..

“Non disponiamo – racconta ancora Serena – di tutti i mezzi diagnostici di cui sono abituata a servirmi in Italia. La Medicina, qui, deve appellarsi a tutta la nostra preparazione, alla capacità di ragionare con i soli dati ottenuti visitando il paziente e facendoci  raccontare i sintomi attraverso lo swahili (la lingua locale – ndr) spicciolo che, tra le risate delle mamme ed insieme a loro, nel frattempo, abbiamo imparato. E’ un tuffo nella semeiotica,come i vecchi medici di un tempo, senza esami di laboratorio nè diagnostica per immagini, bisogna saper scegliere il trattamento più giusto tra i pochi disponibili. La paura più grande è quella di sbagliare ma  la ricompensa migliore è vedere i buoni risultati. Proprio ieri  ho soccorso un paziente molto critico, era in arresto cardio respiratorio, ho dovuto rianimarlo facendogli  un massaggio cardiaco, ha la malaria, la polmonite e un’intossicazione da erbe locali, non so se ce la farà, ma nel frattempo ha superato la notte e un nuovo giorno ed io mi sono sentita tanto utile”.

serena 3Un’esperienza professionale e di vita.

“Tante cose mi colpiscono. Soprattutto l’estrema dignità con cui i genitori  reagiscono alla morte dei loro figli. Qui vivere a è un dono concesso per poco tempo, la vita media è di circa 40 anni. La morte è presente tanto quanto la vita, nei tanti figli che nascono e in quelli che si perdono”.

Un’esperienza unica.

“Sono stato fortunata a poter vivere e raccontare quest’esperienza. Sono riconoscente a chi mi ha dato la possibilità di esserci, l’ospedale Bambin Gesu’, il dottor Cutrera e la mia scuola di Specializzazione in pediatria dell’università La Sapienza di Roma”.

E’ l’Africa che rapisce. Che fa innamorare.

“Sembra di essere tornati ad uno stile di vita molto primordiale, qui dopo il tramonto è buio ovunque (tranne che nel compound in cui vivo, costruito intorno all’ospedale, ed in cui mi è consentito fare una vita comoda e dignitosa) e la gente si affretta per rincasare e cucinare qualcosa su di un fuoco acceso nel bel mezzo dell’unica stanza della casa, con il rischio che il primo bambino curioso ci finisca dentro e, nel caso in cui sopravvivesse, porterebbe per tutta la vita i segni delle bruciature su un volto su cui, nonostante tutto, non mancherà mai il sorriso, nemmeno se avrà perso l’uso degli arti e sarà costretto a muoversi su una sedia a rotelle. Si mangia con le mani, i bambini fanno i loro bisogni ovunque, e a volte anche gli adulti. Ci si nutre di farina di mais, noccioline, riso, fagioli, ugali  e pescetti secchi, venduti per strada o nel piccolo mercato del villaggio, dai mille colori e dalle mille mosche. Ai bordi delle vie le donne friggono nei loro pentoloni vitumbua, maadazi  e sambusa, preparano il chapati  e vendono queste  leccornie alla gente che passa, chi con una gallina sotto un braccio, chi con un bambino sulla schiena, chi scalzo, chi in bicicletta e chi indaffarato  nel commercio di frutta e verdura, elemento essenziale dell’economia locale favorito dai tanti progetti agricoli e alimentari che consentono di dare lavoro fisso a buona parte della popolazione”.

Un confronto che, agli occhi di Serena, vede il mondo “civile” perdere.

“Tutto questo mi dà la sensazione di sfrondare quanto di costruito, inutile, superficiale e poco autentico la nostra società ci ha imposto, intendiamoci, sono figlia di un tempo che mi ha plasmata e che amo, ma qui l’effetto che fa è sentire di poter essere se stessi, senza temere il giudizio degli altri perché circondato da gente che fa ancora della solidarietà, della benevolenza, di un sorriso, di un pugno di riso a chi non ce l’ha o di un ‘dono io il sangue a tuo figlio che altrimenti muore’. Memori degli ideali che Nyerere, il presidente e padre della Tanzania nonché caro amico di Mandela, aveva diffuso attraverso  il suo Socialismo africano, favorendo lo sviluppo, combattendo rivalità e differenze tra le tribù locali, lottando contro la corruzione. Qui le religioni diverse convivono in maniera pacifica, alternando il presidente  in carica tra esponenti  musulmani e cristiani. Nei saluti affettuosi di chi incontri per strada, incuriosito e accogliente nei confronti di una mzungu, una straniera, nei sorrisi buoni, nella pelle nera mi ci perdo e posso permettermi il lusso di tornare ad essere una bambina spontanea che si stupisce con loro delle piccole cose e riscopre il mondo dalle basi”.

E l’Ebola? Serena è partita qualche settimana prima che scoppiasse la paura del contagio Ebola. Ma non ha certo mollato di fronte al terribile virus.

“L’ Ebola tiene un sul filo del rasoio tutto il continente. Al momento è ancora lontana dalla Tanzania. Ma siamo pronti per ogni tipo di problematica. Nell’evenienza in cui il virus arrivasse ai paesi confinanti e riuscisse ad entrare nella nazione, credo che l’ospedale di Itigi diventerebbe la meta di molti potenziali malati perché rinomato e facilmente raggiungibile col il treno che attraversa il paese alla velocità di circa 20 chilometri all’ora, collegando Dar a Kigoma. Mi auguro che i professionisti impegnati a fronteggiare l’allarme riescano a controllare questa epidemia che, al pari di quelle che la storia ci racconta, colpirebbe ancora una volta i più deboli”.

Serena lavorerà ancora per qualche mese in Africa. La nostalgia è già pronta ad accoglierla.

“Mentre mi guardo intorno, spero che tutta la gente che, come me, passerà da qui, possa aiutare questo popolo a crescere, senza tradire le sue tradizioni, ma imparando a camminare da solo, sulle sue  gambe, al fianco degli altri paesi del mondo. Intanto mi lascio rapire da questo cielo stellato e dalla luna rossa che sovente riposa sdraiata sul suo dorso come mai capita in Italia e che ricorderò,insieme a tutto il resto, tutte le volte in cui penserò alla mia Africa”.

serena2*

*Dal Mattino.

Informazioni su La Mosca

Presunto(so) giornalista, in realtà disoccupato
Questa voce è stata pubblicata in A Mattino... inoltrato. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...