Manu, l’Africa e il viaggio incredibile dall’Islanda al Sud Africa

Questa la prima parte dell’avventura di Manuela Grieco, sei mesi in Africa a bordo di un camion da guerra riadattato. Manu è una ragazza di Polla e questa è la sua storia.

24635_497040357047624_1137550576_nAssaporare l’essenza della Terra. Viaggiare e conoscere. Fotografare e raccontare. Emanuela Grieco, 32 anni, vive per questo. A 19 anni ha lasciato Polla, la Campania e ha iniziato a inseguire il mondo. E’ stata protagonista di qualcosa vicino all’incredibile. Il 6 gennaio scorso ha intrapreso un’avventura molto particolare. In compagnia di altre 16 persone a bordo di un Bedford, un camion da guerra riadattato, parte per un viaggio dall’Islanda al Sud Africa.

Ecco la prima metà del viaggio di Emanuela, Manu, per gli amici. Sei mesi per toccare venti paesi, da Reykajvik a Città del Capo attraversando l’Europa e la costa occidentale dell’Africa. Dal centro dell’Africa l’avventuriera scrive sul blog my1stimpressions.com, ogni qualvolta trova una connessione internet e aggiorna familiari e amici sulle tappe di un’avventura nata per caso.

“Il 2 gennaio del 2012 ho letto l’annuncio di Garry, il leader del gruppo, che cercava 15 persone per il viaggio. Subito ho dato la mia adesione. Cose del genere capitano poche volte nella vita e non bisogna pensarci su altrimenti la paura o le insicurezze prendono il sopravvento”.

L’anno trascorre veloce. Manuela lavora sodo, mette soldi da parte e prepara ogni minimo dettaglio. Il “Vikings Across Africa” si avvicina e il 2012 vola via veloce. A inizio gennaio 2013, scatta dell’avventura.

“Mi sono lasciata alle spalle la mia vita ad Amsterdam dove ho vissuto quattro anni e sono partita alla volta dell’Islanda. Valigia non molto pesante e Polla sempre nel cuore”.

Sorriso ampio, risata facile, capelli neri, ricci e ribelli un po’ come il suo carattere, spirito avventuriero: Manuela inizia a vivere il proprio sogno.

“Da Reykjavik abbiamo attraversato tutta la costa meridionale dell’isola, ci siamo imbarcati per tre giorni sulle acque agitatissime del Mar del Nord, con una tappa alle Isole Far Oer, prima di arrivare in Danimarca. Abbiamo poi attraversato l’Europa (Germania, Francia, Spagna). Fuori nevicava, nel camion faceva talmente freddo che passavamo le giornate rinchiusi nel sacco a pelo”.

Il camion è un autocarro militare britannico derivato da mezzi civili simili della Bedford Vehicles, ma adattato alla propulsione 4×4 con un grande vano di carico, che somiglia a un normale autocarro civile, con una sagoma molto alta. Insomma non certo uno dei mezzi di trasporto più comodi e agevoli per un viaggio di qualche migliaia di chilometri.

“Ad Alicante per la prima volta abbiamo rivisto il sole e pranzato all’aria aperta, finalmente. Ci siamo, quindi, imbarcati alla volta di Tangeri, direzione Marocco”.

Sedici persone in viaggio verso il Città del Capo con la curiosità di scoprire il continente nero e “per mostrare al mondo come l’Africa non sia solamente gente triste e in fin di vita, ma è un continente che pullula di vita, di persone meravigliosa e accoglienti e di posti e paesaggi stupendi e sconosciuti. Questa è l’Africa che mi piace scoprire e mostrare al mondo, attraverso le mie foto e il mio blog My1stimpressions.com”. Nessun progetto umanitario e sponsor alle spalle. “Avere un progetto umanitario alle spalle avrebbe implicato maggiori responsabilità. Il nostro intendo è conoscere e far conoscere. Un viaggio del genere ti fa apprezzare le piccole cose della vita come un letto comodo o una doccia calda. Spesso da queste parti ci laviamo con l’acqua del pozzo. In molti posti che attraversiamo non c’è elettricità, la gente vive al buio, ed è capitato di ritrovarci davanti al fuoco a chiacchierare e trascorrere le lunghe notti africane a raccontarci storie, proprio come facevano i nostri nonni. Questa gente quasi ogni giorno mi ricorda quanto siamo fortunati e allo stesso tempo ignari della nostra fortuna. La loro vita semplice nasconde una felicità che a noi è sconosciuta, la felicità della condivisione”.

Riprendiamo il viaggio. Dopo lo sbarco in Marocco i 16 attraversano Western Sahara, Mauritania, Senegal, Guinea, Costa D’Avorio e Ghana.

“Poi ci attendono il Togo, Benin con i suoi riti voodoo e mercatini fetish, lì faremo richiesta per il visto della Nigeria, che qui in Ghana ci è stato impossibile fare. Attraverseremo la Nigeria il più velocemente possibile, a causa della situazione pericolosa del paese, e arriveremo poi in Cameroon, dove ci riposeremo per qualche settimana sulle spiagge assolate dell’equatore; poi sarà la volta della Repubblica Democratica del Congo, Congo, Angola, Namibia e infine Sud Africa, dove dovremmo arrivare all’inizio di luglio”.

L’unica italiana in viaggio è proprio Manuela. Poi ci sono nove islandesi e il resto viene da Canada, America, Sudafrica, Svezia e Inghilterra. In 4 della comitiva hanno già abbandonato per le fatiche dell’avventura. Scenari impensabili si affacciano agli occhi della truppa.

“Che emozione attraversare la Terra di Nessuno, una striscia di tre chilometri tra Marocco e Mauritania disseminata di mine ai lati della strada e contesa perennemente da entrambi i paesi. Poi il Sahara, dove abbiamo capeggiato in mezzo al nulla per tre settimane. Lì abbiamo potuto guardare le stelle di notte e tuffarci nelle dune di sabbia di giorno, mangiando carne di cammello e bevendo il thé nel deserto con la gente del luogo. Appena scendeva la notte faceva freddissimo, abbiamo dormito nelle calde tende beduine svariate volte. Quando eravamo al confine tra Mauritania e Senegal un venditore ambulante si è avvicinato e ci ha detto ‘Benvenuti in Senegal. Esistono due tipi di Africa: l’Africa bianca e l’Africa nera. In Senegal entrate nell’Africa nera’. E così è stato. Ci siamo tuffati nell’Africa nera e nel suo ritmo, nella sua musica, ne suoi colori e tra la sua gente chiassosa, lenta e tranquilla a St. Louis, la capitale del jazz, prima di arrivare a Dakar. A Dakar c’è un’isoletta proprio di fronte alla città chiamata Ngor, è stato lì che mi sono davvero resa conto di essere in Africa. L’isoletta è abitata da gente del luogo, artisti, venditori di maschere, rasta, gente speciale che rende l’atmosfera particolare”. E poi quella sera magica. “Con alcuni del posto ci siamo seduti davanti al fuoco e dei ragazzi hanno iniziato a suonare i tamburi e a scambiarseli. Ogni volta che se lo scambiavano, il ritmo delle percussioni cambiava e chi riceveva il tamburo doveva adattarsi al ritmo degli altri o crearne uno nuovo. Lì ho sentito pulsare il cuore dell’Africa. Tutto avveniva in silenzio, al buio, e quel ritmo, quel battito che percuoteva i tamburi era il cuore, il battito che percuote questo continente, che ti entra dentro e che te ne fa diventare parte. L’Africa uno di quei posti che ha un’anima e che colora la tua e la cambia per sempre”. Dalla musica tribale, alla povertà più aspra. Dal Senegal alla Guinea. “In Guinea ci siamo spesso ritrovati in piccoli villaggi dove non c’era niente da mangiare, se non banane fritte e manioca, eppure la sua gente è stupenda e la sua onestà è da invidiare. La gente non ci ha mai trattato come turisti, alzando il prezzo delle cose che compravamo, come spesso avveniva in Senegal o in Marocco. Non mi è mai capitato di pagare qualcosa di più solo perché ero turista o bianca”. L’Africa e i trasporti pubblici. Un altro mondo. Eppure possibile. “In Africa utilizzare trasporti pubblici per fare un viaggio con la gente del posto è incredibile. L’ho fatto da Tambakunda, in Senegal, a Kundarà, in Guinea, quando ho preso un taxi condiviso per una traversata di 8 ore. Dovevamo essere in nove nel taxi, ma l’autista è riuscito a caricarne diciotto in una vecchia Pegeout e sulle strade più dissestate del mondo: 4 davanti, 4 in mezzo, 3 dietro, 3 nel portabagagli e 4 sul tetto, assieme alle valigie di tutti”.

Manuela nel frattempo scatta, inquadra, racconta. La sua macchina fotografica proietta chi segue il suo blog nel cuore dell’Africa. La sua penna racconta emozioni provate, aneddoti di una vita da viaggiatrice.

“In Guinea ci siamo addentrati nella giungla per raggiungere la Costa D’Avorio. Due settimane di cammino attraversando alcuni dei posti più remoti del pianeta. Ogni volta che ci fermiamo nei villaggi, abbiamo flotte di persone che vengono ad osservarci incuriositi e i bambini vengono sempre a toccarci le mani o la pelle bianche. Nella giungla, abbiamo campeggiato accanto a un villaggio, nel bel mezzo della giungla, e per tutta la sera abbiamo avuto tutto il villaggio attorno ad osservarci. Abbiamo condiviso la cena con loro, insegnato ai bambini a fare le foto e giocato a pallone, il tutto senza parlare una parola di francese, né noi né loro. Condividere va aldilà delle barriere razziali, linguistiche o culturali, e questa è una delle grandi lezioni di Madre Africa”.

Il viaggio continua. Il Sud Africa dista migliaia di chilometri. L’avventura è solo a metà.

Informazioni su La Mosca

Presunto(so) giornalista, in realtà disoccupato
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