Manu, l’Africa e il viaggio incredibile dall’Islanda al Sud Africa. L’arrivo.

24635_497040357047624_1137550576_nVi ricordate di Manuela, la ragazza di Polla e del suo viaggio dall’Islanda al Sud Africa a bordo di un camion da guerra riadattato con 15 sconosciuti? L’avevamo lasciata a metà della sua incredibile avventura con la promessa di ritrovarci. Bene, rieccola. Rituffiamoci nelle splendide atmosfere dell’Africa. Siamo nel cuore del paese nero.

Il viaggio è duro. Manu da Polla, 32 anni, ha deciso di affrontare l’avventura leggendo un annuncio. Dall’Islanda insieme a 15 sconosciuti è partita.  Questa è la prima parte del viaggio.

https://passorrentino.wordpress.com/2013/10/14/manu-lafrica-e-il-viaggio-incredibile-dallislanda-al-sud-africa/

Ripartiamo. Accendiamo il motore del vecchio mezzo bellico e lasciamo il Ghana. La compagnia si va assottigliando. Troppe le difficoltà, eccessivi i disagi. Altre due ragazze si ritirano a causa delle condizioni di viaggio. Ma Manu resiste. E’ forte, e l’avventura la richiama con una potenza irresistibile. Un amore indissolubile. Parte la seconda parte del Vikings Across Africa, la parte più bella forse, ma anche quella più pericolosa, più faticosa ed emozionante.

“L’Africa ti mette quotidianamente davanti tante sfide, sia fisiche che psicologiche, e man mano che il tuo corpo si debilita per il cibo che scarseggia, per l’igiene che non esiste,  per le zanzare, per il pericolo della malaria sempre dietro l’angolo, la tua mente, allo stesso tempo, diventa più forte, si abitua al pensiero della vita semplice e cose che prima di partire erano inimmaginabili e facevano paura, diventano semplicemente un altro capitolo di quell’avventura stupenda ed inimitabile che l’Africa regala”.

La squadra lascia il Ghana, direzione Togo. 

“Il paese più ospitale di tutti i 23 paesi attraversati in questo viaggio”.

L’Africa si presenza sempre più come un luogo incantato, un viaggio nel passato, del mondo che fu. Nel mondo che è. 

My_1st_impressions_voodoo fetish market of Togo (13)“A Lomè, la capitale, abbiamo visitato il Mercato Voodoo più grande del mondo (http://my1stimpressions.com/2013/04/17/togolese-voodoo-fetish-market/), siamo entrati in un’altra dimensione, quella della tradizione mista a superstizione che in Africa è ancor considerata medicina. Vendono teste di cani, gatti, scimmie, ossa di gorilla, code di cavallo, tartarughe imbalsamate, serpenti morti, statuine per incantesimi un ragazzo del posto ha cercato invano per più di un’ora di vendermi la testa di un coccodrillo!”.

Un souvenir che Manu preferisce non acquistare. Ma negli occhi e nel cuore restano le immagini dell’Africa tradizionale. Le immagini trovate su libri d’avventura ambientati in Africa o ammirate in documentari visti di sfuggita si presentano con prepotenza. Il confine tra quanto immaginato fino a quel momento e quanto si ha di fronte è labile. Quasi inesistente.  Ma c’è un problema da affrontare. Ottenere il visto per entrare in Nigeria. Un ostacolo – come avevamo visto nella prima parte del viaggio – che attanaglia la compagnia di viaggiatori. Neanche in Togo si riesce a ottenere. Allora bisogna proseguire per il Benin e chiedere il visto lì. Altrimenti toccherà allungare il viaggio e circumnavigare la Nigeria, passando per Ciad e repubblica Centrafricana. Un’alternativa che sarebbe tremenda tra strade inesistenti e pericoli costanti.  Ma il dio dei viaggiatori aiuta la Compagnia. A Cotonou l’ambasciata Nigeriana, dopo quattro giorni di negoziazioni concede il visto per 2 settimane. A “soli” 180 euro.

My_1st_impressions (13) porta del non ritorno monumentoPrima di entrare in Nigeria ci siamo concessi un paio di giorni di relax a Ouidah, storica capitale della tratta degli schiavi, famosa per un libro di Chatwin, I vicere di Ouidah, là dove, forse per la prima volta, ho provato quella sensazione strana che si prova solo in Africa quando si inizia a  vedersi bianco, e si scopre di non esserne felice. Ouidah dista dall’Oceano 3 chilometri e su quei 3 chilometri si è snodata la vita e la morte degli abitanti del Benin. Quei 3 chilometri venivano attraversati giornalmente dagli schiavi in catene che venivano portati sulle navi, in direzione del Brasile, là dove oggi sorge il Monumento alla cosiddetta Porta del Non Ritorno. C’era un albero in mezzo alla strada polverosa che gli schiavi percorrevano per arrivare al mare. Veniva chiamato l’Albero dell’Oblio, perché i cacciatori di schiavi vi facevano girare intorno gli schiavi per tre volte prima che potessero dimenticare per sempre le loro radici, le loro origini e diventare oggetto di merce”.

Sembra di sentire il rumore delle catene, il pianto dei deportati, quello di chi deve salutare per sempre un parente, un amico, un amante. Manu continua il racconto. Ha qualcosa negli occhi. Una luce diversa da quando è partita. Da Ouidah i viaggiatori si dirigono verso Ganvie (http://my1stimpressions.com/2013/05/03/sightseeing-benin/),  la Venezia d’Africa, il villaggio sull’acqua, in mezzo ad una palude, fatto di palafitte e di gente che per andare da una casa all’altra deve usare la piroga di legno costruita con i tronchi degli alberi. Ultimo ricordo del Benin. Ecco la Nigeria. Il viaggio prende una svolta. Negativa. 

“La Nigeria è un paese vittima dell’arroganza e della corruzione delle due classi che hanno in mano il potere, la polizia e i politici, mentre il resto del paese letteralmente muore di fame. Il primo giorno siamo stati fermati 34 volte dalla polizia in 4 ore.  Un soldato per scherzare con noi e far vedere quanto il suo fucile fosse potente ha sparato in aria. Siamo rimasti tutti di stucco. Il segreto era sorridere, come degli idioti e mostrarsi sempre felice e disponibile. Per tre volte dei malviventi hanno tentato di tirare giù l’autista per prendere possesso del camion e chiedere soldi in cambio. Ogni volta siamo dovuti scendere dal camion e circondare i malviventi, senza armi e senza sapere se loro, a loro volta, ne avevano. Il tutto nel caos totale dell’Africa, tra le loro grida e le grida di quelli che assistevano alla scena. In Nigeria basta un niente per fa scatenare una rissa, la guerra, per morire. E sebbene il paese sia bello e da scoprire, è anche il più grande dell’Africa e l’unica cosa che si possa fare tra le sue strade e correre, guidare il più velocemente possibile per andar via”.

La Nigeria è un viaggio visto dal finestrino del camion. Come un treno in corsa. Immagini veloci scorrono davanti agli occhi dei viaggiatori. Paura e tensione si sciolgono soltanto su un ponte in mezzo alla foresta. Quello che dalla Nigeria porta in Camerun. 

My+1st_impressions_Cameroun (76)“Abbiamo tutti tirato un sospiro di sollievo e prima di perderci nella bellezza infinita delle sue montagne ricoperte di palme ci siamo concessi una notte al confine. Una miriade di bambini è apparsa dal buio  ha iniziato a circondare noi e le nostre tende. Ho iniziato a giocare con loro e all’improvviso mi sono ritrovata circondata dal loro sorriso. Quando poi ho cacciato il cellulare per una foto con loro, vedere il divertimento sui loro volti è stato illuminante e coinvolgente, tanto da giocare con loro  per ore intere”.

Il Camerun è la porta alle infinite distese di foreste equatoriali che accompagnano fino al Congo. Paesaggi verdi, con le palme più alte del mondo.

“Abbiamo attraversato villaggi minuscoli con due case nel mezzo del nulla e città sterminate di cui nessuno conosce nulla, nemmeno i confini, abbiamo anche visitato un villaggio di Pigmei, nascosta in mezzo alla foresta e con loro danzato (http://my1stimpressions.com/2013/05/25/kribi-last-relaxing-paradise/)”.

Dai pigmei al Gabon. Per arrivarci bisogna varcare il confine della Terra. L’Equatore. L’Equatore appare all’improvviso, in mezzo ad una delle tante foreste del Gabon attraversate, in una mattina di caldo e sole, dopo giorni in cui le uniche persone incontrate erano i cinesi che nel Gabon stanno ricostruendo le strade. Appare prima di una curva ed emoziona. 

“Emoziona perché è un simbolo della vita. L’Equatore emoziona  perché è il centro, il centro di tutti i miei viaggi, il centro del mondo, il punto in cui mi sono letteralmente sentita più vicina al sole, lì, nel cuore dell’Africa, del continente più incredibile ed assurdo mai visitato, nel continente da cui noi tutti veniamo”.

Il viaggio è sempre più duro. E in Gabon altri due lasciano la compagnia, una ragazza a causa di una grave infezione a un occhio. E’ dovuta tornare in Islanda e per due mesi è stata ricoverata in ospedale, dove ha salvato l’occhio, ma non vedrà mai più come prima. Manu resiste. E’ una donna forte, una combattente con il sorriso coinvolgente. Festeggia il compleanno al confine tra il Gabon e il Congo.

“Abbiamo fatto l’incontro con il fiume Congo, quello del libro ‘Cuore di Tenebra’, uno dei fiumi più lunghi e misteriosi di tutta l’Africa. Ci ha accompagnato per giorni interi, attraverso il Congo e la Repubblica Democratica del Congo. Nella Repubblica Democratica del Congo siamo stati per due settimane sulle montagne, isolati dal resto del mondo, dove in un giorno a volte non riuscivamo neanche a percorrere 30 chilometri, dove spesso ci siamo ritrovati su tre ruote sopra un precipizio. Le strade di questo paese sono le stesse che furono costruite nel 1968. Inesistenti. Abbiamo spesso attraversato villaggi isolati dal resto del mondo, sulle montagne di un paese stupendo rovinato da una guerra civile che ne ha lacerato le radici, dove spesso la parola ‘pane’ viene proibita, dove abbiamo imparato a non chiederlo più perché tanto non ce n’era”.

My_1st_impressions_ (7)tru truck in DRCEsiste un solo ponte su tutto il fiume Congo. E’ a Matadi, e per attraversalo, fotografarlo o vederlo si deve pagare. Il resto del mondo africano attraversa il fiume su zattere di fortuna disseminate qua e là lungo il suo corso. http://my1stimpressions.com/2013/06/23/drc-and-its-bad-roads-and-congo-river/. Il camion da guerra riadattato per l’occasione dirige le potenti ruote verso l’Angola, un paese uscito solo 10 anni fa da una guerra civile. Metà dell’Angola è vuota. Molti sono morti, tanti emigrati. Tutto il paese è disseminato di mine antiuomo. Gli alberi e le pietre con le loro croci rosse ricordano a tutti quanto sia facile morire , ancora oggi, se solo si mette il piede su una pietra sbagliata. 

“L’Angola è stato l’ultimo paese in cui mi sono sentita nella vera Africa, come abbiamo iniziata a chiamarla. ‘La Vera Africa’ , quella striscia di terra, di gente e di via che si estende dal Senegal all’Angola, che racchiude un pullulare di emozioni, musica,  rumori, emozioni che in nessun altro luogo della Terra raggiungono una tale intensità di vita”.

Avventura finita? Macché. In Namibia altre sorprese attendono Manuela e i suoi compagni di viaggio. Il parco nazionale di Etosha è un sogno. I simboli dell’Africa esplodono davanti agli occhi. Giraffe ed elefanti accompagnano i viaggiatori. Negli occhi restano le dune più alte del mondo a Sussuvlei, Kolmanskop, la città fantasma, e il Fish River Canyon, il  secondo canyon più grande al mondo. I viaggiatori, poi, possono anche farsi la prima doccia calda. Il peggio è passato? No. Un imprevisto mette a rischio il viaggio della 32enne pollese. La sua compagna di tenda ha la malaria.

“E’ stato il momento in cui ho avuto più paura. Quando con la mia amica abbiamo deciso di andare all’ospedale, era già abbastanza tardi. Siamo arrivate al pronto occorso con lei con la febbre a 41, in avanzato stato di disidratazione e quasi in delirio. Malaria. Siamo state per tre giorni in ospedale. Ma ce l’ha fatta. Quando si è ripresa ridevamo delle 29 pillole al giorno che aveva dovuto prendere ma per un momento, là dentro, ci siamo entrambe spaventate”.

Il viaggio può riprendere. Manca poco. L’arrivo è vicino. Eccolo davanti agli occhi di chi ha resistito, di chi ha attraversato per sei mesi l’Africa. Un viaggio eterno. Meraviglioso. Eccolo. Il Sud Africa.

“All’improvviso è arrivata Cape Town, la fine del viaggio, di un’avventura indimenticabile in cui non solo ho visto, visitato,  ascoltato, ammirato, ma in cui ho anche e soprattutto imparato a vedere, a visitare, ad ascoltare, ho imparato la vita, quella nuda in cui nasciamo e che noi perdiamo nel corso degli anni mentre in Africa è ancora allo stato naturale. Ho imparato molto di più in sei mesi in Africa che in ogni altro corso, scuola o università mai frequentata nella vita. Ho imparato le capitali dei paesi attraversati, l’ordine geografico con il quale si susseguono, ma anche i loro riti, le loro religioni, il cibo che mangiano, la musica che ascoltano, la loro storia, il loro modo di essere che un po, alla fine, è uguale al nostro. Ecco, forse è questa la cosa più importante che ho imparato in Africa, dall’Africa: che siamo tutti uguali, non solo in fondo, ma anche in superficie e il colore della pelle è un ornamento dell’anima”.

Un viaggio che cambia Manu. La arricchisce dentro.

“In Africa la tua anima diventa nera, come la loro. In Africa la tua pelle, che gli altri vedono bianca, per te è nera, bruciata dal sole, riscaldata dall’Africa, è nera come la loro perché tu sei uno di loro”.

Ecco, ora ho capito quale è la luce che Manu ha negli occhi. Ha la luce di chi vede la vita da un altro punto di vista. Da quello di chi viene considerato ultimo. Ma ultimo non è. Anzi è fondamenta della nostra cosiddetta civiltà.  Manu ha terminato il viaggio. E’ tornata in Italia, ma deve combattere un altro ostacolo molto complicato.

Il “Mal d’Africa”. 

“E’ sensazione di spaesamento, di nostalgia di quel mondo, di nostalgia non legata alle cose materiali, ma a quell’universo umano che è l’Africa. In Africa i nostri problemi superficiali legati spesso al possesso di cose materiali, sembrano distanti anni luce dalla realtà, dalla vita vera, e l’uomo bianco da laggiù sembra un po’ più stupido ed inutile. In Africa l’uomo è più antico. Lo si scorge dai piccoli gesti, dalla lentezza delle loro azioni, che non è pigrizia. Quella dell’Africa non è pigrizia, ma saggezza, la saggezza di vivere il mondo con i suoi tempi, con i tempi della natura, della terra, e tutta quella nostra fretta, quel nostro affannarsi per possedere sempre di più, visto con gli occhi dell’Africa sembra futile. Si, il nostro modo sembra futile e noi, rispetto a loro, sembriamo i fratelli minori, ancora inesperti della vita. E’ per questo che in Africa non si ha voglia di incontrare bianchi. Dopo essere stata 6 mesi tra la sua gente, quando si incontrano bianchi in Africa si cerca di evitarli. Perché dentro, in realtà, ci si sente neri. Questo è il mal d’Africa, il mio almeno”. 

Addio Africa.

“Macché. Arrivederci”. 

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Informazioni su La Mosca

Presunto(so) giornalista, in realtà disoccupato
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